Il 16 luglio 1951 Little, Brown & Company mandava in libreria un romanzo breve, scritto da un reduce dello sbarco in Normandia che si firmava J.D. Salinger, con un titolo che suonava quasi come un errore di battitura: The Catcher in the Rye, e settantacinque anni dopo il ragazzo con il berretto rosso da cacciatore girato all’indietro cammina ancora per Manhattan, insonne, cinico e disperatamente tenero, non invecchiato di un giorno, sedici anni per sempre mentre i suoi lettori accumulano compleanni. In un anniversario così tondo viene la tentazione dell’elogio funebre, del classico messo sotto vetro, ma preferisco guardare Holden come un nodo genealogico, qualcuno che discende da un padre fluviale e ottocentesco e che a sua volta genera una progenie nevrotica e urbana, uno snodo tra Huckleberry Finn e Alexander Portnoy, tra la zattera sul Mississippi e il lettino dello psicoanalista a Manhattan. Hemingway diceva che tutta la letteratura americana moderna viene da un solo libro di Twain, quello con Huck Finn, ed è diventata una frase da bignami critico ma resta calzante: Twain inventa una voce sgrammaticata apposta, orale, sospettosa di ogni forma di “sivilizzazione”, che non si ribella agli adulti in sé ma all’ipocrisia che gli adulti hanno organizzato in sistema, e Huck scappa dalla vedova Douglas che vuole civilizzarlo, scappa da un padre violento, scappa lungo un fiume che è insieme libertà e minaccia. Holden non ha un fiume, ha la Fifth Avenue, i taxi gialli, gli ascensori degli alberghi di lusso, ma la struttura profonda è la stessa: anche lui è un fuggiasco, espulso da scuola, incapace di tornare a casa, che vaga per una città-labirinto in un’odissea urbana compressa in tre giorni, e soprattutto parla con la stessa voce di Twain, riadattata allo slang newyorchese di metà secolo, le ripetizioni ossessive, la sintassi che si accumula per accostamento invece che per subordinazione, l’insofferenza per qualunque eloquenza troppo curata: lo stesso trucco stilistico, fingere l’oralità per smascherare la retorica. La parola phony di Holden è semplicemente la traduzione novecentesca e borghese di quella che per Huck era la “sivilizzazione”, un sistema di buone maniere che nasconde violenza e morte, e dove Huck deve decidere se tradire lo Stato per salvare Jim, schiavo in fuga, Holden deve decidere se salvare l’infanzia, la propria, quella della sorella Phoebe, quella dei bambini immaginari nel campo di segale, da un’età adulta che considera una lenta corruzione: la fantasia del catcher in the rye, l’acchiappa-bambini sull’orlo del precipizio, ha la stessa struttura del salvataggio di Jim, sottrarre un innocente a un destino che il mondo adulto giudica scontato. Guardando avanti invece che indietro, la parentela più esatta, e più scandalosa, è con un romanzo che diciotto anni dopo avrebbe fatto ancora più rumore, Portnoy’s Complaint di Philip Roth, 1969, dove ancora un ragazzo ebreo del Nord-Est, ossessionato da sesso e morte, insofferente ai genitori, incapace di distinguere la propria voce da quella del mondo che lo giudica, e soprattutto di nuovo un monologo: Il Giovane Holden è, tecnicamente, un resoconto che Holden fa a qualcuno, probabilmente un terapeuta, nella casa di riposo californiana da cui scrive dopo il crollo nervoso finale, mentre Alexander Portnoy parla esplicitamente, per tutto il libro, al dottor Spielvogel, il suo analista, in un flusso ininterrotto di confessione comica e disperata; Roth ha tolto le virgolette e reso udibile ciò che in Salinger restava implicito, entrambi i romanzi sono sedute analitiche travestite da narrativa, la voce di un adolescente, o di un adulto incastrato nell’adolescenza, che si racconta a un ascoltatore silenzioso cercando insieme assoluzione e comprensione. C’è poi il modo in cui i due usano la comicità come schermo del dolore: Holden è divertente, sarcastico, capace di trasformare ogni disastro in una battuta, proprio nei momenti in cui il lutto per il fratello Allie diventa insostenibile, e Portnoy fa lo stesso, portato all’esasperazione farsesca, la comicità nevrotica come unica forma disponibile per raccontare un trauma familiare che altrimenti resterebbe muto, Holden l’infanzia che rifiuta di morire, Portnoy l’infanzia che non è mai riuscita a morire nel modo giusto, bloccata nella pubertà freudiana invece che nella purezza pre-sessuale del campo di segale. Il filo continua: Salinger genera anche una linea femminile e depressiva, Esther Greenwood, protagonista de La campana di vetro di Sylvia Plath, condivide con Holden il ricovero psichiatrico come cornice narrativa e l’ironia applicata a una crisi che rischia di essere fatale, genera i fratelli Glass di Franny e Zooey, Holden riscritto come genio precoce invece che come bocciato cronico, e genera, decenni dopo, un’intera stagione di romanzi urbani in prima persona, Meno di zero di Ellis, Le mille luci di New York di McInerney, dove l’alienazione adolescenziale diventa alienazione da club e cocaina ma la struttura resta salingeriana fino in fondo, un narratore disincantato che attraversa una città di notte, disgustato e affascinato insieme; persino David Foster Wallace, che diffidava della sacralità intoccabile attribuita a Salinger, ne eredita l’ossessione più profonda, la sincerità come problema e non come dato di partenza, come acchiappare l’autenticità in un mondo, accademico, televisivo, pubblicitario, costruito apposta per produrre versioni “phony” di se stessi, lo stesso interrogativo di Holden spostato dal Pencey Prep alle rehab e ai televisori via cavo di Infinite Jest. A settantacinque anni un romanzo può finire in un museo o restare un organismo vivo, e Il Giovane Holden sta chiaramente nella seconda categoria, non solo per le vendite, decine di milioni di copie, ristampe ininterrotte, presenza fissa nei programmi scolastici e nelle liste di censura, che è un altro modo per dire “libro vivo”, ma perché ha trovato una soluzione tecnica, la voce orale, confessionale, inaffidabile, che continua a funzionare per raccontare un dolore preciso, quello di chi vede troppo chiaramente le crepe nel mondo degli adulti proprio mentre gli viene chiesto di entrarci; Huck aveva un fiume su cui fuggire per sempre, verso il Territorio, Portnoy ha solo il lettino di Spielvogel e una battuta finale che è quasi un urlo, e Holden, in mezzo, ha Central Park, le anatre che forse migrano e forse no, e una domanda che pone quasi ridendo ma è la più seria del libro: dove vanno a finire, d’inverno, le cose che dovrebbero solo scomparire.
Angelo Cennamo