ANGEL DOWN – Daniel kraus

e Daniel Kraus appartiene a quella generazione di scrittori americani cresciuti tra cinema, letteratura popolare e cultura dell’orrore, ma capaci di muoversi con naturalezza tra generi e linguaggi diversi, nato a Midland, nel Michigan, nel 1975 e cresciuto a Fairfield, nell’Iowa, prima di stabilirsi nell’area di Chicago, ha scritto narrativa per ragazzi e adulti, horror, fantasy e narrativa speculativa, lavorando anche per il cinema e la televisione, ha collaborato con Guillermo del Toro a La forma dell’acqua e Trollhunters e con George A. Romero a The Living Dead e Pay the Piper, mentre Whalefall, uscito nel 2023, gli ha procurato l’Alex Award ed è arrivato tra i finalisti dell’L.A. Times Book Prize, fino ad Angel Down, pubblicato nel 2025 da Atria Books e premiato con il Pulitzer per la narrativa nel 2026, il libro che lo ha imposto all’attenzione di un pubblico molto più ampio,

e Angel Down parte da una situazione tipica del romanzo di guerra e la conduce progressivamente verso il territorio dell’apologo, siamo in Francia nell’ottobre del 1918, durante l’offensiva Mosa-Argonne, quando il soldato semplice Cyril Bagger e altri quattro uomini vengono mandati nella Terra di Nessuno per raggiungere un commilitone ferito e porre fine alle sue sofferenze, ma ciò che trovano è un angelo caduto dal cielo, colpito dall’artiglieria e rimasto impigliato nel filo spinato, una creatura che ciascuno di loro vede in modo diverso e dalla quale ciascuno spera di ottenere qualcosa, mentre la guerra finisce per diventare qualcosa di molto più vasto della cornice storica del racconto,e qui Kraus compie la scelta formale da cui discende gran parte della forza del libro, Angel Down è scritto come un’unica frase, dall’inizio alla fine, senza il punto fermo che normalmente permette alla narrazione di arrestarsi,

e ogni nuovo blocco riparte dalla congiunzione “and”, una scelta che altera radicalmente la percezione del tempo, perché il lettore avanza insieme ai soldati dentro il combattimento, senza una vera cesura, mentre immagini, azioni, ricordi, dialoghi e pensieri confluiscono nello stesso flusso, e la sintassi restituisce così una condizione nella quale gli avvenimenti sembrano non poter mai arrivare a una conclusione, come la guerra stessa, che continua ad alimentarsi attraverso ciò che ha già prodotto,

e la forma, tuttavia, non serve soltanto a imprimere velocità al racconto, perché la prosa di Kraus sa anche fermarsi, indugiare sul paesaggio devastato, aprire improvvise parentesi liriche, seguire i pensieri dei personaggi quando l’azione sembra sospendersi, la frase procede per accumulo, attraverso immagini, associazioni e deviazioni, secondo quella che il critico Ben H. Winters, richiamando il teorico Stanley Fish, ha definito “additive style”, una scrittura nella quale gli elementi si aggiungono l’uno all’altro senza che il rapporto fra loro venga sempre stabilito in anticipo, e sul campo di battaglia questa tecnica acquista un significato preciso, perché anche la realtà ha perso ogni gerarchia, un corpo, un ricordo, una preghiera, una pallottola, una paura e un desiderio possono irrompere nello stesso momento,

e Cyril Bagger impedisce che il romanzo si trasformi in una semplice allegoria, perché è un truffatore del Midwest, un uomo che ha cercato di sottrarsi alla leva e che ha imparato a vivere di espedienti, ma l’incontro con l’angelo lo costringe a misurarsi con una responsabilità dalla quale aveva sempre cercato di fuggire, mentre gli altri quattro soldati formano attorno a lui una piccola comunità di uomini diversi per carattere, convinzioni e desideri, ciascuno convinto di poter ottenere qualcosa dall’essere soprannaturale che si trova davanti, e l’angelo finisce così per portare in superficie ciò che la guerra aveva già fatto emergere: avidità, paura, violenza, fede, egoismo e bisogno di redenzione,

e da questo punto di vista Angel Down si inserisce nella grande tradizione del romanzo di guerra, da Erich Maria Remarque a Tim O’Brien, ma la strada scelta da Kraus è diversa, perché dove Niente di nuovo sul fronte occidentale affida la tragedia al realismo dell’esperienza del soldato e The Things They Carried mette al centro il rapporto fra guerra, memoria e racconto, Kraus introduce il soprannaturale e porta la vicenda verso l’allegoria e la narrativa speculativa, mentre il rapporto fra violenza, destino e mistero può ricordare Cormac McCarthy e la componente visionaria richiama quella tradizione americana nella quale l’avventura concreta diventa anche un viaggio dentro l’ignoto, da Moby-Dick in poi,

e il confronto più interessante riguarda però la forma, perché la frase interminabile di Kraus appartiene a quella storia della narrativa americana e occidentale nella quale la sintassi viene usata per modificare il rapporto fra il lettore e il tempo del racconto, da Faulkner a José Saramago, fino a David Foster Wallace, ma qui la sperimentazione non rimane un esercizio di stile, aderisce alla materia stessa del romanzo, perché una frase che non trova un punto d’arresto restituisce la continuità dell’esperienza bellica, il movimento incessante dei soldati, la difficoltà di distinguere un avvenimento dall’altro e soprattutto una violenza che tende a riprodursi senza arrivare a una conclusione,

e Kraus riesce a non lasciare che questa invenzione formale prenda il sopravvento sulla storia, perché al centro rimangono uomini concreti, sporchi, affamati, spaventati, capaci di crudeltà ma anche di solidarietà, e l’angelo non risolve i loro conflitti, li rende visibili, costringendo ciascuno a confrontarsi con ciò che la guerra ha già portato dentro di lui, così che il soprannaturale non cancella il realismo della trincea ma lo porta all’estremo, trasformando una missione militare in uno scontro fra desideri individuali e possibilità di salvezza,

e uno dei nuclei del romanzo sta proprio qui, nel modo in cui il desiderio di salvarsi può trasformarsi nel desiderio di possedere ciò che potrebbe salvarci, e nella difficoltà di riconoscere una possibilità di salvezza quando questa richiede di rinunciare al proprio interesse, la Prima guerra mondiale diventa così il luogo estremo nel quale Kraus osserva un meccanismo che supera il conflitto storico, il passaggio dalla paura alla diffidenza, dalla diffidenza alla competizione e dalla competizione alla violenza, mentre la possibilità di porre fine alla guerra viene continuamente compromessa dagli uomini stessi che ne subiscono le conseguenze,

e il risultato è un romanzo insieme feroce e visionario, nel quale sangue, fango, cadaveri e paesaggi devastati convivono con una scrittura capace di produrre immagini di grande forza, e la frase unica acquista allora un significato che va oltre l’esperimento linguistico, perché la storia procede senza potersi davvero chiudere, come se la guerra fosse una frase cominciata molto prima dei personaggi e destinata a continuare dopo di loro, mentre l’assenza del punto trasforma la grammatica in una rappresentazione della violenza e della sua capacità di perpetuarsi,

e Angel Down rimane infine un romanzo difficile da ricondurre a una sola categoria, perché guerra, allegoria e narrativa speculativa convivono con elementi del realismo magico e della fantascienza, senza che nessuno di questi registri riesca a esaurirlo, e Kraus li sottopone tutti alla stessa pressione formale, fino a fare della frase una materia narrativa, un ritmo, un’esperienza fisica, una memoria della violenza, e quando il racconto continua oltre il punto nel quale ci aspetteremmo che finisca, diventa chiaro che la vera scommessa di Angel Down non consiste nel raccontare una storia senza punti, ma nel chiedersi se esista davvero, nella storia degli uomini, un punto capace di fermare la violenza.

Angelo Cennamo

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