IL RESTO DELLA NOSTRA VITA – Benjamin Markovits

Quando Tom accompagna Miri al college e poi decide di non tornare subito a casa, Il resto della nostra vita mostra con chiarezza che il suo vero centro non è il viaggio in sé, ma il tempo che si apre quando la vita domestica perde stabilità. Il matrimonio è già compromesso: Amy ha tradito Tom molto tempo prima, e i due sono andati avanti più per inerzia e responsabilità verso i figli che per una vera riconciliazione. La scelta di Tom non ha allora il tono netto della fuga o della liberazione; somiglia piuttosto a una sospensione, forse al tentativo di restare ancora un po’ fuori da un’esistenza che non riesce più a ricomporsi. Il ruolo dei figli è decisivo. Miri, che Tom accompagna all’inizio della storia, è il punto da cui tutto prende forma: è la figlia che lascia casa e rende improvvisamente visibile il vuoto accumulato negli anni. Michael, il maggiore, vive in California e, quando Tom lo raggiunge, il romanzo cambia registro: il rapporto tra padre e figlio diventa più adulto, meno protetto dalle abitudini familiari. In entrambi i casi, i figli impediscono che la separazione venga raccontata come una semplice svolta individuale. Tom non può smettere di essere marito senza continuare a essere padre, e questa continuità rende ogni scelta più pesante, più ambigua, più difficile da ricondurre a una linea narrativa limpida. Markovits lavora molto bene su questa ambiguità. Tom non appare né come un uomo deciso a rifarsi una vita né come una vittima. È un marito che cerca di elaborare un lutto, senza aver ancora compreso fino in fondo che cosa stia perdendo e che cosa voglia salvare. Il viaggio attraverso l’America gli offre incontri e deviazioni: una vecchia fidanzata, il fratello Eric, amici di un tempo. Ognuno di questi incontri potrebbe aprire nuove possibilità, ma nessuno riesce davvero a cancellare il nucleo da cui tutto è iniziato. Il passato è ancora lì, spesso proprio nei luoghi in cui Tom pensava di averlo lasciato alle spalle. Il basket, in questo percorso, è una traccia che segna tutto il romanzo. Tom coltiva l’idea di scrivere un libro sul basket giocato per strada, e questo progetto diventa una lente attraverso cui osserva il paese che sta attraversando. Dentro questa cornice Markovits inserisce anche una sottotrama legata al mondo universitario e alle guerre culturali degli ultimi anni. Un ex compagno di squadra del college, Brian, coinvolge Tom nella causa di Todd Gimmell, un giocatore bianco che sostiene di essere discriminato in quanto bianco. La vicenda si intreccia con la posizione professionale di Tom, docente universitario messo in congedo forzato dopo aver difeso legalmente il proprietario di una squadra accusato di commenti razzisti e sessisti. Senza anticipare troppo, sono proprio queste pagine a risultare tra le più interessanti e insolite del romanzo, nonostante l’ambiguità della posizione di Tom, spesso indeciso, o forse semplicemente cauto nel modo in cui affronta ciò che gli ruota intorno. Anche il corpo entra in questo paesaggio di incertezza. Una condizione fisica che, poco alla volta, comincia a scricchiolare compromette l’idea stessa di futuro. C’è un momento che riassume bene il tono del libro: una partita a basket con uno sconosciuto. Tom sembra raggiungere una specie di tregua. Il corpo prende il posto del pensiero e, per un attimo, la vita appare meno pesante. Il richiamo a Corri, coniglio di Updike è evidente, ma Markovits ne offre una versione più dimessa, meno illusoria. La possibilità di dimenticare se stessi dura poco. Poi tornano la strada, i figli, Amy, il corpo affaticato e tutto ciò che Tom porta con sé anche quando crede di essersene allontanato. È qui che il viaggio acquista il suo significato più profondo. Tom attraversa l’America, ma non va incontro a una nuova vita. La strada gli consente di cambiare luoghi, persone e abitudini, non di cambiare la propria storia. Ogni deviazione lo riporta alle stesse domande: che cosa è rimasto del matrimonio? Che cosa significa essere padre quando i figli sono ormai adulti? Il romanzo è più interessante di una semplice storia sulla crisi matrimoniale o sulla mezza età. Per molto tempo Tom ha creduto che la propria infelicità avesse una causa precisa: il tradimento di Amy, il matrimonio sbagliato, il lavoro, le circostanze. Quando finalmente prova ad allontanarsi da tutto questo, scopre che il problema non si lascia circoscrivere a un luogo o a un momento determinato. La vita non si separa in un prima e in un dopo con la precisione che Tom avrebbe voluto imporle. C’è dell’altro. La scrittura di Markovits riflette questa stessa idea. È una prosa sobria, attenta alle conversazioni, ai ricordi e ai piccoli incidenti della quotidianità. Il romanzo procede più per accumulo che per svolte: persone che ricompaiono, telefonate, stanze, automobili, partite, corsi universitari, pranzi, vecchie storie. Maneggiando questa materia apparentemente insignificante, Markovits restituisce il senso di un’esistenza che sfugge a ogni tentativo di essere riordinata. Tom non è un personaggio facile da amare, né uno che Markovits ha interesse a condannare. È qualcosa di più difficile. Il resto della nostra vita racconta il momento in cui le promesse della giovinezza sono finite, i figli vanno via, e una coppia deve finalmente confrontarsi con ciò che per anni ha preferito rimandare. Il viaggio di Tom conduce a una scoperta poco consolatoria: puoi attraversare un intero paese ma non puoi chiudere i conti con la tua vita. 

Angelo Cennamo

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