Nel dicembre del 1973 un’ondata di gelo senza precedenti si abbatte sugli Stati Uniti. Le strade si svuotano, le linee elettriche cedono, le automobili restano intrappolate sotto croste di ghiaccio compatto e il tempo sembra fermarsi. È un evento meteorologico estremo, ma anche un espediente simbolico: mentre fuori tutto si immobilizza, dentro le case, nei salotti borghesi riscaldati a fatica, si consumano crepe silenziose e irreversibili. È in questo scenario che si muove Tempesta di ghiaccio, secondo romanzo di Rick Moody, opera che ha consacrato lo scrittore come una delle voci più originali della narrativa americana degli anni Novanta. Ambientato nella piccola e apparentemente placida New Canaan, nel Connecticut, enclave della middle class benestante, il romanzo racconta la disgregazione parallela di due famiglie amiche, gli Hood e i Williams, durante un fine settimana che culmina in una devastante tempesta di ghiaccio. Il grande merito di Moody è quello di trasformare un evento climatico in una lente d’ingrandimento morale: la “tempesta di ghiaccio” non è soltanto il contesto narrativo, ma il correlativo oggettivo di una paralisi emotiva, matrimoni logorati, comunicazioni interrotte, desideri repressi che trovano sfogo in forme goffe e distruttive. Siamo nel cuore della rivoluzione sessuale americana, ma l’apparente libertà dei corpi non coincide con una reale emancipazione interiore. Benjamin Hood, uomo d’affari frustrato e padre incapace di comprendere i propri figli, intreccia una relazione clandestina con Janey Williams, moglie del suo migliore amico. Il tradimento non è soltanto un cedimento erotico, è una ribellione confusa contro il modello familiare che egli stesso incarna; l’atto sessuale diventa protesta, fuga, simulacro di vitalità e tuttavia, nel suo oscillare tra senso di colpa e autocommiserazione, Benjamin resta un personaggio tragicamente inetto. Jim Williams, il marito tradito, è forse la figura più inquietante: uomo perbene, rispettabile, formalmente affettuoso, ma intrappolato in un matrimonio che evita ogni autentica intimità. Moody lo tratteggia con una sottile ironia, rivelando quanto la normalità borghese possa celare deserti affettivi profondi. Le donne, Janey e Elena Hood, non sono semplici comprimarie; incarnano modalità differenti di adattamento alla stessa insoddisfazione: Janey cerca nella trasgressione un’illusione di potere, Elena, più fragile, si rifugia in fantasie romantiche e in una malinconica solitudine. Se gli adulti sono paralizzati, i figli non stanno meglio. Wendy e Paul Hood, insieme ai coetanei, vivono in una dimensione di noia anestetizzata da droghe leggere, televisione e sperimentazioni sessuali premature. La cultura pop degli anni Settanta, fumetti, fantascienza, rock, diventa un linguaggio alternativo per raccontare l’inadeguatezza al mondo adulto. Paul, in particolare, è un personaggio di grande complessità: intelligente, cinico, incapace di trasformare la propria consapevolezza in maturità. Moody evita qualsiasi moralismo; non c’è condanna né assoluzione, ma un’analisi spietata della trasmissione intergenerazionale del vuoto. I figli assorbono l’incoerenza dei genitori e la restituiscono amplificata, in un circuito che la tempesta finale interrompe brutalmente. Il climax, uno scambio di coppia organizzato in una villa vicina mentre la tormenta infuria, è la rappresentazione grottesca e tragica di una comunità che ha smarrito il senso dei limiti. Dal punto di vista stilistico, Moody si distingue per una prosa stratificata e ricca di registri, capace di passare dall’ironia corrosiva alla malinconia lirica nel giro di poche righe; la sua è una scrittura massimalista, densamente lessicale, che accumula dettagli per restituire l’atmosfera culturale di un’epoca. In questo senso il suo lavoro è spesso accostato a quello di David Foster Wallace: entrambi condividono l’interesse per la cultura pop, per l’ironia come strumento di scavo nel dolore, per la frammentazione come forma narrativa. Tuttavia Moody possiede una tonalità più malinconica e meno enciclopedica rispetto a Wallace; se Infinite Jest, il capolavoro di Wallace, esplode in una struttura labirintica e centrifuga, Tempesta di ghiaccio resta ancorato a una compattezza classica pur moltiplicando i punti di vista, orchestrando con precisione la coralità e facendo sì che ogni voce contribuisca a costruire il senso di un fallimento collettivo. Quando il romanzo esce negli Stati Uniti nel 1994, la narrativa americana sta vivendo una stagione di straordinaria vitalità. Qualche anno più tardi Jonathan Franzen pubblicherà Le correzioni, altra grande anatomia della famiglia borghese, ma Moody arriva prima, anticipando molti temi che diventeranno centrali negli anni Duemila. Appartiene alla stessa generazione di scrittori come Jeffrey Eugenides, autore de Le vergini suicide, e Michael Chabon, che con Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay esplorerà il rapporto tra cultura pop e identità americana; come loro Moody indaga il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e la mitologia domestica statunitense, ma lo fa con una ferocia più esplicita. Tempesta di ghiaccio è una tragicommedia americana; la lussuria e l’incomunicabilità si intrecciano a momenti di autentica comicità, spesso affidata alla goffaggine dei personaggi o alla sproporzione tra le loro fantasie e la realtà, ma il sorriso si incrina progressivamente fino a un finale che sfiora il thriller e lascia un senso di perdita irreparabile. È un romanzo che racconta la fine dell’innocenza non solo individuale ma collettiva: l’America post-anni Sessanta entra in una fase di disincanto e la famiglia, istituzione cardine dell’immaginario nazionale, si rivela fragile, attraversata da crepe strutturali. Moody osserva tutto questo con uno sguardo insieme beffardo e pietoso, capace di scavare nel dolore senza rinunciare alla grazia. Per chi volesse avvicinarsi alla sua opera, Tempesta di ghiaccio resta il punto di partenza ideale: compatto, feroce, perfettamente calibrato, ma è anche un libro che invita a proseguire l’indagine su uno degli autori più sottovalutati della sua generazione, la cui voce continua a risuonare con sorprendente attualità.
Angelo Cennamo