Perché in Italia non abbiamo avuto scrittori come Cormac McCarthy, Philip Roth, Stephen King e David Foster Wallace? È una domanda stupida? No, è una domanda difficile. E la differenza è importante. Una domanda stupida presuppone una risposta ovvia che chi domanda finge di non conoscere. Questa invece ha una risposta ovvia – storia e cultura diverse – dentro la quale però si nascondono risposte molto meno ovvie, e sono quelle che vale la pena cercare.
Partiamo da un fatto che in Italia si tende a rimuovere per ragioni di orgoglio nazionale: la narrativa non è mai stata il centro di gravità della nostra tradizione letteraria. Il canone italiano si è formato intorno alla poesia: Dante, Petrarca, Leopardi, e intorno alla prosa d’arte, alla pagina costruita come oggetto di contemplazione formale più che come macchina narrativa. Quando Manzoni scrisse i Promessi Sposi fece una cosa rivoluzionaria e per certi versi rimase solo. Il romanzo in Italia non ha mai avuto quella legittimità culturale profonda, quasi biologica, che ha invece nella tradizione anglosassone. In America il romanzo è il luogo dove una nazione giovane e senza storia millenaria ha deciso di raccontarsi, e lo ha fatto con un’urgenza, una fame, una disponibilità al rischio che noi non abbiamo mai avuto nella stessa misura. Melville, Twain, Hawthorne, James: tutti scrittori che arrivano prima che il paese abbia un secolo di vita. L’America è arrivata alla narrativa prima di noi, e l’ha coltivata di più, e con meno complessi.
Il secondo nodo riguarda il rapporto con i linguaggi popolari. McCarthy, King, Wallace, Updike, ciascuno a modo suo, sono autori che hanno assorbito e metabolizzato forme culturali che la tradizione europea, e italiana in particolare, ha a lungo trattato con sufficienza: il cinema, il fumetto, la canzone, la cultura di massa in tutte le sue declinazioni. In Italia questo confine è rimasto a lungo presidiato con una cura quasi ossessiva. Lo scrittore serio non si contaminava. Il romanzo di genere era letteratura minore, il pulp era roba da edicola, il fumetto era per i ragazzi. Questo pregiudizio ha prodotto una letteratura spesso raffinata ma frequentemente asfittica, incapace di respirare l’aria del tempo che viveva. King non sarebbe mai potuto nascere in un paese in cui Stephen King non avrebbe trovato editori disposti a scommettere su di lui senza vergognarsene. Wallace non avrebbe potuto scrivere Infinite Jest, un libro che incorpora la televisione, la pubblicità, il linguaggio delle dipendenze e della terapia, in un contesto culturale che considerava quei materiali indegni della letteratura.
C’è poi una questione politica che in Italia si fa fatica ad affrontare con onestà. Per decenni, una parte significativa dell’editoria e della critica letteraria italiana è stata condizionata da un’idea della letteratura come strumento pedagogico, come veicolo di valori, come pratica che doveva avere una funzione sociale riconoscibile e corretta. Non è un caso che i romanzi italiani più celebrati del secondo Novecento siano quasi sempre romanzi con una tesi: sulla Resistenza, sul capitalismo, sul Mezzogiorno, sul potere. Non è un difetto in sé: alcuni di quei libri sono grandi libri. Ma questo orientamento ha ristretto il campo, ha reso sospetti certi eccessi formali, ha penalizzato la sperimentazione pura, ha guardato con diffidenza a tutto ciò che non fosse inquadrabile in una categoria culturale e politica riconoscibile. Roth poteva scrivere di sesso e di identità ebraica e di America con una libertà assoluta perché il contesto americano gliela concedeva, e perché il mercato editoriale americano era abbastanza grande e abbastanza plurale da contenere tutto. In Italia lo stesso tipo di libertà avrebbe trovato più resistenze, più diffidenze, più domande implicite sulla correttezza ideologica dell’operazione.
L’ultimo nodo è forse il più difficile da articolare: l’assenza di coraggio nella sperimentazione. Non si tratta di talento: l’Italia ha prodotto scrittori di talento straordinario, da Gadda a Landolfi a Manganelli, da Calvino a Pasolini. Si tratta di qualcosa di più sistemico: la mancanza di un ecosistema culturale disposto a sostenere il rischio. Wallace scrisse un romanzo di mille pagine con circa quattrocento note e trovò un editore, un pubblico, una critica capaci di stargli dietro. McCarthy scrisse Meridiano di sangue – un libro di violenza assoluta e una prosa biblica – e ci vollero anni prima che il mondo capisse cosa aveva in mano, ma il libro esisteva, circolava, aspettava. In Italia il coraggio formale ha spesso avuto vita breve o vita sotterranea: Gadda fu adorato da pochi e ignorato da molti, Landolfi rimase ai margini per decenni, Manganelli fu rispettato e non letto. Il sistema premiava la misura, la riconoscibilità, la letteratura che assomigliava alla letteratura.
Questo non significa che la narrativa italiana sia povera, significa che ha avuto una forma diversa, con punte altissime e un centro di gravità differente. Significa anche che alcune domande su cosa poteva essere e non è stato restano aperte, e che farle non è ingratitudine verso quello che abbiamo, ma una curiosità onesta verso quello che manca.
Angelo Cennamo