Ci sono romanzi che raccontano una storia e romanzi che costruiscono un mondo. Underworld appartiene senza esitazione alla seconda categoria. In quest’opera monumentale, Don DeLillo realizza un affresco della vita americana del secondo Novecento che non procede in linea retta, ma per accumulo, stratificazione, risonanze continue. È un libro che si espande in ogni direzione, un labirinto di trame e situazioni che coprono cinque decenni di storia nazionale e privata, dove ogni dettaglio richiama un altro e nulla è davvero isolato. La narrazione si muove in un andirivieni temporale che mescola passato e presente, componendo un mosaico in cui i destini individuali si intrecciano con la Guerra Fredda, la minaccia nucleare, l’assassinio di Kennedy, l’ossessione per il controllo e la sorveglianza, in un sistema di rimandi che restituisce l’immagine di un’America potente e inquieta, attraversata da un’energia che sembra consumarsi dall’interno. Il vero motore del romanzo non è soltanto la trama, ma il linguaggio stesso: la scrittura si fa materia e struttura portante dell’opera, costruendo una realtà tridimensionale, quasi tangibile. Ci sono pagine in cui la semplice enumerazione degli oggetti – le parti di una scarpa, i rifiuti abbandonati, i frammenti di un paesaggio urbano – diventa un atto rivelatore; nominare le cose significa sottrarle all’anonimato e restituire loro un peso simbolico, perché qui la lingua non descrive il mondo, lo crea. Non sorprende che l’estetica del libro richiami la forza gestuale di Jackson Pollock e la profondità meditativa di Mark Rothko: le scene sembrano organizzate per campiture di colore, blocchi emotivi, contrasti netti, come se ogni capitolo possedesse una propria tonalità cromatica. Il romanzo si apre con un prologo folgorante che rievoca un evento sportivo realmente accaduto il 3 ottobre 1951, mentre i sovietici fanno esplodere una bomba atomica in Kazakistan e allo stadio di New York si gioca la storica finale di baseball vinta dai New York Giants con un memorabile fuoricampo: seguendo i passaggi di mano di quella palla, DeLillo costruisce un puzzle minuzioso che riunisce protagonisti e comparse in un’unica rappresentazione simbolica del paese. Il primo volto che incontriamo è quello di Cotter, il ragazzo che scavalca i cancelli dello stadio e si contende il cimelio con tutta la forza delle mani; è il primo anello di una catena che attraverserà il tempo, come se quell’oggetto fosse il nucleo radioattivo attorno a cui orbitano vite, memorie e ossessioni. In questo universo narrativo compaiono anche figure reali – da Frank Sinatra a Truman Capote, fino a J. Edgar Hoover – a sottolineare la continuità tra finzione e storia, tra immaginario collettivo e cronaca. Uno degli assi portanti dell’opera è il tema dei rifiuti, che attraversa il libro con forza ossessiva: dalla spazzatura lanciata durante la partita ai residui delle esplosioni nucleari, fino ai detriti morali e psicologici dei personaggi, ciò che viene scartato diventa la metafora di una memoria collettiva rimossa ma mai davvero cancellata. Un fratello lavora nel campo delle armi atomiche, un altro in quello dei rifiuti: produzione e scarto, potenza e residuo, energia e decomposizione si specchiano l’una nell’altra, componendo l’allegoria di un degrado culturale e sentimentale che sembra non conoscere fine. Le periferie di New York con i loro tramonti metallici, il groviglio delle tangenziali, le sale da biliardo nei seminterrati fumosi, le vernici dei graffiti e i convogli della metropolitana convivono con il giallo luminoso dell’Arizona e l’azzurro terso del cielo desertico, in un continuo alternarsi di tinte fosche e bagliori improvvisi: Underworld è il tanfo della spazzatura e il catrame delle sigarette, ma anche la luce abbagliante di un paesaggio che promette redenzione e la nega. Nonostante opere fondamentali come White Noise e Libra, è qui che la visione di DeLillo raggiunge la forma più compiuta, sintetizzando interessi già esplorati altrove, dal terrorismo evocato in Mao II al capitalismo predatorio di Cosmopolis. Negli stessi anni in cui David Foster Wallace pubblica Infinite Jest e Philip Roth dà alle stampe Pastorale Americana, alimentando il sogno del Grande Romanzo Americano, DeLillo offre con Underworld un romanzo-mondo di quasi novecento pagine che impressiona per mole, profondità e crudezza, e che forse più di altri ambisce a incarnare quell’idea. Più che raccontare una storia, Underworld costruisce un archivio narrativo della coscienza americana: è un libro che chiede tempo, attenzione e disponibilità a perdersi, ma proprio nello smarrimento rivela la sua forza, trasformando il caos della storia, dei media, della politica e dell’immaginario collettivo in forma, ritmo e significato, fino a coincidere con l’immagine stessa dell’America che mette in scena.
Angelo Cennamo