Nessun personaggio di Moby Dick paga un prezzo così alto per la propria lucidità come Starbuck. Quando, nel capitolo XXXVI, Achab consacra sul cassero il proprio giuramento di vendetta contro la Balena Bianca, il primo ufficiale è l’unico a opporsi apertamente: obietta in nome del dovere della loro impresa, della ragione pratica e della legittimità della caccia alle balene. Vendicare un torto personale contro un «bruto muto» gli appare non soltanto irrazionale ma quasi blasfemo. Achab gli risponde con una delle battute più celebri e più fraintese dell’intero romanzo: dietro ogni maschera visibile esiste una forza invisibile che ci colpisce e ci sfida; se quella maschera è la balena, allora sarà la balena a ricevere il colpo. Melville lascia volutamente nell’ambiguità la natura di quella forza (Dio, il destino, il male, o forse il vuoto stesso dell’universo) trasformando la caccia in un conflitto metafisico più che materiale. Starbuck tace e nel suo silenzio, più ancora che nell’oratoria febbrile di Achab, prende forma la tragedia del romanzo. La critica novecentesca ha spesso identificato Starbuck con il rappresentante del buon senso puritano, la voce della prudenza quacchera opposta alla hybris del capitano. È una lettura corretta, ma incompleta. Starbuck non incarna semplicemente la ragione contrapposta alla follia: rappresenta piuttosto la ragione incapace di tradursi in azione. È questa impotenza a renderlo una figura tragica quanto o addirittura più di Achab.
Melville prepara il terreno già nel capitolo XXVI, dedicando al suo personaggio un ritratto virtuoso prima ancora che il romanzo lo metta realmente alla prova. Starbuck è un uomo di coscienza salda, coraggioso non perché ignori la paura ma perché la paura sa dominarla; possiede la capacità di valutare il rischio con lucidità e di misurare le conseguenze delle proprie decisioni. Il suo è un eroismo borghese e calvinista, fondato sul senso della responsabilità verso la famiglia, l’equipaggio e il lavoro. Achab, al contrario, incarna un eroismo romantico e titanico che ha consumato ogni prudenza nell’ossessione. Melville non contrappone queste due figure per decretare la vittoria dell’una sull’altra, ma per mostrare come entrambe, isolate, siano destinate al fallimento: la prudenza di Starbuck, priva della forza di imporsi, si rivela sterile quanto la volontà smisurata di Achab, priva di ogni limite, si rivela autodistruttiva.
Il punto culminante di questo confronto si trova nel capitolo CXXIII, The Musket. Starbuck entra nella cabina del capitano con un fucile carico e, per un istante, possiede il potere assoluto di impedire la catastrofe imminente. Melville costruisce la scena con una lentezza quasi insostenibile. Starbuck pesa il significato del proprio gesto, pensa alla moglie, al figlio lontano, ai doveri verso l’equipaggio e alla possibilità di un ammutinamento che potrebbe apparire insieme necessario e criminale. Alla fine abbassa l’arma e la rimette al suo posto. È una delle scene più alte del romanzo perché mostra che la tragedia non nasce soltanto dall’eccesso di volontà incarnato da Achab, ma anche dall’incapacità di chi comprende perfettamente il pericolo di trasformare quella comprensione in azione. Starbuck ha ragione su tutto, e proprio per questo la sua coscienza, irrigidita dal rispetto dell’autorità e dell’ordine morale, finisce per diventare involontariamente complice della rovina che aveva previsto. Nella sua figura Melville sembra anticipare uno dei grandi temi della successiva letteratura americana: l’individuo moralmente integro che, nel rispetto delle regole e delle gerarchie cui appartiene, contribuisce suo malgrado al perpetuarsi del male che vorrebbe evitare. Letto in questa prospettiva, Starbuck può essere accostato anche allo scrivano Bartleby. Se Bartleby oppone al sistema una resistenza assolutamente passiva, condensata nel celebre «Preferirei di no», Starbuck rappresenta il polo opposto: un’obbedienza altrettanto passiva che, invece di inceppare il meccanismo, lo mantiene in funzione. Sono due risposte diverse alla medesima crisi del rapporto tra coscienza individuale e autorità.
Anche il confronto con Arthur Dimmesdale, protagonista de La lettera scarlatta di Hawthorne, illumina alcuni aspetti della sua figura. Entrambi sono uomini animati da un profondo senso di giustizia, la cui interiorizzazione del dovere diventa essa stessa un ostacolo all’azione decisiva. Ma se Dimmesdale è consumato da una colpa privata e segreta, Starbuck è lacerato da una responsabilità collettiva: sa che l’intero equipaggio sta andando incontro alla morte e tuttavia non riesce a spezzare il vincolo dell’obbedienza. Un rapporto altrettanto significativo si stabilisce con Ismaele. Starbuck rappresenta la coscienza che tenta invano di opporsi dall’interno al potere di Achab, Ismaele la coscienza che sopravvive grazie alla distanza. Non salva nessuno, non arresta la tragedia, ma ne diventa il testimone. La sua salvezza, affidata simbolicamente alla bara-scialuppa di Queequeg, deriva dal fatto di trovarsi ai margini del centro magnetico esercitato da Achab. Starbuck muore perché prova a correggere il sistema dall’interno; Ismaele vive perché rimane abbastanza esterno da poter raccontare ciò che è accaduto. Melville sembra così suggerire che, di fronte al potere carismatico e autodistruttivo, la coscienza dispone soltanto di due possibilità: un’opposizione interna destinata inevitabilmente al fallimento oppure il distacco che salva il testimone ma non impedisce la catastrofe.
Anche oltre l’Ottocento la figura di Starbuck continua a proiettare la propria ombra sulla narrativa americana. Pur con tutte le differenze, si può riconoscere qualcosa della suo profilo in Nick Carraway de Il grande Gatsby. Entrambi osservano da vicino un uomo dominato da un’ossessione che comprendono più lucidamente del protagonista stesso; entrambi ne colgono il potenziale distruttivo senza riuscire realmente a modificarne il destino. La differenza è decisiva: Starbuck tenta di agire e fallisce; Nick rimane soprattutto un narratore che comprende e testimonia. In questo passaggio sembra delinearsi una traiettoria tipica della letteratura americana nella quale la lucidità morale tende progressivamente a coincidere con la posizione del testimone più che con quella dell’agente. Se in Achab ritroviamo la hybris che la cultura americana insieme teme e ammira (l’uomo capace di trasformare una vocazione in un’ossessione assoluta) in Starbuck intravediamo invece le virtù che quella stessa cultura dichiara di celebrare: responsabilità, fede, senso del limite. Eppure il romanzo condanna entrambi allo stesso destino. A Starbuck viene concessa una sola occasione per cambiare il corso degli eventi, e proprio la sua rettitudine gli impedisce di coglierla. È forse questa una delle riflessioni più severe che Moby Dick affida al lettore: una comunità che forma uomini giusti ma non li rende capaci di opporsi, quando è necessario, a un’autorità carismatica e distruttiva, rischia di condividere inevitabilmente il destino della nave che essi, loro malgrado, continuano a servire.
Angelo Cennamo