Colson Whitehead ha attraversato generi diversi senza legarsi a una formula. La ferrovia sotterranea e I ragazzi della Nickel, premi Pulitzer rispettivamente nel 2017 e nel 2020, affrontano la storia del razzismo americano con scelte molto differenti. Con la Trilogia di Harlem si dedica al romanzo criminale e segue per tre decenni Ray Carney, commerciante di mobili e ricettatore, deciso a conquistarsi un posto nella borghesia nera di New York. Ne Il ritmo di Harlem, pubblicato negli Stati Uniti nel 2021, Carney cerca di far crescere il negozio e di assicurare alla famiglia una vita rispettabile. I guadagni della ricettazione gli fanno comodo, ma le frequentazioni criminali mettono a rischio ciò che sta costruendo. Vorrebbe considerare gli affari illeciti un’attività provvisoria, da abbandonare appena possibile. Quel momento, però, si allontana ogni volta che gli viene proposto un buon affare. Nella Harlem degli anni Sessanta, le sue aspirazioni devono fare i conti con le discriminazioni razziali e con le gerarchie della stessa borghesia alla quale vorrebbe appartenere. Manifesto criminale porta la vicenda negli anni Settanta. Mentre New York attraversa una crisi profonda, Carney deve ancora difendere il negozio e la famiglia dalle conseguenze delle proprie scelte. Intorno a lui prosperano poliziotti corrotti, speculatori e affaristi. Freddo come una macchina, ultimo capitolo della trilogia – traduzione di Silvia Pareschi – conserva la divisione in tre parti, ambientate nel 1981, nel 1983 e nel 1986. Carney ha ormai un’attività affermata, ma la posizione raggiunta non lo mette al riparo dalle difficoltà. Quando le banche negano a Elizabeth, sua moglie, il prestito per aprire un’agenzia di viaggi, decide di partecipare a un nuovo colpo. Nella seconda parte Pepper lavora come guardia del corpo per un mercante d’arte coinvolto nel traffico di una preziosa maschera africana. Nell’ultima, Carney tenta di proteggere Robert, il figlio del cugino Freddie, dalle cattive compagnie. Lo spinge anche il rimorso per non essere riuscito, anni prima, a salvare Freddie. Carney rimane interessante soprattutto per la facilità con cui trova buone ragioni per fare ciò che gli conviene. Vuole proteggere la famiglia, ma anche arricchirsi, ottenere rispetto e sottrarsi alle decisioni di chi dispone di più potere. È difficile separare queste motivazioni, tanto più che lui stesso preferisce confonderle. Le necessità familiari gli permettono di presentare come un dovere ciò che spesso è anche una tentazione. Il benessere non lo ha reso meno ambizioso: gli ha dato di più da perdere e nuove ragioni per rischiare. Whitehead lascia emergere questa contraddizione dai comportamenti. Carney può essere generoso e calcolatore nella stessa occasione, riconoscere un sopruso e approfittarne quando gli torna utile. L’umorismo coglie soprattutto la distanza fra l’immagine che vuole dare di sé e la condotta che si concede. Per difendere la propria rispettabilità occorrono denaro, buone relazioni e una certa indulgenza verso i mezzi usati per ottenerli. È qui che il rapporto fra commercio e criminalità si fa più interessante. Whitehead mostra come gli affari leciti e quelli clandestini possano sostenersi a vicenda senza per questo cancellarne le differenze. Contano le protezioni, la possibilità di nascondere le responsabilità e il potere di far pagare ad altri le conseguenze delle proprie decisioni. Carney conosce abbastanza bene entrambi i mondi da capire quando convenga rispettare le regole e quando qualcuno possa permettersi di ignorarle. Le riserve riguardano invece la costruzione del romanzo. Whitehead sa dare vivacità a una conversazione, caratterizzare in poche righe una figura secondaria, rendere divertente una trattativa. Il problema si avverte nel passaggio da un episodio all’altro. Anche una scena riuscita può lasciare poco dietro di sé: i dialoghi divertono, un personaggio incuriosisce, ma quando il racconto prosegue si ha spesso l’impressione che quanto appena letto abbia esaurito la propria forza. Così, pur apprezzando molte pagine, si segue il libro con una partecipazione discontinua. A tratti il romanzo somiglia a un locale affollato, dove si ascoltano più conversazioni insieme. Una voce attira l’attenzione, da un altro tavolo arriva una battuta che distrae. L’ambiente è vivo, ma si finisce per coglierne gli umori più che per sentirsi coinvolti in ciò che accade. Whitehead restituisce bene questa confusione di voci e interessi; nel corso della lettura, però, si avverte la mancanza di un passaggio capace di prevalere e di rendere più necessari anche gli altri. Il confronto con i primi due volumi chiarisce la difficoltà. In Il ritmo di Harlem, le attività clandestine di Carney minacciavano continuamente il suo equilibrio domestico e professionale. Ogni affare rendeva più precaria la separazione fra le due vite e lo costringeva a misurarsi con le conseguenze delle proprie scelte. Manifesto criminale aveva ampliato il racconto, legando le disavventure dei personaggi alla crisi della città. Nel terzo libro ritroviamo quel mondo con piacere, ma la familiarità non basta a sostenere l’intera lettura. Alcune situazioni confermano ciò che già sappiamo dei protagonisti senza cambiare davvero i loro rapporti o il nostro modo di considerarli. La vicenda di Robert avrebbe potuto dare maggiore spessore alla conclusione. Nel tentativo di proteggerlo, Carney torna a confrontarsi con una perdita alla quale il successo economico non ha posto rimedio. Il ricordo di Freddie introduce un motivo più doloroso e personale della convenienza degli affari: questa volta Carney vorrebbe riuscire dove aveva fallito. Eppure anche il suo tentativo di riscatto fatica a imporsi e non dà al congedo dalla trilogia l’intensità che ci si aspetterebbe. Restano molti motivi per apprezzare il libro. L’ironia colpisce le vanità senza insistere, i personaggi trovano scuse credibili anche per le decisioni peggiori, New York prende forma attraverso il lavoro, gli affitti, le proprietà che cambiano mano. Whitehead racconta con precisione chi trae vantaggio dalle trasformazioni della città e chi ne subisce i costi. Ma questa ricchezza, anziché rendere più incisive le vicende, finisce talvolta per metterle tutte sullo stesso piano.
Angelo Cennamo