COLPA DEL DANNEGGIATO – William Gaddis

La prima battuta di Colpa del danneggiato è una piccola dichiarazione di sfiducia: la giustizia, si dice, si ottiene nell’altro mondo; in questo bisogna accontentarsi della legge. Tutto il romanzo mette in scena quello scarto e ciò che accade a una società che ha affidato alla procedura il compito che un tempo spettava alla verità.Per un autore che ha costruito la propria opera sul divario tra ciò che le persone dicono e ciò che è vero, il tribunale è il terreno ideale: il solo luogo in cui la parola è tenuta per statuto a produrre fatti, torti e ragioni, e proprio per questo fallisce nel modo più clamoroso. Gaddis ci arriva al quarto romanzo, dopo aver lasciato che l’arte e il falso (Le perizie, 1955), il denaro (JR, 1975), la casa e l’eredità (Gotico americano, 1985) si smascherassero a forza di conversazioni. Il libro uscì nel 1994 per Poseidon Press e arriva in Italia solo ora, trentadue anni dopo, nella traduzione di Massimo Bocchiola per Il Saggiatore. Al centro c’è Oscar Crease, insegnante di storia e drammaturgo mancato, autore di Once at Antietam, un dramma sulla guerra civile ispirato alle vicende del nonno e mai andato in scena. Il libro parte da un’idea che è già una tesi giuridica: mentre tenta di avviare la propria automobile cortocircuitando l’accensione, Oscar viene investito dalla vettura stessa. È al tempo stesso proprietario e vittima, e da qui nasce la prima causa, contro il costruttore giapponese. La seconda riguarda un kolossal hollywoodiano che, secondo Oscar, avrebbe saccheggiato il suo dramma. Intorno a queste due se ne addensano una ventina d’altre, di peso e consistenza diversissimi: quelle dell’avvocato Harry Lutz, marito della sorellastra Christina e trascinato da Oscar nelle sue battaglie, e quelle del padre, l’anziano giudice federale Thomas Crease, che presiede un caso trasformato in circo mediatico. Il cane Spot è rimasto incastrato in Cyclone Seven, una scultura d’acciaio che già in JR aveva intrappolato un bambino, e lo scultore si oppone a smontarla.Il titolo originale, A Frolic of His Own, è un tecnicismo della tort law anglosassone, che distingue tra detour e frolic. Il detour è una deviazione di poco conto dalle proprie mansioni, per la quale il datore di lavoro resta responsabile; il frolic è l’abbandono sostanziale del servizio per inseguire un interesse personale, e fa venir meno quella responsabilità. La formula risale al caso inglese Joel v. Morison (1834). Il titolo italiano sposta l’accento sullo stesso nodo, la vittima chiamata a rispondere del proprio danno, con un’espressione che nel nostro diritto civile ha un nome preciso: il concorso di colpa del danneggiato (art. 1227 c.c.). La mossa formale decisiva è che tutto passa attraverso il linguaggio giuridico. Telefonate, monologhi, brani del dramma di Oscar, pareri, sentenze e deposizioni non interrompono l’azione: sono l’azione. Il mondo di Oscar esiste solo in quanto viene messo a verbale, contestato e fatturato. Il gergo delle carte processuali si scontra con la prosa ampollosa e teatrale di Oscar, e da questo cortocircuito nasce gran parte della comicità. La legge, che promette precisione e neutralità, si rivela la lingua più opaca di tutte.Sul piano tematico il romanzo rovescia le premesse delle Perizie: là il falso era artistico e religioso, qui il problema è l’originalità in senso giuridico. Che cosa significa possedere una storia? Quando una somiglianza diventa furto? Il processo per plagio costringe tribunali e periti a improvvisarsi critici letterari con strumenti inadatti, e ne esce una parodia feroce di ogni teoria dell’autore. Rispetto a JR, il disordine economico che invadeva scuole e mercati si concentra ora in aule, studi legali e polizze: il denaro non circola più liberamente, ma si trasforma in parcelle, risarcimenti e spese processuali. Hollywood, industria capace di digerire storie e autori, appare come l’erede diretta degli affaristi di JR. Sullo sfondo corre una linea ereditaria, dal nonno che ad Antietam si era sottratto pagando un sostituto fino al padre giudice, a intrecciare proprietà e colpa familiare.Oscar non è un predatore. Si crede l’ultimo uomo civile e, a furia di inseguire la giustizia, si riduce a una caricatura di sé. La sua ostinazione è insieme comica e patetica: ridiamo di lui riconoscendo una frustrazione familiare, quella di trovarsi davanti a sistemi che promettono ascolto e soluzioni ma producono ritardi, costi e nuovi ostacoli. È il primo Gaddis affidato a Bocchiola: Il Saggiatore ha pubblicato Le perizie (2024) e JR (2025) nelle traduzioni di Vincenzo Mantovani, già traduttore di Gotico americano nel 1990. Il compito è tra i più ingrati della narrativa americana: restituire insieme il gergo di sentenze e deposizioni, la retorica da palcoscenico di Oscar, le voci che si sovrappongono senza attribuzioni e una punteggiatura ridotta al minimo, in cui chi parla va indovinato dal tono.Chi cerca una trama ordinata potrà trovarlo ostile, perché il libro costringe a condividere il disorientamento del protagonista. Ma grazie al filo comico delle cause e a una vicenda più lineare del solito, è il più accessibile dei romanzi di Gaddis. Le 624 pagine dell’edizione italiana non nascono da dispersione: ogni causa, ogni documento, ogni digressione concorre a un disegno in cui la litigiosità è la forma stessa della vita sociale. Gaddis non spiega il presente: lo registra mentre si sfalda.

Angelo Cennamo

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