Nel secondo Ottocento americano, quando la narrativa nazionale è ancora alla ricerca di una forma capace di restituire insieme la complessità storica del paese e la concretezza della sua lingua, Mark Twain si ritaglia un posto del tutto singolare. Nella sua scrittura, la questione stilistica non è mai separabile da quella culturale e ideologica: il problema di come raccontare l’America coincide con la necessità di individuare una lingua che sia davvero americana, capace di registrare le voci reali senza ridurle a semplice colore locale. La voce narrante diventa così il luogo nel quale si misurano le contraddizioni di una società uscita dalla guerra civile senza essere riuscita ad elabore le fratture che l’hanno prodotta: la schiavitù, il razzismo, la violenza, la disuguaglianza, l’ipocrisia della rispettabilità e la distanza tra l’idea americana di libertà e le condizioni concrete nelle quali quella libertà viene concessa. È dentro questo orizzonte che nasce Le avventure di Huckleberry Finn, pubblicato nel 1884. Il romanzo arriva dopo una lunga elaborazione e porta a compimento la ricerca di Twain sul rapporto fra oralità, realismo, comicità e satira. La sua novità non consiste soltanto nell’aver trasformato il romanzo d’avventura in qualcosa di più serio e complesso, ma nell’aver compreso che la letteratura aveva bisogno di una nuova voce. Huck non racconta il mondo come potrebbe raccontarlo un narratore colto dell’Ottocento: lo racconta come lo vede, lo sente e lo comprende un ragazzo del Mississippi. La lingua diventa perciò parte della struttura stessa dell’opera, uno strumento attraverso il quale Twain costruisce punto di vista, ritmo e ironia del racconto. Badate, è un passaggio decisivo nella storia della narrativa americana, perché la lingua non si limita più a descrivere una realtà: contribuisce a produrla come esperienza narrativa. Huck non possiede una teoria del mondo e proprio per questo il suo sguardo riesce a metterlo in crisi. Non conosce abbastanza le regole della società da poterle difendere consapevolmente e, nello stesso tempo, non ha ancora imparato a riconoscere come naturali tutte le categorie morali che gli sono state trasmesse. Vede prima di giudicare. La sua ingenuità diventa così uno strumento narrativo sofisticato: il lettore comprende ciò che Huck spesso non comprende, e attraverso questa distanza è costretto a riconoscere l’assurdità di un ordine sociale che il ragazzo dà inizialmente per scontato. Il contesto storico è quello di un’America che sta cercando di ricomporsi dopo la guerra civile, ma Twain ambienta il romanzo nel mondo precedente al conflitto, lungo il Mississippi degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento. Il passato funziona come uno specchio attraverso cui osservare il presente. Il fiume è uno spazio intermedio, sottratto per quanto possibile alle istituzioni della terraferma, nel quale le gerarchie sociali possono essere temporaneamente sospese. Sulla zattera, Huck e Jim sperimentano una forma precaria di comunità che contraddice quella ufficiale. La società rimane sullo sfondo, ma proprio l’allontanamento dalle sue regole permette di osservarne più chiaramente l’artificialità. Il rapporto con Jim costituisce il centro etico del romanzo. Huck è stato educato a considerare la fuga di uno schiavo come un atto deprecabile; aiutare Jim significa, secondo i codici della comunità nella quale è cresciuto, violare la legge. Ma l’esperienza concreta del viaggio rende progressivamente insostenibile questa distinzione. Jim smette di essere, agli occhi di Huck, la categoria astratta dello schiavo e diventa una persona vera: un uomo che ha paura, soffre, ricorda, ama, si prende cura degli altri e desidera tornare dalla propria famiglia. La trasformazione di Huck avviene dunque attraverso una contraddizione che Twain non risolve. Il ragazzo non riceve improvvisamente una nuova dottrina della giustizia: scopre che gli insegnamenti ricevuti possono entrare in conflitto con la propria esperienza. Quando decide di aiutare Jim, crede perfino di compiere un gesto sbagliato. È questa inversione a dare potenza al romanzo: Huck si considera cattivo mentre sta compiendo una scelta che il lettore riconosce come giusta. La coscienza individuale entra così in conflitto con una sensibilità collettiva e ne rivela il carattere convenzionale e interessato. La fuga lungo il Mississippi è anche un viaggio dentro il linguaggio e i codici etici della società. Huck impara a dubitare delle parole con cui gli adulti hanno organizzato il mondo: civiltà, proprietà, rispettabilità, religione, legge. Twain non costruisce un manifesto abolizionista e non affida a Huck la funzione di un riformatore. Fa qualcosa di più sottile: mette il lettore nella posizione di vedere quel mondo attraverso gli occhi di chi non possiede ancora gli strumenti per razionalizzarne le dissonanze. Da qui deriva anche l’ambivalenza storica del romanzo. La grandezza di Twain non cancella il fatto che Jim resti, per gran parte dell’opera, dentro la prospettiva narrativa di Huck e che la sua rappresentazione sia condizionata dallo sguardo di un autore bianco del XIX secolo. È precisamente su questa frizione che interviene Percival Everett con James, il romanzo che riprende la vicenda di Huckleberry Finn e ne sposta radicalmente il baricentro. Everett non cambia semplicemente il narratore. Cambia la distribuzione della conoscenza all’interno della storia. Ciò che Huck non comprende, James lo comprende perfettamente; ciò che per Huck appare oscuro o assurdo, per James è spesso pienamente leggibile, perché lui conosce dall’interno il sistema sociale nel quale è costretto a muoversi. La differenza investe anche la lingua. In Huckleberry Finn, Jim parla attraverso un dialetto fortemente caratterizzato, coerente con il progetto realistico di Twain ma inevitabilmente filtrato dallo sguardo di un autore bianco dell’Ottocento. In James, Everett non elimina quella marcatura: la rielabora. La lingua resta segnata dal Black speech, ma acquista una diversa densità di posizionamento, perché riflette una coscienza che deve adattarsi, dissimulare, registrare il potere e insieme sottrarglisi. Parlare, per James, non è mai soltanto parlare: è negoziare, è sopravvivere. Il punto di forza di Everett sta nel non trattare Twain come un autore da correggere semplicemente secondo la sensibilità del presente. James nasce dalla grandezza di Huckleberry Finn e, proprio per questo, può contraddirlo. È una riscrittura che non cancella l’originale, semmai ne mette in evidenza una zona rimasta oscura: la storia di Jim era stata raccontata attraverso la coscienza di Huck. Everett domanda che cosa accada quando quella storia venga finalmente restituita a colui che l’ha vissuta. Tra i due romanzi si apre così una distanza che è anche la distanza fra due momenti della storia culturale americana. Twain scrive dentro una società che non ha ancora assimilato l’abolizione della schiavitù. Everett scrive dopo una lunga tradizione di letteratura afroamericana che ha progressivamente rivendicato il diritto di raccontare l’esperienza nera dall’interno. James è perciò insieme riscrittura, omaggio, critica e appropriazione della tradizione: non sostituisce Huckleberry Finn, ma lo costringe a essere riletto. Un grande classico, del resto, non è necessariamente un libro che ha già detto tutto. Può essere un libro che contiene abbastanza contraddizioni da continuare a generare nuove letture, nuove risposte e perfino nuove opere. La permanenza di Huckleberry Finn dipende anche da questo. Twain pone domande che non hanno smesso di essere attuali: chi ha il diritto di parlare? Chi possiede una storia? Chi stabilisce quale lingua sia legittima? E che cosa cambia quando la stessa vicenda viene raccontata da un’altra posizione storica e razziale? Per me Huckleberry Finn ha avuto anche un significato più personale. È stato il libro che mi ha aperto la porta della letteratura americana. Dietro Huck c’era un intero paese: il Mississippi, il Sud, il Midwest, la frontiera, il viaggio, l’adolescenza, la ribellione all’autorità, il rapporto fra individuo e comunità. A posteriori, dentro quella prima scoperta, riconosco anche una genealogia letteraria che allora naturalmente non avrei potuto vedere. Huck Finn non è Holden Caulfield e Holden non è Alex Portnoy, ma qualcosa passa dall’uno all’altro. È la figura dell’adolescente che non riesce ad accettare il linguaggio degli adulti, che percepisce una falsità nell’ordine ricevuto e cerca, con strumenti ogni volta diversi, una nuova possibilità di autenticità. Huck fugge lungo il Mississippi. Holden Caulfield attraversa New York. Alex Portnoy, molti anni dopo, non ha più bisogno di una frontiera fisica: il territorio della fuga è diventato la propria coscienza. Ne Il giovane Holden, l’ostilità del protagonista verso ciò che definisce “phony” trasforma la diffidenza di Huck verso il mondo adulto in alienazione urbana. Con Philip Roth, in Lamento di Portnoy, quella stessa insofferenza entra ancora più profondamente nell’io e diventa confessione, nevrosi, desiderio, sessualità, senso di colpa, conflitto familiare e identità. Si potrebbe allora dire che Huck “diventerà” Holden e Holden “diventerà” Portnoy. Non nel senso di una filiazione letteraria diretta, che sarebbe arbitraria, ma come trasformazione di una stessa figura narrativa. In Huck la ribellione è ancora soprattutto movimento nello spazio; in Holden diventa estraneità; in Portnoy si trasforma in parola, analisi e autoaccusa. La frontiera esterna si restringe progressivamente fino a diventare una frontiera interiore. Questa traiettoria aiuta anche a capire perché Huckleberry Finn abbia avuto un peso così grande nella formazione della letteratura americana successiva. Twain inventa un personaggio che non si limita a crescere: mette in discussione il mondo nel quale dovrebbe crescere. L’adolescente americano diventerà, nel corso del Novecento, una delle figure privilegiate attraverso cui la narrativa nazionale racconterà la crisi dell’autorità, il rifiuto del conformismo e la difficoltà di costruire un’identità fuori dai modelli ricevuti. In questo senso, Huckleberry Finn è più di un romanzo di formazione e più di un romanzo sulla schiavitù. È un romanzo sulla formazione di una coscienza che scopre quanto possa essere difficile distinguere il bene dal bene che una società ha già definito tale. Huck non arriva a una soluzione definitiva e non conquista una serenità conclusiva. Impara soprattutto a dubitare. È una conquista meno spettacolare della saggezza, certo, ma forse più duratura. Anche per questo James acquista il suo pieno significato. Everett torna al romanzo di Twain non per chiudere quella storia, ma per riaprirla da un altro punto di vista. Se Huck aveva scoperto che la coscienza individuale può entrare in conflitto con la legge e con l’etica collettiva, James aggiunge una domanda ulteriore: che cosa accade quando anche il diritto di raccontare viene sottratto a chi è stato raccontato? La questione della libertà diventa allora inseparabile da quella della voce. Tra Huckleberry Finn e James passa più di un secolo di storia americana, ma il Mississippi continua a scorrere. Cambia il narratore, cambia (forse) la lingua, cambia ciò che il lettore sa e cambia persino il significato della fuga. Rimane, però, una stessa domanda sullo sfondo: quanto può essere libero un individuo dentro una società che ha già deciso chi deve essere? Per me, quella domanda è cominciata con Huck. Ed è forse una delle ragioni per cui, tanti anni dopo, continuo a tornare alla letteratura americana: perché da quella zattera non sono mai sceso.
Angelo Cennamo