IT 40

1957, Derry, Maine; il piccolo George insegue la sua barchetta di carta lungo i rigagnoli gonfi di pioggia fino a un crepaccio nel marciapiede. La barchetta scompare. Da lì emerge Pennywise. Stephen King apre It con uno degli attacchi più fulminanti della letteratura americana. La morte di Georgie è brutale e rapidissima, e questa è la scelta più coraggiosa: il vero orrore non sta nella morte ma nei secondi prima. Nel sorriso di Pennywise. Nella fiducia assoluta di un bambino verso uno sconosciuto. Georgie è solo – il fratello malato, i genitori lontanissimi anche se in casa – e Pennywise si nutre esattamente di quella solitudine. Come sempre, del resto. Come in tutta la letteratura americana che conta: da Twain a Flannery O’Connor, il mostro arriva sempre quando il bambino è solo. Pennywise è la personificazione freudiana dell’Unheimliche, il perturbante che abita i luoghi più conosciuti: lo scarico sotto il marciapiede, la strada di casa. Il debito con Bradbury è evidente – Something Wicked This Way Comes è l’antecedente diretto – ma Bradbury concede sempre una luce dorata anche nel buio. King non concede nulla.

It è però un romanzo di formazione mascherato da horror. I sette ragazzini che stringono il loro patto di sangue – Bill il balbuziente, Beverly con i suoi lividi, Ben il ciccione, Richie il quattrocchi, Eddie con il suo inalatore placebo, Stan con il suo nasone, e Mike, l’unico nero, l’unico che resterà a Derry – non sono eroi, sono perdenti, emarginati, il tipo di bambini che ogni società produce e poi preferisce non vedere. King li ama con una generosità che ricorda Dickens, li conosce dall’interno, ne restituisce la vergogna e il coraggio con la stessa precisione. Mike Hanlon è l’unico dei Perdenti a non aver mai lasciato Derry. Mentre gli altri sono andati via, hanno costruito vite altrove, hanno dimenticato – e la dimenticanza non è stata casuale, è stata una misericordia, una specie di anestesia collettiva che li ha protetti da quello che avevano visto e fatto da bambini – Mike è rimasto. Bibliotecario, custode della memoria, sentinella solitaria di una città che nasconde qualcosa di antico e marcio nel ventre. Quando i bambini ricominciarono a morire, Mike lo sapeva già. Lo aspettava. Aveva tenuto il registro degli anni, aveva annotato i cicli, aveva capito che It tornava con la regolarità di una marea nera. E sapeva che sarebbe toccato a lui fare le telefonate. Ogni chiamata è un atto di violenza gentile. Bill che tiene il telefono e sente qualcosa muoversi dentro di lui come un relitto che affiora dal fondo. Beverly che riattacca e piange senza sapere perché. Richie che smette di ridere per la prima volta da anni. Eddie, Ben, Stan – ciascuno raggiunto da quella voce tranquilla del midwest, quella voce che non accusa e non spiega, che dice solo: è tornato, devi venire. Il richiamo funziona perché King capisce che il terrore più profondo non è la creatura nelle fogne: è la memoria che torna. È scoprire che una parte di te non ha mai lasciato Derry, che quella estate del 1958 è ancora lì – intatta e sanguinante – sepolta appena sotto la superficie di una vita adulta costruita con cura sopra una voragine. E quando, ventisette anni dopo, li richiama a Derry da adulti affermati, la domanda che pone è tagliente: cosa resta di noi quando smettiamo di ricordare chi eravamo? Gli americani, sembra dirci King, costruiscono la loro identità sulla damnatio memoriae. Dimenticare è la loro forza, ma anche la loro fragilità, perché chi dimentica è condannato a rivivere. E non è un caso che l’unico dei sette a non aver dimenticato sia Mike Hanlon – l’uomo di colore rimasto indietro, depositario di una memoria che gli altri si sono concessi il lusso di cancellare. È una delle osservazioni più politicamente lucide che King abbia mai infilato in un romanzo, quasi di contrabbando, dentro una storia di clown assassini e mostri cosmici.

It esce nel settembre del 1986, a pochi mesi di distanza da Beloved di Toni Morrison – romanzo anch’esso ossessionato dalla rimozione del ricordo, dalla memoria come ferita che non si rimargina. L’accostamento non è peregrino: sono due libri profondamente americani, nati nello stesso momento storico, che parlano della stessa cosa con linguaggi opposti. Morrison vince il Pulitzer, King vende milioni di copie. La letteratura, come sempre, trova le sue strade. Relegare It nell’horror è un’ingenerosa diminutio. È un romanzo di formazione, un saggio mascherato sull’America, una meditazione sull’amicizia e sul tempo. Ha la generosità narrativa dei grandi libri voluminosi – dall’Ulisse di Joyce a Il cardellino della Tartt – quei libri in cui la lunghezza non è eccesso ma necessità, perché certe storie hanno bisogno di spazio per respirare. Il 15 settembre 2026 It compie quarant’anni. E Pennywise balla ancora.

Angelo Cennamo

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