CHIEDI ALLA POLVERE – John Fante

«Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore». Bukowski trovò John Fante in una biblioteca di Los Angeles. Aprì Chiedi alla polvere e dentro quelle pagine riconobbe qualcosa che gli era familiare: la fame, la miseria, l’ambizione, una città senza glamour. Nel 1939 Fante aveva trent’anni e Arturo Bandini gli somigliava abbastanza. Anche Bandini vuole scrivere, diventare famoso, lasciarsi alle spalle la povertà. Si sente destinato alla grandezza mentre vive in una stanza misera di Bunker Hill. Fante conosceva bene quel tipo di fame. Era nato a Denver nel 1909, figlio di immigrati italiani, e aveva passato la vita a misurare la distanza fra l’uomo che era e quello che avrebbe voluto diventare. Los Angeles è il luogo in cui le sue illusioni vengono messe alla prova: il successo, l’amore, l’America, perfino l’immagine che ciascuno costruisce di sé. Fante racconta una Los Angeles molto lontana da quella che il cinema avrebbe trasformato in un mito. La città di Chiedi alla polvere è fatta di pensioni, camere in affitto, ristoranti economici, strade malmesse e persone che vivono ai margini. La Grande Depressione è ancora presente nell’aria, eppure Fante non costruisce un quadro sociale. Guarda piuttosto agli effetti che quella precarietà produce sulle persone. Bunker Hill è il posto perfetto per Bandini: abbastanza vicino alla promessa della città da alimentare i suoi sogni, abbastanza povero da ricordargli continuamente la sua condizione. È arrivato in California dal Colorado per diventare un altro uomo. Con sé porta la famiglia, la religione, la povertà, l’origine italiana e soprattutto il bisogno di dimostrare di aver superato il mondo da cui proviene. Qui Fante tocca uno dei nervi più profondi della sua narrativa. Bandini è figlio di immigrati e desidera sentirsi pienamente americano. Proprio questo desiderio lo mette in conflitto con le proprie origini. L’italianità rappresenta per lui una forma di appartenenza e, insieme, qualcosa da cui vorrebbe prendere le distanze. Bandini vuole scrivere perché vuole cambiare la propria vita. Ha pubblicato un racconto, E il cagnolino rise, e quella pubblicazione gli basta per convincersi di essere già avviato verso la gloria. Il mondo, naturalmente, non la pensa allo stesso modo. Fante coglie qui qualcosa di sottile: l’ambizione di Bandini cresce insieme alla sua insicurezza. Si proclama grande perché teme di essere insignificante. La vanità diventa la superficie di una paura. Per questo Bandini fa ridere e, nello stesso tempo, fa male. Le sue spacconate sono comiche finché non si intravede ciò che cercano di nascondere: un ragazzo che ha bisogno disperato che qualcuno gli dica di valere qualcosa. Lo stesso bisogno entra nella sua vita sentimentale. Quando incontra Camilla Lopez, Bandini si trova dentro una relazione che mette in gioco molto più del desiderio amoroso. Camilla è messicana, lavora come cameriera ed è ancora più esposta di lui alla marginalità della società americana. Ama Sammy, che non ricambia il suo sentimento. Bandini si innamora di lei, ma il suo desiderio viene continuamente attraversato dalla gelosia, dall’orgoglio e dai pregiudizi. Il rapporto fra i due è forse il punto più delicato del romanzo, perché Fante non concede al protagonista alcun alibi. Bandini conosce l’umiliazione di sentirsi diverso e questo non gli impedisce di umiliare a sua volta chi considera ancora più lontano dal mondo al quale aspira. Fante lascia la contraddizione aperta. Bandini vorrebbe liberarsi dei pregiudizi che lo hanno formato, ma continua a portarli dentro di sé. Vorrebbe amare Camilla, ma fatica a vedere fino in fondo la persona che ha davanti. Nel suo desiderio entra anche ciò che quell’amore potrebbe rappresentare: essere scelto, sentirsi importante, trovare finalmente una conferma di sé. Camilla sfugge continuamente all’immagine che Bandini costruisce di lei. È questo a rendere così doloroso il loro rapporto. Lui la idealizza; lei rimane un’altra persona, irriducibile a quella fantasia. La scena della spiaggia, con i due che entrano nell’oceano durante la notte, sospende per un momento questo conflitto. L’acqua, il buio, la città lasciata alle spalle: per qualche istante le differenze sembrano perdere consistenza. È un’illusione. Quando Camilla scompare nel deserto, Bandini rimane nel rimorso e nel vuoto. Nessuna spiegazione può ridare ordine alla sua storia. Fante non cerca consolazioni: alcune esperienze restano incomprensibili e non possono essere ricomposte. Il titolo del romanzo sembra allora allargarsi oltre la vicenda individuale. La polvere appartiene alla Los Angeles di Fante, alla sua aridità, alle strade e al paesaggio della California. Ma è anche ciò che rimane quando una promessa entra in contatto con la realtà. Bandini è arrivato a Los Angeles convinto che da qualche parte debba esistere una vita diversa. La città gli offre il miraggio del successo e, insieme, la fame, la solitudine e l’umiliazione. Tra l’America che immagina e quella in cui vive si apre una distanza che la città non riesce a colmare. È qui che Fante mette in discussione una certa idea del sogno americano. Bandini continua a desiderare la grandezza mentre la realtà gli restituisce continuamente la sua misura. Non smette di credere in se stesso perché quella fede, per quanto ridicola possa apparire, è anche il modo con cui cerca di sottrarsi alla condizione da cui proviene. Anche l’autobiografismo di Fante va letto da questa prospettiva. Molto di Bandini viene dalla sua vita: Denver, la famiglia italiana, il cattolicesimo, la povertà, la California, la fame di letteratura. Bandini, però, nasce da una deformazione letteraria. È come se Fante prendesse la propria esperienza e la spingesse oltre. Arturo è più arrogante, più impulsivo, più scopertamente vanitoso. Può dire e fare cose che John, nella vita, non avrebbe necessariamente detto o fatto. La finzione diventa così uno spazio in cui Fante può guardare se stesso senza indulgenza. La stessa materia ritorna negli altri romanzi del ciclo. Aspetta primavera, Bandini racconta l’infanzia e la famiglia; La strada per Los Angeles, scritto prima ma pubblicato postumo, mostra un Bandini ancora più acerbo e aggressivo; Sogni di Bunker Hill lo riporta nella Los Angeles della giovinezza e nel mondo del cinema. Cambiano le situazioni, rimane il confronto con il proprio passato e con il desiderio di trovare un posto nel mondo. Per gran parte della sua vita Hollywood gli offrì un lavoro più stabile della letteratura. Scrisse sceneggiature e riuscì a mantenersi, mentre i suoi romanzi non ricevevano il riconoscimento che sperava. La sua carriera ebbe così un andamento paradossale: continuò a scrivere mentre il successo letterario che aveva immaginato sembrava sempre rimandato. Quando Bukowski contribuì alla sua riscoperta, Fante era ormai al capolinea. La malattia gli aveva tolto la vista e le gambe, non la necessità di scrivere. Continuò a lavorare dettando alla moglie il suo ultimo romanzo, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982. Morì l’8 maggio 1983. Non fece in tempo a vedere quanto sarebbe cresciuta la sua fortuna negli anni successivi.

Angelo Cennamo

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