È sempre difficile districarsi tra verità e finzione quando si legge Philip Roth, ancora di più quando Roth decide di raccontare direttamente la propria vita. Patrimonio esce nel 1991, dopo I fatti e Inganno, e appartiene a quella zona della sua opera in cui il confine tra autobiografia, memoria e invenzione diventa deliberatamente instabile. Ma qui c’è una differenza decisiva: Patrimonio non è un romanzo autobiografico. È un memoir, una «storia vera», come recita il sottotitolo originale. E proprio questa dichiarazione di verità rende interessante il rapporto con la finzione: Roth usa gli strumenti del romanziere per raccontare ciò che, almeno nelle intenzioni, è accaduto davvero. Il libro si colloca, simbolicamente, al confine tra due stagioni della sua scrittura. Da una parte c’è il Roth che ha costruito la propria identità letteraria attraverso la ribellione alla famiglia, all’autorità paterna, al perbenismo, alle convenzioni della rispettabilità e, in particolare, a quella tradizione ebraico-americana nella quale è cresciuto. Lamento di Portnoy ne è l’esempio più clamoroso: il figlio che cerca di liberarsi della famiglia trasformandola in materia letteraria, che combatte il padre e la madre attraverso il linguaggio e fa della confessione una forma di insubordinazione. In Patrimonio quel figlio è ancora presente, ma la prospettiva è cambiata. Roth non guarda più il padre soltanto dal punto di vista di chi deve liberarsene. Lo guarda dal punto di vista di chi sta per perderlo.
Hermann Roth, figlio di un cappellaio ebreo arrivato negli Stati Uniti dalla Galizia polacca alla fine dell’Ottocento, era quel che si dice un self-made man. Con una modesta istruzione era riuscito a entrare in una compagnia di assicurazioni cristiana e a percorrere tutta la scala gerarchica fino a diventarne direttore generale. Apparteneva a una generazione che aveva trasformato l’emigrazione in un progetto americano fatto di lavoro, famiglia, rispettabilità, risparmio e tenacia. La sua idea dell’esistenza era molto diversa da quella del figlio scrittore, ma Roth scopre progressivamente che quella distanza non impedisce la somiglianza. La storia comincia nel 1988, quando Hermann ha ottantasei anni e una paralisi a un lato del volto viene inizialmente diagnosticata come paralisi di Bell. La diagnosi è sbagliata: dietro quella paralisi c’è un tumore al cervello.
«A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dell’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso».
Da quel momento Patrimonio diventa il racconto della malattia: le visite, le diagnosi, i consulti, la possibilità di un’operazione rischiosa, il progressivo cedimento del corpo. Ma soprattutto diventa il diario di una relazione. Il figlio accompagna il padre verso la morte e, nel farlo, torna dentro una storia familiare che per tutta la vita aveva cercato di far diventare letteratura. È qui che Patrimonio acquista il suo significato più profondo. Roth aveva spesso scritto contro qualcosa: la morale, la repressione sessuale, la rispettabilità, le identità imposte. Ora deve confrontarsi con una realtà che non può essere combattuta né aggirata: la fragilità di un uomo che ama e la sua progressiva dipendenza dagli altri. Il confronto con Lamento di Portnoy è inevitabile. Là la famiglia è il luogo dal quale il protagonista vuole emanciparsi; qui è il luogo verso cui torna. Il padre di Portnoy è una delle autorità da cui il figlio cerca di liberarsi; Hermann Roth diventa invece un uomo concreto, vulnerabile, esposto nel corpo, incapace ormai di provvedere da solo a se stesso. Roth, che ha passato una vita a difendere l’autonomia dell’individuo, si trova così a prendersi cura di un altro individuo. La scena dell’incontinenza è forse il cuore del libro. Hermann, durante una cena, si fa sotto; sale al piano superiore, si vergogna, piange. Philip lo raggiunge, entra nel bagno, deve spogliarlo e lavarlo. È una scena terribile proprio perché Roth rifiuta qualsiasi consolazione. La cura non diventa una metafora edificante e la sofferenza non conduce a una redenzione.
«Questo, dunque, era il mio patrimonio».
Poi arriva quella parola brutale, irriducibile: merda. È uno dei momenti in cui Roth sembra voler sottrarre la realtà alla fiction. Il patrimonio non è il denaro, non sono gli oggetti, non sono i tefillin o la tazza da barba. È il corpo del padre che si disfa. È la realtà nella sua forma più materiale, quando ogni simbolo viene meno. La forza di Patrimonio sta anche nel modo in cui Roth evita di sentimentalizzare Hermann. Lo osserva con l’attenzione spietata del romanziere, ma anche con una tenerezza che nei libri precedenti era spesso rimasta nascosta dietro l’ironia. Il padre continua a essere testardo, autoritario, concreto, pieno di ricordi, capace perfino di irritare il figlio. Ma ora è anche un uomo che ha paura. Il rapporto con I fatti, pubblicato tre anni prima, è altrettanto significativo. In quel libro Roth aveva ripercorso la propria formazione, la famiglia e il rapporto con l’identità ebraica. Ne I fatti cercava di capire come era diventato Philip Roth; in Patrimonio torna a guardare l’uomo che aveva contribuito a renderlo tale. Sono due movimenti complementari: nel primo il figlio ricostruisce se stesso, nel secondo torna alla figura del padre per comprendere ciò che ha ricevuto da lui. Da qui si apre anche una linea che attraversa la narrativa successiva. La morte, la vecchiaia, il deterioramento del corpo e la perdita diventano temi sempre più insistenti nella scrittura di Roth. Dopo Patrimonio arrivano Operazione Shylock (1993), Il teatro di Sabbath (1995) e Pastorale americana (1997). Il confronto con Il teatro di Sabbath è significativo. Mickey Sabbath reagisce alla vecchiaia e alla morte aggrappandosi disperatamente al corpo, al sesso, al desiderio, alla provocazione. In Patrimonio, invece, Roth guarda il corpo quando non è più possibile dominarlo. Hermann perde progressivamente la propria autonomia; Sabbath cerca di conservarla attraverso l’eros. Sono due risposte opposte alla stessa consapevolezza: il corpo è destinato a finire. Anche Pastorale americana, per certi versi, può essere accostato a Patrimonio. Là Roth racconta la perdita di una figlia e la dissoluzione di un’immagine ideale dell’America; qui la perdita riguarda il padre e un intero mondo familiare. Seymour Levov non riesce a comprendere né a salvare la figlia; Philip non può salvare Hermann. In entrambi i libri la sofferenza nasce dalla scoperta che le persone che amiamo non sono nostre, che non possiamo governarne le scelte né sottrarle al destino. Ma il riflesso più importante resta quello con Lamento di Portnoy. A distanza di quasi venticinque anni, Roth torna sul conflitto originario e lo rovescia. Portnoy vuole scappare dal padre; Philip Roth deve accompagnare il proprio verso la morte. Portnoy vive la famiglia come un debito dal quale liberarsi; Roth scopre che quel debito è diventato un’eredità. Un’eredità che non consiste tanto nei valori paterni, che il figlio non ha mai completamente condiviso, quanto nella materia stessa della sua vita: il corpo, la memoria, la lingua, Newark, l’ebraismo, la famiglia. Anche il titolo acquista così un significato diverso. Patrimonio non indica ciò che un padre lascia al figlio, ma ciò che il figlio scopre di aver ricevuto senza averlo scelto. Per questo la scena del bagno conta più di qualsiasi dichiarazione d’amore. Roth non ha bisogno di dire che ama suo padre: lo dimostra facendosi carico del suo corpo. Il figlio diventa, almeno per un momento, colui che si prende cura del padre. C’è anche un paradosso nella biografia di Roth. Non ha avuto figli, ma in Patrimonio sperimenta una forma rovesciata della genitorialità: è lui ad accudire, proteggere, lavare e accompagnare. La malattia modifica temporaneamente i ruoli e costringe il figlio a diventare responsabile del padre. È forse questo il passaggio decisivo. Roth non rinuncia all’ironia, ma scopre che davanti alla malattia e alla morte l’ironia non è più sufficiente. La scrittura non può salvare Hermann, né può rendere meno concreta la sua sofferenza. Può soltanto registrarla. E così, mentre Hermann deve decidere se sottoporsi a un’operazione rischiosa per guadagnare forse qualche mese o qualche anno di vita, Philip deve affrontare una domanda ancora più radicale: che cosa possiamo fare quando non siamo più in grado di salvare qualcuno? E che cosa significa, allora, restargli accanto? Le pagine finali sono potenti proprio perché Roth non cerca una morale, una consolazione religiosa o una trasfigurazione della morte. C’è un uomo che muore e un figlio che lo guarda morire. La letteratura non offre una via d’uscita: può soltanto stare dentro quella realtà e darle una forma. Patrimonio è il libro in cui Roth scopre che la realtà può essere più violenta della finzione e che, davanti alla morte, anche un grande romanziere deve accettare i limiti della propria arte.
«Questo, dunque, era il mio patrimonio».
Non il denaro. Non gli oggetti. Non la tradizione. Un padre. E la memoria di averlo accompagnato fino alla fine.
Angelo Cennamo