Non consideratela una recensione. Consideratela una testimonianza. La testimonianza su un libro che da tempo ha smesso di aver bisogno di giudizi critici. Di Moby Dick è già stato detto e scritto tutto: manuali, tavole rotonde, apparati filologici. Come sapete lo sto rileggendo in questi giorni nella traduzione di Cesare Pavese, qualche anno dopo averlo riscoperto nell’edizione di Alessandro Ceni per Feltrinelli. Fu proprio Ceni, nella sua prefazione, a suggerire l’approccio giusto: leggere la storia senza lasciarsi distrarre dalle sovrastrutture simboliche accumulate nei decenni e restare fedeli al racconto che Melville aveva in mente, nient’altro. La prima volta che lessi Moby Dick fu al liceo, nell’edizione curata da Pavese. Nel mio immaginario di allora, popolato da Mark Twain, Salinger e dall’Alex Haley di Radici, Melville segnò un passaggio ulteriore. Pavese, insieme a Bianciardi e Vittorini, fu tra i pionieri che introdussero la letteratura americana in Italia, un autodidatta che l’inglese l’aveva imparato sui libri, senza aver mai messo piede né in America né in Inghilterra. Le sue traduzioni, come quelle che Fernanda Pivano avrebbe fatto di Hemingway, sono rimaste leggendarie nonostante le numerose imperfezioni: dove la conoscenza della lingua non arrivava, suppliva il suo genio di scrittore. Si era laureato nel 1930 con una tesi su Walt Whitman. Due anni dopo, Carlo Frassinelli pubblicò la sua versione di Moby Dick come primo titolo della collana “Biblioteca europea”, diretta da Franco Antonicelli. Un’esperienza durissima (il compenso fu di 1000 lire) anche perché il lessico marinaresco e baleniero di Melville non aveva quasi corrispondenti in italiano, e l’editore lo accusò di scelte lessicali troppo colte per un pubblico digiuno di vita di mare. Può darsi che Frassinelli avesse ragione, tenete conto però che molti di quei tecnicismi risultarono ostici perfino per i lettori americani. Fatto sta che, da quel lavoro – impreciso e fantasioso – nacque uno degli incipit più celebri della letteratura americana d’importazione: “Chiamatemi Ismaele”.
Dicevo che non ho nessuna intenzione di recensire il romanzo, ci mancherebbe; mi limiterò solo a una breve osservazione sulla sua architettura. Moby Dick si regge fondamentalmente su tre blocchi. L’antefatto: la menomazione inflitta dalla Balena Bianca al capitano Achab. Il fatto: l’ossessione di vendetta che conduce Achab alla follia e allo scontro finale, risolto in poche pagine dopo centinaia di attesa – “Io adesso profetizzo che smembrerò il mio smembratore”, dice Achab, in una delle battute che restano impresse. Il terzo blocco contiene tutto il resto: è la parte più ampia e sfaccettata del libro, con una narrazione che si interrompe di continuo per farsi trattato. Capitoli come “Cetologia”, “Lo Specksynder” o “Delle raffigurazioni mostruose di balene” sono piccoli manuali di zoologia e navigazione infilati dentro la trama, tanto che la vasta grammatica marinaresca richiede un ricorso costante alle note a margine. I protagonisti si contano sulle dita di una mano. C’è Ismaele, voce narrante e osservatore, che parte per Capo Horn con poco più di una sacca da viaggio. C’è Achab, che Melville fa entrare in scena solo dopo un centinaio di pagine, preceduto da una fama già leggendaria. E c’è Starbuck, il primo ufficiale, l’unico a opporsi al piano folle del capitano: cacciare un animale non per necessità, ma per vendetta. Intorno a loro, giorni e giorni di navigazione: la vita di bordo, i ruoli dell’equipaggio, il comportamento delle balene, l’aneddotica marinara. È in questo spazio dilatato che il romanzo costruisce il suo vero tema, non tanto la caccia in sé, quanto il doppio binario su cui scorre l’intera storia, ovvero il duello personale tra Achab e la Balena Bianca, e la sua traslazione universale nel conflitto tra uomo e natura. Da una parte l’antropocentrismo quasi demoniaco di Achab; dall’altra la saggezza di Starbuck, che accetta i limiti dell’uomo anche di fronte alla natura più ostile – un conflitto che attraverserà la letteratura americana ben oltre Melville, fino ai vagabondaggi di Kerouac e a chi, come lui, sarebbe partito “senza dire niente a nessuno” per imbarcarsi su una nave qualunque.
Ha ancora senso, nel tempo dei social e dell’AI, leggere un romanzo di seicento pagine pubblicato quasi due secoli fa? La domanda che dovremmo porci è un’altra: come fa un libro come Moby Dick a restare vivo così a lungo.
Angelo Cennamo