Questa casa di cielo è un libro scritto contro il tempo: contro la morte del padre, contro la scomparsa di un mondo, contro il rischio che certi silenzi restino per sempre incompresi. Pubblicato per la prima volta nel 1978 e finalista al National Book Award, è arrivato in Italia quasi mezzo secolo dopo grazie a Nutrimenti con la traduzione di Nicola Manuppelli. Ivan Doig crebbe lungo le aspre cime delle Montagne Rocciose nel Montana occidentale, figlio di un allevatore di pecore di poche parole. Quando aveva sei anni, sua madre morì. Non è una perdita che il libro drammatizza, ma che impregna ogni pagina di una luce particolare, quella dei legami che nascono proprio dove uno è mancato. Il fulcro affettivo del racconto diventa così un triangolo insolito e tenace: padre, figlio e nonna materna Bessie, tre persone che la vita ha messo insieme per caso e che la volontà tiene unite. Non è una storia di eroi. È la storia di persone che resistono alla terra, al freddo, alla fatica, alla perdita, e lo fanno con una dignità silenziosa che Doig sa rendere senza mai scivolare nella retorica. Il rapporto con il padre Charlie è il cuore pulsante del libro, e uno dei ritratti paterni più intensi della letteratura americana del Novecento. Charlie è un uomo formato dalla terra: taciturno, fisicamente indomabile, incapace di dire ciò che prova ma capace di qualunque sacrificio per il figlio. Tra loro non scorrono grandi discorsi né effusioni: scorrono giorni di lavoro comune, stagioni di ranch in ranch, spostamenti continui attraverso una frontiera che si sta lentamente chiudendo. È in questo movimento perpetuo, in questo stare fianco a fianco senza spiegarsi, che si costruisce qualcosa di irreversibile. Sullo sfondo, il Montana con la sua grammatica di vento, neve, pascoli. Doig mostra come la vita in quei luoghi fosse intrecciata con il suolo stesso, con l’acqua e le montagne, come la lotta per sopravvivere fosse, in fondo, una lotta per restare umani. Ma questo mondo, mentre viene raccontato, sta già finendo. Le ondate di modernità che trasformarono il resto d’America arrivarono più tardi nel Montana, ma arrivarono. Il libro cattura e preserva nei dettagli un modo di vivere che è quasi scomparso: gli allevatori di pecore, i saloon di paese, i ranch dove la giornata era scandita dal corpo e dalla stagione, non dall’orologio. Doig scrive sapendo di stare salvando qualcosa, e questa consapevolezza dà alla prosa una tensione elegiaca costante, mai sentimentale. La lingua è all’altezza di questa ambizione. Concreta e lirica insieme, ha la consistenza della terra che descrive. Nicola Manuppelli la traduce con la sensibilità che gli è propria, restituendo l’oralità aspra di quel Montana, i ritmi del lavoro fisico, la cadenza di uomini poco inclini alle parole. Una resa che tiene il passo senza impigrirsi in soluzioni comode. Questa casa di cielo è, tutto sommato, un libro sull’amore, il resoconto di un figlio che guarda indietro e cerca di capire da dove viene, attraverso la figura di un padre che non sapeva spiegarsi ma sapeva esserci. E in quel guardare indietro c’è qualcosa di universale: la coscienza che certi mondi finiscono, che certe persone non torneranno, e che la scrittura è forse l’unico modo per tenerle ancora un po’ in vita.
Angelo Cennamo