CONTRO IL FATALISMO – David Foster Wallace

Questo breve pamphlet di appena un centinaio di pagine conferma quanto Wallace fosse già, al momento della tesi, un autore capace di portare la filosofia sul terreno della massima tensione intellettuale: non è un semplice esercizio accademico, ma un testo che mette alla prova il lettore con una densità concettuale che, per certi versi, supera persino Infinite Jest. Io ci ho capito qualcosa solo grazie a qualche reminiscenza liceale di filosofia e alla lettura di Wittgenstein, riferimento importante per Wallace, anche se qui è meno esplicito che nell’altra tesi, The Broom.

Il cuore del lavoro è la confutazione dell’argomento fatalista di Richard Taylor, secondo cui, accettando alcune premesse di senso comune su tempo, verità e possibilità, saremmo costretti ad ammettere che nessuna azione umana può davvero cambiare il corso degli eventi futuri. Wallace individua il punto debole dell’argomento nell’espressione chiave usata da Taylor per dire che qualcosa “non è in nostro potere”: mostra che questa formula è ambigua, perché può essere letta in più modi sul piano logico, e che Taylor, senza accorgersene, scivola da un significato all’altro nel corso del ragionamento. Applicando gli strumenti della semantica modale elaborati negli anni Settanta da logici come Kripke, Lewis e Montague, Wallace distingue con precisione tra necessità logica e possibilità fisica legata a una situazione concreta. Una volta disambiguata correttamente l’espressione di Taylor, le stesse premesse di partenza non portano più alla conclusione fatalista: solo una lettura più forte, e indimostrata, potrebbe farlo, mentre quella che Taylor riesce davvero a giustificare è più debole e innocua. Wallace suggerisce così che Taylor abbia trovato un espediente elegante per far coincidere possibilità e necessità, senza averne realmente titolo sul piano logico. Testo impegnativo e imperdibile, a patto però di essere wallaciani doc.

Angelo Cennamo

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