Harry “Rabbit” Angstrom è forse il personaggio più compiutamente americano che la narrativa del secondo Novecento abbia prodotto. John Updike lo segue per quattro romanzi e trent’anni di storia reale del paese, trasformandolo nel sismografo di ogni scossa culturale, sessuale, economica e politica che attraversa gli Stati Uniti tra la fine degli anni Cinquanta e la seconda metà degli Ottanta. Nelle cronache di Harry, per osmosi, il privato resta sempre allineato al pubblico. Il declino della classe operaia bianca protestante, l’ingresso delle minoranze nella scena sociale, le crisi petrolifere, l’edonismo reaganiano, l’invecchiamento dei baby boomer, tutto passa attraverso il suo corpo e la sua coscienza, quasi un romanzo per decennio scritto mentre il decennio ancora accadeva.La fuga di casa del giovane ex campione di basket liceale che dà il titolo al primo libro è il gesto fondativo di tutta la saga, e Updike non se ne libera mai. Da lì in avanti Harry oscilla tra spettatore travolto dalla storia e uomo finalmente benestante ma svuotato, nostalgico di una gioventù mai davvero vissuta, fino alla resa dei conti in cui il cuore cede mentre attorno a lui anche l’America dei valori semplici mostra la propria obsolescenza. Quasi per contagio, ogni fase della vita adulta di Harry porta con sé il clima del momento storico in cui è immersa: la promessa tradita degli anni Cinquanta, la fatica di reggere il cambiamento negli anni Sessanta, l’agio economico senza senso degli anni Settanta, il logoramento fisico e collettivo che chiude il ritratto. Dentro questo arco si muovono due relazioni che Updike costruisce con pazienza quasi geologica. Janice, la moglie, è all’inizio una figura opaca, goffa, alcolica, oggetto del disprezzo silenzioso di Harry, ma romanzo dopo romanzo Updike la libera da quello sguardo maschile che la imprigiona, fino a farla emergere come una donna capace di autonomia economica e sessuale, al punto che nell’ultimo capitolo è lei, non lui, a tenere in mano l’azienda di famiglia. Il loro matrimonio resta un campo di battaglia mai risolto tra dipendenza e risentimento, fedeltà e adulterio reciproco. Proprio nell’incapacità di rompere del tutto il legame, pur senza mai viverlo con pienezza, sta la verità più amara che Updike racconta sul matrimonio borghese americano. Ancora più dolente è il rapporto con il figlio Nelson, sviluppato quasi per intero sull’assenza paterna. Harry lo tratta con un misto di insofferenza competitiva e distacco emotivo, incapace di offrirgli un modello di autorità che lui stesso non ha mai saputo costruire. È un Edipo rovesciato, in cui non è il figlio a dover uccidere simbolicamente il padre, ma è il padre che, invecchiando e ammalandosi, lascia al figlio solo macerie, fino alla dipendenza dalla cocaina e al dissesto della concessionaria di famiglia. Rabbit incarna una versione degradata e borghese del sogno americano: non l’ambizione sfrenata di un Gatsby ma la nostalgia per una gloria adolescenziale irripetibile, sostituita da una rincorsa di piaceri piccoli e colpevoli che non riempiono mai il vuoto di fondo. Condivide con Gatsby l’idealizzazione di un passato perduto, restando però carnale e disincantato dove l’altro è romantico; ha qualcosa di Willy Loman nel fallimento silenzioso dentro il mito del successo, e di Frank Wheeler nella stessa suburbia insoddisfatta di Revolutionary Road. Accostabile per una guerra tutta interiore, mai contro nemici esterni, anche a Roth o a Mailer, di cui però non condivide né l’ironia nevrotica del primo né la teatralità aggressiva del secondo: la battaglia di Harry resta domestica, è fatta di minuscole viltà quotidiane. Lo stile con cui Updike gli dà forma è iperrealistico e sensoriale, capace di restituire un prato, un’automobile, un corpo che invecchia con una densità pittorica, spesso attraverso un presente storico che nel primo romanzo crea un’immediatezza cinematografica raramente eguagliata. A questo si unisce un discorso indiretto libero che entra ed esce dalla coscienza di Harry senza giudizi espliciti, lasciando al lettore il compito di decidere quanto amare o disprezzare questo personaggio così meschino e vitale insieme. Anche il sesso, trattato con una franchezza scandalosa per l’epoca, non è quasi mai piacere fine a sé stesso, è più un’esperienza malinconica, il tentativo fallito di sostituire altre assenze. Updike disse di aver voluto scrivere il romanzo americano medio, e ci riuscì, soprattutto negli ultimi due capitoli della serie, rifiutando ogni forma di eroismo. Perché Rabbit ci piace così tanto? Perché è insoddisfatto, esaltato, codardo e vitale come milioni di americani della stessa generazione: un uomo senza nulla di eccezionale, se non l’abilità di essere, nonostante tutto, pienamente umano. La sua grandezza letteraria sta tutta in questa mediocrità irrisolta, mai riscattata.
Angelo Cennamo