L’11 settembre ha costretto la narrativa americana a misurarsi con la fine di una lunga parentesi storica. Per circa un decennio, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica fino agli attentati del 2001, il romanzo statunitense aveva potuto relegare la storia sullo sfondo, come una presenza remota ncapace di incidere in modo decisivo sulle esistenze individuali. Il baricentro del racconto si era così spostato verso i conflitti privati, le dinamiche familiari, le inquietudini identitarie e le contraddizioni del quotidiano. L’11 settembre spezza improvvisamente questo equilibrio. La storia torna a imporsi come una forza che ridefinisce l’immaginario, il rapporto con il tempo e la stessa funzione del romanzo.
Da Thomas Pynchon a Don DeLillo, fino a David Foster Wallace, la grande narrativa americana degli ultimi decenni del Novecento aveva elaborato modalità differenti di rappresentare una realtà sempre più opaca e interconnessa. Nei romanzi di Pynchon la storia si disperde in sistemi paranoici e reti invisibili che sfuggono a ogni ricostruzione lineare; in DeLillo il potere si manifesta attraverso i media, il linguaggio e la circolazione delle immagini; Wallace concentra invece l’attenzione sulle forme dell’esperienza contemporanea, mostrando come l’individuo venga modellato dall’intrattenimento, dall’informazione e dai nuovi dispositivi dell’attenzione. Pur nelle loro profonde differenze, questi autori condividono una convinzione di fondo: la realtà non è più interpretabile attraverso rapporti semplici di causa ed effetto. La dimensione politica non è assente; al contrario, si manifesta nelle sue ricadute sulla vita quotidiana, ma raramente assume la forma di un evento capace di interrompere il corso dell’esperienza. La storia appare piuttosto come un processo diffuso, privo di un centro riconoscibile: l’evento tende a dissolversi nella struttura, il soggetto nella rete delle relazioni, la verità nella proliferazione delle interpretazioni. La categoria dominante non è il conflitto, ma la complessità.
In questo clima culturale nasce Le correzioni di Jonathan Franzen. Il romanzo arriva nelle librerie il 1° settembre 2001, appena dieci giorni prima degli attentati, al termine di una lunga campagna editoriale già conclusa. Questa coincidenza è stata spesso ricordata come una semplice curiosità cronologica, ma possiede un significato ben più profondo. Il libro raggiunge i lettori proprio nel momento in cui il terreno storico e culturale sul quale è stato concepito comincia a sgretolarsi. Non per questo diventa improvvisamente inattuale. Al contrario, Le correzioni rappresenta il punto più alto di un metodo narrativo: ricavare il ritratto di un’intera nazione dall’osservazione minuziosa di una sola famiglia. Il declino dell’autorità paterna, la finanziarizzazione delle relazioni, l’illusione terapeutica della felicità, il trionfo dell’individualismo: tutto, nella vicenda dei Lambert, continua a risultare leggibile perché passa attraverso i corpi, le nevrosi e i rancori domestici. Dopo l’11 settembre quella prospettiva non scompare, ma cessa di occupare il centro dell’immaginario narrativo americano con la stessa naturalezza.
Per la prima volta dopo molti decenni, la storia irrompe dall’esterno con una violenza tale da rendere insufficiente ogni interpretazione esclusivamente psicologica o familiare. Non cambiano soltanto i temi affrontati dai romanzi; cambia il rapporto stesso tra individuo e mondo. Il soggetto che, nell’ultimo scorcio del Novecento, tendeva a percepire la realtà come un’estensione delle proprie ossessioni scopre l’esistenza di un evento che nessuna psicologia privata può contenere.
Molti hanno letto questa svolta come l’inizio di una nuova stagione tematica dominata dal terrorismo, dalla paura, dalla sicurezza e dalle guerre mediorientali. Sono elementi indubbiamente presenti, ma il mutamento decisivo riguarda anzitutto la forma della rappresentazione. Ogni grande frattura storica modifica prima di tutto il modo in cui il reale può essere narrato. Anche l’11 settembre produce questo effetto: reintroduce l’idea di cesura, restituendo alla storia il carattere di una forza autonoma e imprevedibile, capace di imporsi dall’esterno sulla coscienza individuale.
Per questo è riduttivo interpretare il romanzo americano successivo al 2001 come un semplice ritorno al realismo. Molte acquisizioni del postmodernismo restano intatte, a cominciare dalla diffidenza verso le narrazioni totalizzanti e verso ogni presunta trasparenza del reale. Cambia però il peso attribuito all’evento. Se il postmodernismo aveva mostrato come ogni esperienza fosse inevitabilmente mediata da linguaggi, immagini e dispositivi culturali, l’11 settembre restituisce l’impressione, forse illusoria ma potentissima, di un reale che oppone resistenza a ogni mediazione.
Romanzi come L’uomo che cade di Don DeLillo, Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, Netherland di Joseph O’Neill e Città aperta di Teju Cole confermano questa trasformazione. Nessuno si limita a raccontare gli attentati come fatto storico. Tutti interrogano il modo in cui il trauma modifica il rapporto fra individuo e storia, fra memoria e immagine, fra esperienza e rappresentazione. L’11 settembre diventa così meno un tema che una nuova condizione della coscienza narrativa.
Questa prospettiva aiuta a comprendere anche il silenzio iniziale di molti scrittori. Non derivava da un’incertezza teorica né da una semplice lentezza creativa, ma da una difficoltà più radicale: trovare una forma adeguata a un evento che sembrava avere esaurito ogni possibilità di rappresentazione nel momento stesso in cui milioni di persone lo avevano visto accadere in diretta. La televisione aveva preceduto il romanzo, l’immagine aveva anticipato la memoria. Alla letteratura restava il compito più difficile: non riprodurre l’evento, ma interrogare il modo in cui esso aveva trasformato le condizioni stesse dell’esperienza.
È da questa consapevolezza che prende avvio la stagione più significativa della narrativa americana del XXI secolo: non una stagione definita dal terrorismo come tema dominante, ma da un romanzo che impara di nuovo a fare i conti con un evento più grande di qualunque vita privata possa raccontare.
Angelo Cennamo