Ci sono scene che non si dimenticano: le domande di Holden Caulfield sulle anatre di Central Park; il suicidio nel forno a microonde del filmmaker Incandenza in Infinite Jest; Mickey Sabbath, ne Il teatro di Sabbath, sorpreso dall’amico Norman mentre nella vasca da bagno cerca di masturbarsi con la fotografia della figlia. E poi l’inizio di Corri, Coniglio: Harry Angstrom vede dei ragazzini giocare a basket intorno a un palo della luce e si mette a giocare con loro. È un ingresso in scena formidabile. Prima ancora di dirci chi sia Harry, Updike ci fa vedere il bambino che è rimasto dentro quell’uomo di ventisei anni. Che strano nome, Coniglio. Rabbit. Lo chiamano così per il viso largo e bianco, per gli occhi azzurri e per quel fremito nervoso sotto il naso corto mentre si infila la sigaretta in bocca. Quando nel 1960 John Updike pubblica Rabbit, Run, non sa ancora che Harry Angstrom lo accompagnerà per trent’anni e che diventerà uno dei personaggi più memorabili della letteratura americana del Novecento. All’inizio Harry vive a Brewer, Pennsylvania. È stato un buon giocatore di basket al liceo, una promessa che non ha mantenuto. Adesso vende uno strano utensile da cucina, il Magisbuccia, e conduce una vita che gli sembra già finita: Janice, sua moglie, Nelson, il figlio, un altro bambino in arrivo. Janice beve, è fragile, infelice, e il matrimonio è diventato per entrambi qualcosa da sopportare più che una vita da vivere. Harry non affronta il problema. Sale in macchina e se ne va. È qui che comincia davvero la storia. La sua fuga è una delle cose più riuscite che Updike abbia scritto, perché Harry non scappa da un pericolo: scappa dalla propria vita. E soprattutto dall’idea di dover diventare adulto. In questo senso il confronto con Holden Caulfield viene quasi spontaneo. Holden gira per New York dopo essere stato espulso da scuola e non trova le parole per tornare a casa. Harry ha una moglie, un figlio e responsabilità molto più pesanti, ma anche lui non sa che cosa fare della propria condizione. La differenza è che Holden è ancora un ragazzo; Harry è già un uomo e continua a comportarsi come se avesse davanti a sé tutto il tempo del mondo. Ben Lerner, in The Topeka School, ha scritto dell’America come di un’adolescenza senza fine. Harry Angstrom sembra fatto apposta per quella frase. Vuole essere libero, ma non sa che cosa farsene della libertà. Vuole una vita diversa, ma non ha la minima idea di quale dovrebbe essere. Janice è la prima persona che ferisce. Poi arriva Ruth, una donna che ha già imparato a non aspettarsi molto dagli uomini. Harry entra nella sua vita e per un momento crede di aver trovato la soluzione: una casa diversa, un corpo diverso, una donna diversa. Non funziona. Il problema è Harry, e Harry porta se stesso ovunque vada. È uno degli aspetti che rendono grande la tetralogia. Coniglio cambia, invecchia, diventa più ricco, perde denaro, si innamora, tradisce, torna indietro, diventa padre e poi nonno, ma non riesce mai a liberarsi davvero di quella prima irrequietezza. La fuga che sembrava un gesto di ribellione diventa il suo modo abituale di stare al mondo. E andando avanti nei libri quella fuga perde progressivamente il suo fascino. In Il ritorno di Coniglio, undici anni dopo, Harry è già dentro un’America completamente diversa: il Vietnam, i conflitti razziali, la controcultura, la contestazione. Non è più il ragazzo che parte in macchina. È un uomo che osserva un mondo che non riconosce e che, in fondo, non ha mai smesso di sentirsi estraneo anche al proprio. In Sei ricco, Coniglio Updike fa qualcosa di straordinario: gli dà quello che aveva sempre inseguito. Harry ha denaro, una concessionaria Toyota, una casa, una famiglia, una posizione rispettabile. Ha svoltato. Ma scopre che non basta. È forse il momento in cui la saga diventa più amara: Coniglio non è più soltanto l’uomo che fugge dalla rispettabilità, è l’uomo che quella rispettabilità l’ha ottenuta, eppure continua a sentirsi in fuga. Nel frattempo c’è Nelson, il figlio. Il rapporto tra i due è uno dei fili più dolorosi dell’intera tetralogia. Harry ha passato la vita a cercare di non essere intrappolato dalla famiglia e finisce per ritrovare se stesso proprio nel figlio che avrebbe voluto educare diversamente. Le colpe dei padri, in Updike, non passano da una generazione all’altra in modo ordinato: si deformano, cambiano forma e tornano fuori quando meno te l’aspetti. La religione accompagna tutta questa storia. Il reverendo Eccles entra nel romanzo come un controcanto alla fuga di Harry. Non è il prete che arriva per mettere ordine nella vita del protagonista e salvarlo. È qualcuno che prova a capire che cosa significhi vivere quando non esiste una risposta semplice. Harry si misura continuamente con Dio e con la fede, ma diffida di tutto ciò che pretende di spiegargli la vita. Anche questo lo rende profondamente americano: la religione è ovunque, ma non mette a tacere l’inquietudine. Il sesso, poi, fu una delle ragioni per cui Corri, Coniglio fece discutere alla sua prima uscita. Updike scrive del desiderio con una libertà che allora appariva scandalosa; il sesso nel romanzo è una delle poche cose attraverso cui Harry riesce ancora a sentire di essere vivo. Per questo il paragone con Philip Roth viene naturale. Roth e Updike raccontano entrambi una certa America bianca, borghese, sessualmente inquieta, piena di desideri che entrano continuamente in conflitto con la famiglia e con la decenza. Ma lo fanno in modi diversi. Roth tende a incendiare il mondo interiore dei suoi personaggi; Updike osserva anche ciò che hanno intorno: automobili, case, supermercati, elettrodomestici, vestiti, pubblicità, soldi. L’America di Harry Angstrom è fatta di queste cose. È un’America che si può quasi toccare. Per questo Corri, Coniglio non è soltanto il romanzo di un uomo che abbandona la moglie. È il primo capitolo di una lunga osservazione della vita americana nella seconda metà del Novecento. Updike segue Harry mentre il paese cambia, e ogni volta che torna da lui scopre che anche Coniglio è cambiato, ma mai abbastanza. Il ritorno di Coniglio arriva nel 1971, Sei ricco, Coniglio nel 1981, Riposa, Coniglio nel 1990. Trent’anni di storia americana passano attraverso la vita di un uomo che non ha mai avuto un ruolo nella Storia. Ecco il colpo di genio: prendere un americano qualunque e lasciarlo invecchiare davanti a noi. Non un presidente, non un gangster, non un eroe della frontiera. Un ex giocatore di basket che vende attrezzi da cucina, poi vende automobili, litiga con la moglie, tradisce, cresce male un figlio, accumula denaro e infine deve fare i conti con il proprio corpo. Updike riesce a trasformare la vita ordinaria in materia epica senza mai renderla davvero epica. Penso a David Foster Wallace e alla sua definizione di Updike come scrittore generazionale. Al di là del significato preciso che Wallace attribuiva a quelle parole, è difficile negare che nei romanzi di Updike ci sia il ritratto di una precisa stagione americana: quella di una certa middle class bianca che vede sgretolarsi sotto i piedi il mondo nel quale è cresciuta e non sa bene con cosa sostituirlo. Corri, Coniglio esce pochi anni dopo On the Road. Anche Kerouac racconta la fuga, ma sulla strada la fuga diventa mito. Updike la riporta a casa. Harry non deve attraversare l’America per scoprire che qualcosa non va. Gli basta uscire dalla porta. E ogni volta che parte, prima o poi torna. Questa è forse la cosa che più mi colpisce di Coniglio dopo aver riletto il primo romanzo: Harry fa di tutto per liberarsi della famiglia e della vita che si è costruito, fugge, tradisce Janice, viene tradito a sua volta, cerca altre donne, altre case, altre possibilità. Eppure è sempre lì. Non riesce a fare a meno di quella prigione. Janice, Nelson, la casa, Brewer, persino le sue sconfitte sono diventati parte di lui. La fuga non lo libera: gli permette soltanto di rimandare il momento in cui dovrà guardare in faccia la propria vita. E c’è qualcosa di ancora più triste: Harry non vuole soltanto scappare dalla famiglia, vuole anche che quella famiglia continui a esserci. Vuole essere libero e, nello stesso tempo, vuole essere necessario a qualcuno. È questa contraddizione a rendere Harry Angstrom un personaggio così difficile da dimenticare. In lui Updike ha messo quella parte di noi che continua a pensare che in un altro posto, con un’altra donna, un altro lavoro, un’altra casa, un’altra automobile, potrebbe finalmente cominciare la vita vera. Coniglio corre per trent’anni dietro a questa illusione. E più invecchia, più diventa chiaro che non sta cercando un posto dove arrivare. Sta cercando un modo per non fermarsi. Per questo l’inizio e la fine della tetralogia sembrano parlarsi a distanza. All’inizio c’è il basket, il corpo giovane, l’istinto di scappare. Alla fine c’è un uomo che non può più sottrarsi al proprio corpo e al proprio tempo. Harry Angstrom muore dopo aver passato una vita a rimandare il momento in cui avrebbe dovuto fermarsi. Forse è questa la ragione per cui, più di sessant’anni dopo, Coniglio continua a correre nella letteratura americana. Non è diventato un monumento: è rimasto un uomo.
Angelo Cennamo