C’è qualcosa di paradossale nella traiettoria di Lonesome Dove: nato come sceneggiatura per Peter Bogdanovich – un film pensato per John Wayne, James Stewart e Henry Fonda che non vide mai la luce – il romanzo di Larry McMurtry arrivò nelle librerie nel 1985, lo stesso anno di Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, portando con sé tutto il peso di un progetto immaginato per il grande schermo e trasformato in qualcosa di assai più vasto e duraturo. Vinse il Pulitzer nel 1986 e venne salutato da buona parte della stampa specialistica come «il grande romanzo western». Non è un elogio di genere: è il riconoscimento che McMurtry aveva fatto qualcosa di strutturalmente diverso da tutto ciò che era venuto prima. La storia è nota nella sua ossatura: due ex rangers texani, il laconico e stoico Woodrow Call e il ciarliero, pigro e irresistibilmente umano Augustus McCrae, lasciano il loro sonnolento avamposto di confine per guidare una mandria di tremila capi dal Texas meridionale fino al Montana, percorrendo quasi cinquemila chilometri di pianure aperte, fiumi infestati da serpenti, tempeste di grandine accecanti e siccità brutali. I personaggi di McMurtry sono luminosi e vivi fin dalle prime pagine: Call è l’archetipo americano dell’uomo rettissimo, con valori puritani e pionieristici, i cui ordini conducono alla fine verso la morte; il loquace Gus McCrae è il suo contraltare: dotto, indulgente, quasi magicamente abile nelle situazioni di crisi. A questi si aggiungono decine di figure di contorno, prostitute, sceriffi fuori posto, coloni dispersi, tutti tracciati con acutezza, con coinvolgimento, con commozione. Ma ridurre Lonesome Dove alla sua trama è un errore che il libro stesso sembra voler scongiurare. McMurtry scrisse nel preambolo all’edizione del venticinquesimo anniversario che il tema centrale del romanzo non è la colonizzazione del Montana ma la paternità non riconosciuta: quella di Newt, figlio illegittimo di Call che l’uomo non riesce a riconoscere pubblicamente. La storia ufficiale – il viaggio, la frontiera, la conquista – è solo la superficie sopra cui galleggia qualcosa di molto più scomodo e intimo: l’incapacità degli uomini di dire ciò che provano, l’abitudine a trasformare l’affetto in azione, il lutto travestito da dovere. Il tono del libro è elegiaco già nei primi capitoli. Ambientato sul finire degli anni Settanta dell’Ottocento, in quell’intervallo tra la morte di Custer e la strage di Wounded Knee, il romanzo abita un Ovest ancora selvaggio ma già condannato: le pianure aperte vengono recintate, le tribù indigene «pacificate», la frontiera si chiude. Call e Gus lo sanno. Invecchiano insieme a un mondo. Il viaggio verso il Montana, più che una conquista, è un commiato, l’ultimo gesto grandioso di uomini che non sanno fare altro che muoversi, perché fermarsi significherebbe fare i conti con ciò che hanno lasciato dietro. La prosa di McMurtry è deliberatamente piana: nessun ornamento retorico, frasi brevi, dialoghi che rivelano più di quanto i personaggi intendano dire. Non c’è forse una parola in tutte le quasi mille pagine che vada oltre un livello scolastico medio, eppure ogni frase è calibrata alla perfezione; McMurtry non manca mai di comunicare esattamente ciò che intende, sia un’azione, un sentimento, un pensiero o un ricordo. È una prosa da cronaca di viaggio, stranamente anti-epica per un libro che è di fatto un’epopea. Questo disallineamento: la grandiosità dei temi dentro una lingua dimessa, è forse il tratto stilistico più potente dell’opera. La struttura narrativa è corale e onnisciente: McMurtry muove la telecamera da un personaggio all’altro senza preavviso, costruendo un affresco in cui nessuna storia è davvero minore. Il libro è pieno di anime inquiete che rimpiangono i propri errori: Gus vorrebbe aver sposato Clara quando ne aveva la possibilità; Call lamenta di essersi mai coinvolto con le donne; Jake Spoon non riesce a credere di essersi macchiato di delitti che meritano la forca; lo sceriffo July Johnson si odia per aver abbandonato chi era affidato alle sue cure. Il fil rouge non è l’avventura: è l’invecchiamento, e con esso il rimpianto. Ad onor del vero, va detto che non tutto fila liscio. Sul piano della rappresentazione, il romanzo mostra una certa asimmetria: Deets, l’unico personaggio di colore del gruppo, è tracciato con piena dignità, e risulta anzi tra i più ammirevoli dell’intera spedizione. Diverso il discorso per gli indigeni: l’unico cui venga dato spazio esteso è un antagonista senza sfumature né redenzione. McMurtry affida a Gus una consapevolezza storica esplicita: riconosce, a parole, che i nativi non avevano invitato i bianchi, ma questa lucidità resta dichiarata, mai incarnata nella struttura narrativa. È un limite che la critica più recente ha più volte segnalato, e che a mio avviso merita di essere nominato, pur senza che impedisca al libro di essere un autentico capolavoro. Un romanzo difficile da abbandonare, e non solo per la sua lunghezza. «Non volevo che finisse» è il pensiero di molti. Il paradosso è che il romanzo racconta la fine di tutto – di un’epoca, di un’amicizia, di un mondo – eppure si legge come qualcosa che non vuole chiudersi, che respira e si espande a ogni pagina. McMurtry ha scritto un lamento per il West che non ammette nostalgia sentimentale: la violenza è reale, la morte è frequente e casuale, gli eroi sono compromessi. Ciò nonostante, qualcosa in quelle voci: la sagacia ironica di Gus, il silenzio ostinato di Call, rimane; così come rimane il suono di un’epoca che sapeva di finire e non si fermava lo stesso.
Angelo Cennamo