BREVI INTERVISTE CON UOMINI SCHIFOSI – David Foster Wallace

C’è un teorema, tra i più abusati nella divulgazione scientifica, secondo cui una scimmia che battesse a caso su una tastiera per un tempo infinito finirebbe, prima o poi, per scrivere Shakespeare: non per un colpo di fortuna isolato, ma perché nel limite del tempo infinito ogni sequenza possibile, per quanto rara, diventa matematicamente certa. È un’immagine che descrive l’ordine come prodotto puro del caso. Applicata a Wallace, però, è fuorviante: nella sua scrittura non c’è nulla di casuale. C’è piuttosto un eccesso di autocoscienza che si dà regole sempre più stringenti per non collassare su se stesso, e lo si vede nelle note a piè di pagina, negli acronimi, nelle frasi subordinate che si arrampicano una sull’altra, come per rimandare il momento in cui bisognerà dire qualcosa di vero. Con Infinite Jest (1996) questa autocoscienza aveva trovato una scala adeguata: mille pagine per costruire un’America leggermente spostata nel futuro, dove Wallace poteva permettersi digressioni enciclopediche su tennis, tossicodipendenza, cinema, terrorismo quebecchese. Il romanzo era concepito come un sistema di dipendenza, un testo che simula nella propria struttura ciò di cui parla: l’intrattenimento che intrattiene finché non fa più male smettere. Brevi interviste con uomini schifosi (1999) rinuncia a quella scala. Il libro non racconta più un mondo: mette degli uomini davanti a un microfono e li lascia parlare. I segmenti che danno il titolo alla raccolta sono intitolati “Brief Interview”, breve intervista, seguito da un numero fuori sequenza (l’intervista numero 20 può comparire dopo la 46): una numerazione discontinua che segnala fin dal principio che non stiamo leggendo dei racconti nel senso classico ma dei reperti, frammenti di un esperimento di cui non vediamo il protocollo. Le domande dell’intervistatrice non ci sono mai: restano solo le risposte, spesso a metà, come se la voce venisse interrotta e ripresa da un montaggio che non ci viene spiegato. Senza il contraddittorio, ogni uomo è libero di costruirsi la propria arringa, e proprio in quella libertà si tradisce. Wallace non ha bisogno di giudicarli: basta lasciarli parlare abbastanza a lungo perché la retorica si avviti da sola, perché l’intelligenza dialettica messa in campo per giustificarsi diventi essa stessa la prova a carico. Il bersaglio polemico è più ampio di quanto sembri a una prima lettura, e Wallace lo aveva già reso esplicito altrove: in un saggio del 1997 su Updike criticava insieme Updike, Roth e Mailer, definendoli i narcisisti maggiori della narrativa americana del dopoguerra, autori incapaci di far esistere l’altro come soggetto autonomo, prigionieri di una coscienza che si guarda solo allo specchio. Gli uomini di questa raccolta portano lo stesso meccanismo alle estreme conseguenze: usano la stessa capacità di analisi introspettiva, la stessa intelligenza retorica, ma restano prigionieri del proprio punto di vista, incapaci di vedere nell’altra persona qualcosa di più di una funzione del proprio desiderio. Il sesso, in questi monologhi, non è mai esperienza condivisa: è un problema da ottimizzare, una serie di mosse per ottenere un risultato, e la relazione con l’altra persona si riduce a variabile dentro un’equazione che l’uomo ha già risolto prima ancora di parlare.Il racconto che apre la raccolta, Una storia ridotta all’osso della vita postindustriale, ha l’estensione di poche righe eppure fissa il tema che attraverserà tutto il libro: due persone si mostrano l’una all’altra, mettono in scena una versione controllata di sé, poi si ritirano ciascuna nella propria solitudine. È un bozzetto, non una storia compiuta, ma nella sua brevità funziona come un’ipotesi che i testi successivi, molto più estesi, si incaricheranno di verificare: la vita postindustriale come sequenza ininterrotta di performance, dove ogni incontro è già preparato, già scritto in anticipo da chi lo mette in scena.Non tutta la raccolta procede per monologo puro. La persona depressa rompe la struttura interrogativa e adotta invece la forma del referto clinico, con note a piè di pagina che riportano le opinioni del gruppo di sostegno della protagonista: Wallace usa l’apparato tecnico per chiudere il lettore dentro una testa che si osserva ossessivamente senza mai uscirne, in un cortocircuito dove ogni tentativo di descrivere la propria sofferenza diventa un ulteriore atto d’accusa contro chi ascolta. Per sempre lassù cambia ancora registro: un ragazzo, il giorno del tredicesimo compleanno, deve decidere se saltare dal trampolino più alto della piscina, e Wallace dilata il tempo dell’attesa fino a farne una sospensione quasi insopportabile, la scaletta che vibra sotto i piedi, l’odore di cloro, il sole che scotta sulle spalle. È uno dei pochi momenti della raccolta in cui l’ironia si ritira e lascia spazio a qualcosa che assomiglia, senza sarcasmo, alla tenerezza.Pubblicata dopo La scopa del sistema, La ragazza dai capelli strani e Infinite Jest, questa raccolta conferma la coerenza di un progetto che attraversa tutta l’opera di Wallace. Si può parlare senza usare il linguaggio come schermo? Si può guardare un’altra persona senza ridurla a un oggetto da analizzare? Brevi interviste con uomini schifosi non risolve questi interrogativi e non ha nessuna intenzione di farlo. Piuttosto mette in scena il fallimento della retorica autoassolutoria con una precisione che non lascia scampo al compiacimento. Wallace non accusa dall’esterno, con un giudizio esplicito: costringe chi legge a restare nell’imbarazzo, a riconoscere in quelle voci qualche eco della propria retorica quotidiana. Se Infinite Jest aveva costruito un mondo, questa raccolta lo mette sotto una lente, e da quell’ingrandimento emerge una convinzione che attraversa tutta l’opera di Wallace: la forma non serve a rendere presentabile il caos, serve a renderlo comprensibile anche quando quello che si comprende non consola affatto.

Angelo Cennamo

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