L’ALBUM CHE CAMBIÒ PER SEMPRE LA STORIA DEL ROCK

New York, 1966. Manhattan non è ancora la città scintillante che diventerà negli anni Ottanta. È una metropoli sporca, pericolosa, ma in quelle crepe sta nascendo qualcosa di nuovo. Se sulla costa occidentale la controcultura hippie predica pace, spiritualità e libertà individuale, a New York prende forma un’altra sensibilità: meno idealista, più urbana, più attratta dall’ambiguità e dalle zone d’ombra dell’esistenza. Il Greenwich Village e l’East Village sono il laboratorio di questa nuova estetica. È qui che Andy Warhol incrocia i Velvet Underground. Wharol, già figura centrale della Pop Art, è alla ricerca di una colonna sonora per la Factory, il suo leggendario studio newyorkese popolato da artisti, modelle, drag queen, musicisti, tossicodipendenti, aristocratici decaduti e aspiranti celebrità. Nei Velvet Underground trova qualcosa che nessun altro gruppo americano possiede: una musica in grado di raccontare la città senza abbellirla, trasformandone il rumore e la violenza in arte. Il ruolo di Warhol nella realizzazione dell’album è ancora oggi oggetto di discussione. Il suo nome compare come produttore, ma il suo contributo è soprattutto artistico e strategico. Non interviene negli arrangiamenti né dirige le registrazioni. Offre invece al gruppo una protezione che nessun altro avrebbe potuto garantire. Grazie al suo prestigio, i Velvet Underground ottengono una libertà creativa pressoché totale. In un’epoca in cui il rock parla soprattutto d’amore o di evasione psichedelica, Lou Reed può scrivere di eroina, prostituzione, sadomasochismo e alienazione senza dover attenuare nulla. Warhol insiste anche perché Nico entri a far parte del progetto. La cantante tedesca non è ben vista dagli altri componenti del gruppo, che la considerano un’imposizione esterna. Eppure la sua voce glaciale, distante e quasi impassibile diventa uno degli elementi più riconoscibili dell’album. Brani come Femme Fatale, All Tomorrow’s Parties e I’ll Be Your Mirror devono molto proprio a quel contrasto tra l’interpretazione di Nico e la scrittura di Reed. Ascoltare oggi The Velvet Underground & Nico significa entrare in un universo sonoro che, a quasi sessant’anni dalla pubblicazione, conserva una sorprendente modernità. Qui non ci sono le armonie luminose della California né il misticismo della Summer of Love. Ci sono invece la viola elettrica e sperimentale di John Cale, il ritmo essenziale e ipnotico di Maureen Tucker e il basso di Sterling Morrison. È una musica che restituisce il respiro stesso di New York: ripetitiva, nervosa, rumorosa, spesso inquietante. testi di Lou Reed completano questo paesaggio sonoro. Non giudicano i personaggi che raccontano e non cercano effetti scandalistici. Osservano la dipendenza, la marginalità, il desiderio e la solitudine con lo sguardo asciutto di chi conosce quel mondo da vicino. Reed rinuncia alla retorica della ribellione e costruisce invece piccoli racconti urbani, popolati da figure fragili e contraddittorie. Non è un caso. Prima di fondare i Velvet Underground, Reed studia scrittura creativa con il poeta Delmore Schwartz alla Syracuse University, un’esperienza destinata a influenzare profondamente il suo modo di scrivere. Successivamente lavora come autore per la Pickwick Records, componendo rapidamente canzoni commerciali destinate a seguire le mode del momento. Da quell’esperienza ricava una straordinaria disciplina nella costruzione delle canzoni e allo stesso tempo un certo disprezzo per i meccanismi più superficiali dell’industria discografica. Questa tensione tra mestiere e ambizione letteraria diventa il tratto distintivo della sua opera. Reed porta nel rock la sensibilità del romanzo americano: attenzione al dettaglio concreto, dialoghi essenziali, personaggi delineati in poche frasi e una narrazione priva di giudizi morali. Più che un profeta o un poeta visionario, è un cronista della metropoli. È proprio questa qualità a rendere i suoi testi ancora così vivi, mentre molta della retorica psichedelica degli stessi anni appare oggi datata.

Chi desidera approfondire la vicenda artistica e umana di Lou Reed legga la bellissima biografia di Will Hermes, pubblicata in Italia da minimum fax con il titolo Il re di New York. Il volume ricostruisce con grande precisione il contesto culturale e musicale in cui nacquero i Velvet Underground, restituendo tutta la complessità di un artista troppo spesso ridotto a un semplice simbolo della trasgressione. Quando l’album esce, nel marzo 1967, il successo è quasi inesistente. Le vendite sono modeste, molte radio evitano di trasmetterne i brani e una controversia legale legata all’immagine riprodotta sul retro della copertina ne rallenta persino la distribuzione. Il pubblico dell’epoca non è ancora pronto. Con il passare degli anni, però, The Velvet Underground & Nico viene riconosciuto come uno degli album più influenti della storia del rock. Brian Eno riassume perfettamente questo destino con una frase diventata celebre: «Il primo album dei Velvet Underground vendette solo trentamila copie, ma chiunque ne comprò una mise su una band». È un’esagerazione, ma contiene una sostanziale verità. Da quel disco prendono ispirazione il punk, il post-punk, il rock alternativo, l’indie e gran parte della musica indipendente degli ultimi decenni. I Velvet Underground dimostrano che è possibile fare musica popolare senza inseguire il consenso, raccontando gli aspetti più scomodi dell’esperienza umana con lucidità e senza compiacimento. Resta infine la copertina. La banana gialla firmata da Andy Warhol, stampata su fondo bianco e accompagnata dalla celebre scritta Peel slowly and see, invita l’ascoltatore a sollevare l’adesivo per scoprire un frutto rosa dal chiaro doppio senso. È molto più di una trovata grafica: è un’opera d’arte concettuale che riflette perfettamente la poetica di Warhol, fondata sull’ambiguità, sulla riproduzione seriale delle immagini e sul sottile confine tra arte e cultura di massa. Ancora oggi quella banana è una delle icone visive più riconoscibili del Novecento. 

Angelo Cennamo

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