INGRAM – Louis C. K.

Quando un comico annuncia di essere «anche un romanziere», la diffidenza scatta quasi da sola. Ricordate il Giorgio Faletti di Io uccido? Louis C.K. ha dato la notizia ai suoi fan con una mail, mettendo subito le mani avanti: Ingram non è un romanzetto comico ma letteratura vera. Sul suo esordio gravavano dunque due pregiudizi. Il primo riguarda il mestiere: un attore sa essere anche uno scrittore? Il secondo riguarda la persona: dopo la brutta storia che ne ha incrinato la reputazione  (non entro nei dettagli) Louis C.K. avrebbe mantenuto intatta la propria credibilità? Noi, che a queste storie non siamo interessati e ancor meno ai curriculum, preferiamo valutare il romanzo per quello che è.

Ingram ha nove anni e non conosce il proprio cognome. Cresce in una fattoria isolata del Texas orientale, tra la povertà e due genitori assenti anche quando sono in casa. A un certo punto se ne va, perché restare non è più possibile. Non è una fuga romantica: a quell’età nessuno sogna l’avventura, si va dove si può. Da lì comincia un viaggio tra campi di grano, giacimenti, officine, tavole calde e strade secondarie, popolato da persone che entrano nella sua vita per qualche giorno o per molto di più: camerieri, braccianti, criminali. Il mondo che attraversa non gli vuole male. Semplicemente non lo nota, come la giungla o il deserto non notano chi ci sopravvive. Il cuore del libro è il personaggio, e il personaggio è soprattutto una voce. Ingram guarda, ascolta, fa domande e sbaglia. Non conosce le regole degli adulti e, proprio per questo, riesce a vedere ciò che loro hanno smesso di vedere. Quando incontra due uomini della banca in completo grigio, le loro cravatte gli ricordano il bestiame: la scena è comica senza che lui abbia alcuna intenzione di esserlo. L’umorismo del libro funziona spesso così. Il Louis C.K. attore e comico è riconoscibile, ma in una forma diversa: non occupa la scena, sta nei dialoghi, nei malintesi, nello scarto tra ciò che il bambino sa e ciò che gli adulti danno per scontato. Il rischio è che un bambino senza istruzione ragioni attraverso immagini troppo ricercate e lasci intravedere la mano dell’autore. È il prezzo di una voce molto caratterizzata, chiamata a reggere un romanzo intero. La mente corre a Mark Twain. Non perché Ingram sia un nuovo Huckleberry Finn – un paragone che finirebbe per schiacciarlo – ma perché anche qui l’America è affidata allo sguardo di un ragazzo che la attraversa senza gli strumenti per interpretarla. Huck scende lungo il Mississippi, Ingram percorre le strade del Texas; in entrambi i mondi, le parole degli adulti non coincidono con ciò che fanno i grandi. La differenza, però, è decisiva. Huck fugge da una vita che non vuole; Ingram lascia quella che dovrebbe essere casa sua e che non lo trattiene. La strada non nasce dal desiderio di libertà, ma dalla necessità, e il viaggio diventa la ricerca di ciò che gli manca di più: un posto e qualcuno a cui appartenere. Se Twain raccontava la scoperta dell’ipocrisia degli adulti, qui la domanda è più elementare e più dolorosa: di un adulto ci si può fidare?Per questo Ingram ricorda anche certe storie di Ivan Doig. Nei suoi romanzi del Montana l’infanzia è legata a una famiglia, a una comunità, a un territorio preciso: i ragazzi crescono dentro un mondo già formato, ne assorbono la lingua e le abitudini, e il paesaggio diventa parte della loro educazione. Ingram parte da fuori. Non ha una comunità a cui tornare e deve costruire la propria esperienza attraverso gli incontri, uno alla volta. Anche il Texas di C.K. non è quello della leggenda western, ma un territorio fatto di strade, campi, case e gente che cerca di tirare avanti. Il contrasto con Doig sta tutto qui: dove lui racconta le radici, Louis C.K. racconta la loro assenza.Il sogno di Ingram è un camion. Niente rivincite, nessun trionfo sul mondo: un camion. Tutto il libro sta in quel desiderio semplice e concreto, quasi infantile nel senso migliore, che dice più di mille parabole su ciò che un bambino abbandonato può permettersi di volere.Non tutto ha la stessa forza, e va detto. Si può non essere d’accordo, per esempio, sull’autenticità della rappresentazione della povertà rurale, o sull’incertezza temporale, che porta il racconto dal realismo a uno scenario distopico. A tratti la sofferenza del protagonista viene spinta verso una parabola sulla bontà e sulla crudeltà, e in quei passaggi Ingram smette di essere un bambino per diventare una voce che commenta dall’alto. Sono limiti di costruzione, comprensibili in un esordio così ambizioso, e non cancellano ciò che rende il libro riuscito. Il meglio arriva quando C.K. si fa da parte e lascia il ragazzo sulla strada, senza proteggerlo e senza commentarlo troppo. È lì che accade qualcosa che non si può programmare: l’America torna a essere un luogo da esplorare, invece di una storia già scritta.

Angelo Cennamo

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