Con Lincoln nel Bardo, Saunders aveva trovato nel Bardo la forma giusta per raccontare il lutto di Lincoln e dare voce ai morti. In Veglia torna a quel mondo, ma questa volta la storia ruota attorno a Jill “Doll” Blaine e a K. J. Boone, un ottantasettenne dirigente di una compagnia petrolifera arrivato alla fine della sua vita. Jill è morta nel 1976. Da allora accompagna i morenti nel passaggio dalla vita alla morte. Boone è il suo 343° incarico. Ha costruito la propria fortuna nell’industria petrolifera e ha contribuito a finanziare la diffusione di posizioni contrarie alla scienza del clima. Ora è malato di cancro e non vede ragioni per pentirsi di ciò che ha fatto. È da qui che parte la storia. Jill vuole accompagnarlo senza aggiungere sofferenza alla sofferenza. Un altro spirito, un inventore francese dell’Ottocento legato alla nascita del motore a combustione interna, vuole invece che Boone riconosca le proprie responsabilità, provi vergogna e si penta. Intorno a loro arrivano altri morti, legati alla vita e agli affari di Boone. La notte nella casa del magnate diventa così un confronto sul senso della colpa quando ormai resta poco tempo. Boone è il punto debole del libro. Saunders gli costruisce intorno una biografia: le origini modeste, la crescita professionale, l’ambizione, il rapporto con il proprio lavoro. Ma Boone rimane soprattutto la figura di un grande dirigente dell’industria petrolifera. Il passato aggiunge informazioni sul personaggio senza dargli una vera profondità. Sappiamo perché è diventato quello che è, ma facciamo fatica a vedere l’uomo dietro la sua funzione. Anche la parte dedicata al negazionismo climatico soffre dello stesso problema. Saunders ha un bersaglio preciso e non ha bisogno di nasconderlo. In alcuni passaggi, però, la satira si trasforma in spiegazione. I due Mel, figure grottesche legate alle attività di Boone, servono anche a ricostruire il modo in cui l’industria ha finanziato la diffusione del dubbio sul cambiamento climatico. La scena ha una sua efficacia comica, ma il meccanismo è troppo evidente: invece di lasciare che siano i personaggi e le situazioni a raccontare ciò che è successo, il libro si ferma a spiegarlo. Il conflitto tra Jill e il francese è più interessante. Lei crede che il compito di chi accompagna un morente sia dare conforto; lui considera il conforto senza pentimento una forma di indulgenza. Nessuno dei due ha una posizione del tutto semplice. Jill stessa, mentre assiste Boone, comincia a recuperare la memoria della propria vita. Ricorda Lloyd, il marito, gli anni trascorsi insieme e ciò che aveva dimenticato della propria morte. Una festa di matrimonio nella casa accanto contribuisce a riportarla verso quel mondo che aveva lasciato troppo presto. Jill è infatti il personaggio più riuscito del libro. La sua storia non serve soltanto a spiegare chi sia: mette in discussione la sua idea della morte e del compito che le è stato affidato. Quanto più ricorda la propria vita, tanto meno il suo modo di guardare gli altri può restare separato dalla propria esperienza. È nella sua vicenda che Veglia acquista una dimensione più personale, lontana dalla figura quasi programmatica di Boone. Il problema è che Saunders non sempre lascia che queste questioni rimangano aperte. La colpa di Boone, il bisogno di pentimento, la compassione di Jill, la responsabilità individuale davanti a un danno che riguarda tutti: sono questioni importanti, ma il libro tende spesso a formularle direttamente. Il lettore viene accompagnato verso il problema invece di trovarsi dentro il problema. Ed è questo che mi ha lasciato più perplesso. Saunders è uno scrittore che sa essere feroce e insieme compassionevole, comico e crudele. In Veglia la compassione diventa invece una posizione dichiarata. Jill deve confortare Boone anche quando tutto sembra portare nella direzione opposta, mentre il francese insiste sulla necessità del pentimento. Il contrasto è chiaro fin dall’inizio e, andando avanti, lascia meno spazio alle sorprese. Non credo che il limite del libro sia il suo tema politico. Boone è un magnate del petrolio e il cambiamento climatico appartiene alla storia che Saunders ha scelto di raccontare. Il problema è letterario: quando la tesi prende il posto della complessità, i personaggi perdono qualcosa. Per questo considero Veglia un libro minore di un autore maggiore. Ci sono Jill, alcune scene riuscite, l’umorismo, le invenzioni degli spiriti e una riflessione sulla morte che non manca di interesse. Ma Boone resta troppo vicino alla sua funzione, e alcune figure intorno a lui sembrano costruite per sostenere il discorso morale del libro. La sensazione finale è che Saunders, questa volta, si fidi meno del lettore. In Lincoln nel Bardo il senso nasceva dalle voci, dalle contraddizioni, dalle storie dei morti. Qui molte risposte arrivano già formulate. E quando un romanzo comincia a spiegare ciò che dovrebbe farci vedere, qualcosa si perde.
Angelo Cennamo