Nell’aprile del 1925 un romanzo breve arrivò nelle librerie americane e vi rimase per poco. Le vendite furono deludenti e, nonostante alcune recensioni molto favorevoli, l’accoglienza non bastò a trasformarlo in un successo. Francis Scott Fitzgerald morì nel 1940 convinto che la sua opera fosse ormai destinata all’oblio. Un secolo dopo, Il grande Gatsby è diventato il romanzo americano per antonomasia, il libro che quasi ogni liceale statunitense incontra almeno una volta, il testo attraverso cui continuiamo a raccontare l’ambizione, il denaro e il desiderio di reinventarsi. La sua fortuna, però, rischia di nasconderne la vera radicalità. Il grande Gatsby non è semplicemente il romanzo del sogno americano, né una storia d’amore finita male. È un romanzo sull’illusione e, più precisamente, sulla capacità dell’illusione di diventare più potente della realtà. Fitzgerald costruisce la storia intorno a un’idea che riguarda prima ancora il modo in cui guardiamo che ciò che guardiamo: la realtà non ci arriva mai direttamente, ma attraverso racconti, immagini, interpretazioni. Nick Carraway è il primo filtro. Racconta Gatsby, ma prima ancora racconta ciò che gli altri hanno costruito intorno a lui. La sua voce non è trasparente come vorrebbe farci credere. Si presenta come un uomo poco incline a giudicare, eppure giudica continuamente ciò che osserva, seleziona, ricostruisce, lascia qualcosa fuori campo. È abbastanza vicino a quel mondo da conoscerne i codici e abbastanza estraneo da poterli mettere in discussione. Gatsby, del resto, esiste come racconto prima ancora di comparire. Gli invitati alle sue feste non conoscono l’uomo: conoscono le versioni che circolano su di lui. È un assassino, una spia, un contrabbandiere, forse qualcosa di ancora più oscuro. Quando finalmente appare, non entra nella storia come un personaggio già definito, ma come qualcuno che ha costruito intorno a sé un’immagine. James Gatz ha inventato Jay Gatsby, ma Jay Gatsby è a sua volta un’invenzione. La differenza è che Gatsby crede nella propria invenzione fino al punto di farne una realtà. Il personaggio acquista così una profondità che va oltre la semplice parabola dell’ascesa sociale. Gatsby vuole diventare qualcun altro e trova nel denaro lo strumento necessario per rendere credibile quella trasformazione. La villa, le automobili, gli abiti, le feste sono segni di ricchezza, ma soprattutto prove dell’esistenza di Gatsby. La sua identità dipende dallo sguardo degli altri. Deve essere visto per poter essere ciò che ha deciso di essere. Tom e Daisy possiedono il denaro senza avere bisogno di giustificarlo; Jordan si muove nel mondo con la leggerezza di chi considera la verità un ostacolo secondario; Nick osserva e interpreta. Gatsby, invece, crede. Ed è proprio questa capacità di credere nella propria invenzione a renderlo insieme affascinante e vulnerabile. Daisy è il punto in cui questa fede viene messa alla prova. Gatsby torna verso un momento della propria vita che ha trasformato in una sorta di origine mitica. Daisy appartiene a quel passato, ma negli anni il suo ricordo si è saldato all’immagine che Gatsby ha costruito di se stesso. Quando erano giovani, la loro separazione aveva ragioni concrete: la distanza sociale, il denaro, l’incertezza del futuro. Gatsby trasforma quella frattura in una promessa e organizza la propria vita intorno alla possibilità di mantenerla. La luce verde sul molo dei Buchanan condensa questa tensione. È associata a Daisy, ma non coincide con lei. Gatsby la vede da lontano e verso di essa tende come verso qualcosa che deve ancora essere raggiunto. La distanza diventa così parte del desiderio: finché Daisy rimane dall’altra parte della baia, può contenere tutto ciò che Gatsby vi ha proiettato. Quando finalmente Daisy torna nella sua vita, quella distanza dovrebbe scomparire. È allora che emerge il problema. La donna che Gatsby ritrova appartiene al presente; la Daisy che ha custodito per anni appartiene invece alla memoria. Nel frattempo il ricordo ha selezionato, semplificato, idealizzato. Gatsby ha trasformato una persona in una promessa e una promessa in una certezza. Daisy, per lui, deve quindi essere all’altezza di un’immagine che il tempo ha reso quasi intoccabile. La famosa richiesta di Gatsby, secondo cui Daisy dovrebbe dire di non avere mai amato Tom, porta la sua ossessione al punto estremo. Gatsby vuole che Daisy scelga lui nel presente, ma soprattutto vuole che le sue parole cancellino ciò che è accaduto nel frattempo. Se Daisy non ha mai amato Tom, allora gli anni trascorsi senza Gatsby possono essere espulsi dalla storia. Il passato torna a coincidere con il ricordo che Gatsby ne ha conservato. Daisy, però, non può restituirgli quel passato. Ha vissuto quegli anni, ha preso decisioni, ha costruito una vita. Anche la sua fragilità e la sua ambiguità fanno parte della persona che Gatsby ritrova. La sua esitazione davanti alla richiesta di Gatsby è quindi decisiva: incrina l’idea che il desiderio possa dettare legge alla memoria. Il problema, allora, non è la quantità del desiderio. È il rapporto che Gatsby stabilisce fra desiderio e realtà: immagina che una volontà abbastanza intensa possa correggere ciò che è accaduto. Da questo punto di vista, Il grande Gatsby diventa anche un romanzo sulla produzione del desiderio. A volte l’immagine finisce per acquistare una consistenza maggiore dell’oggetto che rappresenta. Gatsby viene distrutto dalla distanza fra Daisy e la figura che ha costruito di lei, così come dalla distanza fra Jay Gatsby e James Gatz. Anche il contrasto con Tom e Daisy Buchanan è più complesso della tradizionale opposizione fra ricchezza nuova e ricchezza antica. Gatsby possiede il denaro, ma non possiede la storia che lo accompagna. Deve trasformare la ricchezza in spettacolo perché ha bisogno di dimostrare di appartenere a quel mondo. I Buchanan non devono dimostrare nulla. Il loro privilegio è così antico da essersi trasformato in naturalezza. Questa è la barriera che il denaro non riesce a cancellare. Gatsby può acquistare quasi tutto ciò che il mondo dei Buchanan produce, ma non può acquistare il diritto di essere nato dalla parte giusta della storia. Lui deve mostrare ciò che possiede. Loro possono permettersi di non mostrarlo. La crudeltà di Tom e Daisy sta allora meno nella loro ricchezza che nella protezione che la ricchezza garantisce loro. Possono attraversare il mondo lasciando dietro di sé conseguenze che altri dovranno pagare e poi ritirarsi dentro ciò che possiedono. Fitzgerald non costruisce una morale semplicistica contro il denaro. Il problema è ciò che accade quando la ricchezza diventa una forma di immunità, quando il privilegio non serve più soltanto a possedere di più, ma a rispondere di meno. La Valle delle Ceneri porta nella storia ciò che le feste di Long Island cercano di lasciare fuori campo. È il paesaggio nel quale il sistema che produce splendore mostra anche ciò che lascia dietro di sé. Gli occhi del dottor T. J. Eckleburg dominano quella desolazione senza poter intervenire. Non sono necessariamente gli occhi di Dio, come suggerirebbe una lettura troppo letterale del simbolo. Sono piuttosto l’immagine di uno sguardo che pretende di vedere tutto e non è più in grado di garantire alcuna forma di giustizia. La bellezza, intanto, continua a occupare ogni pagina. È una delle scelte più intelligenti di Fitzgerald. Il romanzo è pieno di luce, musica, colori, automobili, abiti, giardini, feste. Il mondo di Gatsby non viene presentato come una menzogna da smascherare immediatamente. Viene reso seducente. Fitzgerald deve farci desiderare quel mondo prima di mostrarci ciò che nasconde. La sua prosa non si limita a descrivere l’incanto: lo produce nel lettore. La forma del romanzo ripete così il suo tema. Prima incanta, poi lascia intravedere ciò che l’incanto nasconde. È anche ciò che distingue Fitzgerald da una parte importante della narrativa americana contemporanea. Nel 1925, lo stesso anno di Il grande Gatsby, uscì Manhattan Transfer di John Dos Passos. Sono romanzi molto diversi, ma entrambi appartengono a una modernità dominata dalla velocità, dai soldi, dalle immagini e da individui che si sfiorano senza riuscire davvero a incontrarsi. Dos Passos allarga lo sguardo fino a trasformare Manhattan in un organismo collettivo; Fitzgerald lo restringe attorno a pochi personaggi, a una casa, a una strada, a una luce lontana. Questa concentrazione gli permette di trasformare una vicenda privata nella forma di una promessa nazionale. Gatsby è profondamente americano perché crede che un’identità possa essere reinventata. James Gatz rifiuta il destino sociale del ragazzo povero del Midwest e si inventa Jay Gatsby. In questo gesto c’è qualcosa di autenticamente americano e, insieme, qualcosa di tragicamente illusorio. Il romanzo non nega la possibilità di reinventarsi. Mette in dubbio la possibilità di reinventare il tempo. È una distinzione decisiva. Il sogno americano promette che il passato non debba necessariamente determinare il futuro. Gatsby prende quella promessa alla lettera e la porta fino al punto estremo: se posso diventare un altro, allora posso anche recuperare ciò che il tempo mi ha tolto. Ma il passato non è una condizione sociale da cui fuggire. È una dimensione che continua a esistere anche dopo che ci siamo inventati un nuovo nome. Il problema è che la realtà non accetta di essere completamente riscritta. Anche la storia editoriale del romanzo sembra costruire, a distanza di decenni, una sorta di ironico contrappasso. Nel 1945 Il grande Gatsby fu inserito nelle Armed Services Editions e circa 155.000 copie vennero distribuite gratuitamente ai militari americani. Il libro che Fitzgerald aveva visto quasi scomparire dalla memoria dei lettori cominciò così una seconda vita. Nello stesso anno Lionel Trilling pubblicò il saggio che avrebbe contribuito in modo decisivo alla sua fortuna critica. La consacrazione arrivò quando l’autore non poteva più assistervi. Il jazz, il proibizionismo, le automobili e le feste appartengono a un’America ormai lontana. Ma l’idea che possiamo costruire un’immagine di noi stessi e poi abitarla fino a trasformarla in identità non è affatto scomparsa. Forse, al contrario, è diventata una delle condizioni della vita contemporanea.
Gatsby continua a parlarci perché è un uomo che pretende dalla realtà di essere all’altezza del proprio desiderio. E questa pretesa è molto più universale della sua storia. Il suo fallimento consiste nell’aver creduto che il desiderio, se abbastanza potente, potesse diventare memoria, la memoria diventare realtà e la realtà finalmente tornare indietro. Gatsby muore nel punto esatto in cui questa illusione si spezza. Fitzgerald ha visto qualcosa che continua ancora a sfuggirci. Le illusioni non sono semplicemente il contrario della realtà. Possono diventare una delle forze attraverso cui la realtà viene costruita, desiderata, ricordata e perfino abitata. Gatsby perde perché non riesce a fare del mondo ciò che ha immaginato. E tuttavia è la sua immaginazione, più della realtà che lo circonda, a renderlo immortale.
Angelo Cennamo