
Le storie di Jonathan Franzen le amiamo per tante ragioni. Le amiamo perché ci aiutano a convivere con la modernità senza subire il fascino e la compulsività dei suoi riti omologanti. Lo stile garbato, ironico, la capacità di scavare nella parte più intima dei personaggi fanno di Franzen uno dei migliori autori della narrativa americana e non solo americana, e dei suoi libri – romanzi, saggi, editoriali – un’isola felice in mezzo a tanta roba inutile, tv spazzatura e grafomania da social.
Dopo aver pubblicato nel 1988 La ventisettesima città, e nel 1992 il giallo ambientalista Forte movimento, Franzen sembra destinato a seguire le orme dei grandi maestri del postmodernismo che lo hanno preceduto, da Barth a Pynchon e DeLillo, e a interpretare insieme al suo amico-rivale David Foster Wallace il ruolo dello scrittore avanguardista del tutto indifferente ai gusti del pubblico. Con Le correzioni, a distanza di quindici anni dall’esordio, Franzen dà invece una svolta quasi radicale al proprio stile preferendo tornare al passato per assecondare una vocazione, come dire, più dickensiana e per stipulare stavolta un patto con i lettori: ditemi che storia volete leggere, io ve la scriverò. Nei giorni del 2001 in cui sta per essere pubblicato il romanzo, l’America non è stata ancora scossa dall’attentato dell’11 settembre (il romanzo è uscito dieci giorni prima… nell’incipit Franzen scrive: “Qualcosa di terribile stava per accadere”… incredibile). In che modo quel tragico evento avrebbe condizionato la stesura del testo se si fosse verificato qualche mese prima? Difficile dirlo. L’11 settembre è una specie di spartiacque, anche nella letteratura è esistito un prima e un dopo. Resta il fatto che il romanzo offre al lettore uno spaccato familiare preciso nel quale ciascuno, anche chi americano non è, può ritrovare una parte del proprio vissuto. I personaggi di Franzen sono così vivi che chiunque può riconoscersi o immedesimarsi.
“Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria”.
L’incipit è di quelli che non si dimenticano. Le correzioni è un libro polifonico, con periodi lunghi e complessi e una venatura noir non dichiarata – la traduzione è di Silvia Pareschi. Franzen è bravo a raccontare la società americana attraverso le famiglie disfunzionali, la loro disgregazione, i conflitti generazionali. Le correzioni è uno dei Grandi Romanzi Americani, alla stregua di Underworld di DeLillo, di It di Stephen King, Pastorale Americana di Philip Roth. I protagonisti sono una coppia di anziani coniugi del Midwest (St. Jude è una cittadina immaginaria del Missouri) Alfred ed Enid Lambert, logorati dai ricordi e dalle delusioni di una lunga vita matrimoniale fatta di duro lavoro, di tante rinunce e di frustrazioni taciute. L’uno in preda ai sintomi del Parkinson, l’altra desiderosa di radunare per un ultimo Natale i tre figli (che oggi vivono sulle due coste) educati secondo i valori tradizionali, sempre attenti a correggere ogni deviazione dal giusto. Uno dei temi centrali del romanzo è lo scontro tra la tradizione incarnata dai genitori, rimasti nell’America rurale di St. Jude, e la modernità che ha contagiato i figli. Chip è un professore universitario che ha perso il posto al college per avere intrattenuto una relazione sessuale con una sua allieva. Gary è un dirigente di banca che non vuole ammettere di essersi ammalato di depressione e di trascinarsi un matrimonio finito. Denise è una chef di successo ma dalla vita sentimentale troppo turbolenta e trasgressiva per l’educazione ricevuta. Ritrovarsi tutti a casa per l’ultimo Natale, come vorrebbe Enid, sembra impossibile ma forse non tutto è perduto, e chissà che dopo la tempesta, in casa Lambert, non ritorni finalmente il sereno.
Angelo Cennamo