C’è una vecchia canzone degli Stadio, poi ripresa da Gianni Morandi, che dice: «Chiedi chi erano i Beatles». Per comprendere davvero il senso di questa storia – troppo breve e troppo tragica per essere definita felice, eppure felice lo è stata comunque – bisogna partire proprio da lì: dai quattro “scarafaggi” di Liverpool che, nei primi anni Sessanta, hanno rivoluzionato la musica mondiale e dato origine a talenti irripetibili come Paul McCartney e John Lennon. Chi ha la mia età è riuscito a essere coevo dei Beatles prima ancora che dei loro postumi più celebri, prima che diventassero definitivamente mito, materia da libri e anniversari. Michelangelo Iossa – che d’ora in avanti chiamerò semplicemente Michelangelo, per l’amicizia che ci lega – appartiene invece a una generazione successiva. Per una manciata d’anni non ce l’ha fatta a viverli in diretta. Ma se chiedi a Michelangelo chi erano i Beatles, lui saprà risponderti meglio di chiunque altro. Il suo libro, I giorni di Lennon, edito da Diarkos, racconta l’ultimo tratto di vita di quella che molti considerano la vera anima dei Beatles (con tutto il rispetto dovuto al sopravvissuto Paul). È il racconto degli anni newyorkesi di John Lennon, dell’incontro decisivo con Yoko Ono e del confronto, spesso aspro, con l’America dell’era Nixon. Ma come si racconta la storia di un uomo leggendario come Lennon senza cadere nella retorica o nella semplice celebrazione? Michelangelo ha scelto una strada precisa: concentrarsi sul “secondo tempo”, sul passaggio cruciale tra la fine dei Beatles e l’inizio di una nuova stagione che si annunciava carica di promesse, ma che non ha avuto il tempo di realizzarle fino in fondo. I giorni di Lennon è molto più di una biografia. È una finestra aperta su un’epoca e sui suoi rimandi culturali, politici e artistici. In circa 220 pagine dense e appassionate scorrono musica, aneddoti, fatti noti e retroscena meno conosciuti. È la storia personale di Lennon, certo, ma anche quella di un’America in fibrillazione, segnata dalla guerra in Vietnam, dalle tensioni sociali e dallo scandalo Watergate. In soli diciotto anni di carriera musicale e professionale (dal 1962 al 1980) John Lennon ha lasciato un segno indelebile nella cultura del Novecento, quel secolo che simbolicamente va da Lenin a Lennon. Nel 1976, con la concessione della green card, New York diventa definitivamente la sua città, al termine di una battaglia legale durata cinque anni contro l’amministrazione Nixon. Il pretesto per negargli il diritto di cittadinanza era una vecchia condanna per droga in Inghilterra, ma il vero timore era il suo peso politico e simbolico. “Negli anni Settanta New York è come la Roma dei Cesari”, diceva Lennon. Se n’era innamorato già nel 1964, durante il primo tour americano dei Beatles, e vi si era trasferito stabilmente nel 1971, l’anno di Imagine.
Fondamentale in questo periodo è l’incontro con Yoko Ono, amante prima e moglie poi dal 1969: artista concettuale, figlia ribelle di una ricchissima famiglia giapponese. È lei a portarlo in giro per la città, a mostrargliela, a introdurlo in un ambiente creativo e stimolante fatto di incontri con Bob Dylan, Abbie Hoffman, i movimenti artistici del Greenwich Village. Nasce così l’impegno pacifista e politico di Lennon contro Nixon e la guerra, tradotto in canzoni-manifesto come Imagine e Happy Xmas (War Is Over). Un impegno che non passa inosservato: Lennon finisce sotto l’attenzione costante dell’FBI di Edgar Hoover. Nixon era ossessionato da lui, lo faceva pedinare, temeva la sua influenza soprattutto sui giovani e sui movimenti di protesta. E c’è anche la questione irlandese, con brani come Sunday Bloody Sunday, titolo che ispirerà anni dopo anche gli U2. Una delle tante cose che non sapevo o che non ricordavo di questa parabola straordinaria era che nel 2017 Yoko Ono ha ottenuto il riconoscimento ufficiale di co-autrice di Imagine. Il testo, infatti, sarebbe stato ispirato da una raccolta di sue poesie, e lo stesso Lennon aveva ammesso che senza quell’influenza la canzone non sarebbe mai nata. Confesso che la scoperta mi ha un po’ infastidito. Sarà che ho sempre avuto un pregiudizio verso la sig.ra Lennon. Il 1973 è un anno cruciale: John si separa da Yoko e va a vivere in un lussuoso appartamento al Dakota Building. Inizia una relazione con May Pang, assistente di Yoko, prima di tornare nuovamente con lei. Figura chiave, quasi misteriosa, nella vita della coppia è il cartomante John Green, ribattezzato Charlie Swan: una sorta di guida spirituale, l’Oracolo, pagato la cifra impressionante di 25.000 dollari all’anno. La separazione “legale” dai Beatles viene sancita solo dopo il 1975, lo stesso anno dell’ultima apparizione pubblica di Lennon e della nascita, inattesa, del figlio Sean. Tra il 1975 e il 1980 Lennon non tocca mai una chitarra, eppure continua a comporre, a pensare musica, scegliendo una sorta di invisibilità volontaria, paragonabile a quella di Mina o di J.D. Salinger. Nell’estate del 1980 arriva il ritorno sulle scene con (Just Like) Starting Over, preludio a una nuova fase creativa. Ma il tempo si ferma l’8 dicembre 1980, quando Lennon viene ucciso con cinque colpi di pistola sotto casa sua da Mark David Chapman. Poche ore prima, nello stesso luogo, Chapman si era fatto autografare Double Fantasy, l’ultimo album del songwriter. Lennon aveva compiuto quarant’anni da appena un mese. Quando i poliziotti Steve Spiro e Peter Cullen arrestano Chapman, trovano nelle sue tasche duemila dollari in contanti e una copia de Il giovane Holden di Salinger, libro che l’assassino considerava “ispiratore dell’omicidio”. Dieci anni dopo dichiarerà: «Con quei cinque colpi di pistola ho piantato l’ultimo chiodo sulla bara degli anni Sessanta». Omicidio politico? Chapman manovrato dalla CIA? Domande che restano sospese, come molte ombre di quella fine. Oggi una parte di Central Park è dedicata a Lennon e porta il nome di Strawberry Fields, come una delle sue canzoni più amate scritte con i Beatles. Al centro dell’area, il mosaico Imagine, donato dal Comune di Napoli, è diventato un luogo di memoria e pellegrinaggio laico.
Nella seconda parte del libro, Michelangelo arricchisce il racconto con interviste a Yoko Ono e ai due figli di Lennon, Sean e Julian, offrendo ulteriori prospettive intime e umane. Ne esce il ritratto di un uomo complesso, fragile e immenso, e di un’epoca che, anche se brutalmente interrotta, continua a parlarci. Basta, ancora una volta, chiedere chi erano i Beatles.
Angelo Cennamo