Nel marzo del 1836, dopo tredici giorni di assedio, l’esercito messicano del generale Antonio López de Santa Anna conquistò la missione dell’Alamo, a San Antonio de Béxar. Quasi tutti i difensori furono uccisi. Fra loro c’erano William Travis, James Bowie e David Crockett, tre nomi destinati a entrare nell’immaginario texano. Poche settimane dopo, la vittoria dei ribelli a San Jacinto avrebbe trasformato la sconfitta in un richiamo alla vendetta e alla mobilitazione. Da allora, l’Alamo occupa un posto centrale nella storia del Texas, fra ricostruzione storica, memoria popolare e celebrazione patriottica. Stephen Harrigan affronta questa vicenda in The Gates of the Alamo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2000 e arrivato ora in Italia con il titolo Alamo, nella traduzione di Nicola Manuppelli per Del Maino. Le 872 pagine dell’edizione italiana restituiscono un romanzo storico di ampio respiro, frutto di una ricerca accurata, nel quale le vicende private si intrecciano con gli avvenimenti politici e militari. Harrigan conosce il Texas, dove è cresciuto e ha lavorato a lungo come giornalista per Texas Monthly, e ne racconta il passato senza ridurlo alle immagini più familiari della frontiera americana.
La rivolta texana del 1835-1836 nacque in un quadro politico complesso. Il Messico, indipendente dalla Spagna dal 1821, era attraversato da conflitti interni e dalla contrapposizione fra federalisti e centralisti. Santa Anna cercava di rafforzare il potere centrale, mentre in Texas la crescente presenza di coloni angloamericani alimentava le dispute sull’autonomia politica, sul controllo del territorio e sugli interessi economici. La libertà, destinata a diventare il fulcro della memoria dell’Alamo, riuniva aspirazioni diverse e non sempre conciliabili. Fra le questioni più delicate c’era la schiavitù. Molti coloni angloamericani volevano conservare un sistema economico fondato anche sul lavoro degli schiavi, mentre il governo messicano aveva adottato provvedimenti per abolirla e limitarla, la cui applicazione incontrò eccezioni e resistenze. La ribellione contro Santa Anna si accompagnava dunque alla difesa di interessi sociali ben precisi. La successiva celebrazione dell’indipendenza texana avrebbe esaltato la libertà, lasciando spesso sullo sfondo coloro ai quali quella stessa libertà continuava a essere negata. Queste contraddizioni attraversano il romanzo senza trasformarlo in una ricostruzione politica priva di vita. Le decisioni dei governi e i movimenti degli eserciti incidono sull’esistenza di uomini e donne impegnati a proteggere i propri affetti, a mantenere il lavoro e a portare avanti progetti personali. La Storia avanza, ma chi la vive non ne comprende necessariamente la portata. Molti si ritrovano coinvolti in eventi che non hanno scelto e dei quali ignorano le conseguenze.
Edmund McGowan, uno dei protagonisti, è un naturalista incaricato di studiare la flora texana. Da anni raccoglie esemplari e lavora a un’opera scientifica, la Flora Texana. Colto, orgoglioso e abituato a fidarsi della propria intelligenza, ha trovato nella ricerca un metodo per ordinare il mondo e tenere a distanza le complicazioni dei rapporti umani. L’avvicinarsi della guerra minaccia il suo progetto e mette in discussione la sicurezza con cui ha organizzato la propria esistenza. La botanica ha un ruolo centrale nella caratterizzazione di McGowan. Mentre gli eserciti si contendono il territorio, lui cerca di riconoscere e classificare le specie vegetali che incontra. Il suo lavoro richiede pazienza, precisione e disponibilità a confrontarsi con ciò che ancora non conosce: qualità lontane dalla fretta e dalla brutalità della guerra. La scienza, tuttavia, non offre risposte a ogni problema. McGowan deve fare i conti con il desiderio, la paura e la difficoltà di affidarsi agli altri. La sua vicenda mette così alla prova la fiducia nella ragione di un uomo convinto di poter ricondurre ogni cosa a un ordine comprensibile.
Mary Mott gestisce una locanda sulla costa texana. Vedova, energica e abituata a contare sulle proprie forze, misura le possibilità della vita attraverso il lavoro e le responsabilità quotidiane. Con il figlio Terrell, sedicenne, vive un rapporto difficile: vorrebbe proteggerlo, ma deve fare i conti con il desiderio del ragazzo di emanciparsi. La guerra aggrava incomprensioni già presenti e sottrae a Mary la possibilità di controllare ciò che accade al figlio.
Terrell si avvicina al conflitto dopo una prima esperienza amorosa segnata dalla tragedia. Il dolore lo spinge a fuggire dall’ambiente familiare e da una quotidianità diventata insopportabile. La guerra gli appare come un’occasione di riscatto, una prova di coraggio, forse il modo per dimostrare di essere ormai un uomo. A sedici anni, però, non possiede ancora gli strumenti per valutare il prezzo delle proprie decisioni. Nel tentativo di lasciarsi alle spalle il passato, entra in una realtà nella quale la volontà individuale conta assai meno di quanto avesse immaginato.
Harrigan evita di ridurre il suo percorso a una semplice perdita dell’innocenza. Terrell cerca una via d’uscita dal dolore e incontra la violenza, la paura e la precarietà di tutto ciò in cui credeva. La sua vicenda pone una domanda che attraversa il romanzo: che cosa rimane della ricerca di sé quando la strada scelta conduce in un luogo dal quale potrebbe non esserci ritorno? Mary guarda il figlio da una prospettiva diversa. Per lei contano la continuità della vita, il lavoro e la possibilità di salvaguardare quel poco che resta. Lui vuole sottrarsi alla sua protezione; lei fatica ad accettare che proteggerlo significhi anche lasciarlo andare. Le ragioni di entrambi sono comprensibili, ma nessuno dei due trova una soluzione. La guerra porta il loro dissidio a un punto estremo, con conseguenze che superano le incomprensioni familiari. Anche il rapporto fra Mary e McGowan nasce dal confronto fra due modi di stare al mondo. Lui ha costruito la propria identità sull’autonomia intellettuale; lei affronta necessità concrete senza potersi concedere il lusso di ignorarle. L’attrazione che nasce fra loro li obbliga a rivedere abitudini e convinzioni consolidate. La storia sentimentale non interrompe il racconto della guerra: attraverso i rapporti personali, Harrigan mostra quanto sia fragile l’ordine che ciascuno cerca di costruirsi. Accanto ai protagonisti immaginari compaiono le figure storiche dell’Alamo. William Travis, comandante della guarnigione, deve assumersi la responsabilità della resistenza in condizioni sempre più disperate. James Bowie porta con sé la fama di combattente e una reputazione segnata dall’ambizione e dalla violenza. David Crockett, ex deputato del Tennessee e personaggio già celebre negli Stati Uniti, arriva alla missione preceduto dalla propria leggenda. Crockett merita un’attenzione particolare per il modo in cui la sua figura è stata tramandata. I racconti sulla vita di frontiera e le successive rappresentazioni popolari ne hanno fatto un eroe nazionale. Harrigan guarda oltre l’immagine pubblica e segue un uomo costretto a misurarsi con le proprie aspettative e con una guerra diversa da quella che poteva aver immaginato. Il fascino del personaggio rimane, ma affiora la distanza fra la persona e ciò che gli altri hanno bisogno che rappresenti. Travis e Bowie vengono descritti con la stessa attenzione alle debolezze e ai limiti. Determinazione e coraggio convivono con l’orgoglio, le rivalità e gli errori di giudizio. Harrigan restituisce loro una dimensione umana senza ricorrere alla demolizione dell’eroe. Li mostra mentre agiscono in circostanze estreme, senza poter sapere quale significato verrà attribuito alle loro decisioni dopo la morte. Il versante messicano amplia ulteriormente la prospettiva. Santa Anna guida la spedizione militare per ristabilire il controllo del governo centrale sul Texas. È un uomo ambizioso, abituato a esercitare il potere con durezza, ma il suo esercito non si riduce a una massa indistinta, destinata soltanto a fare da sfondo al sacrificio dei difensori. Harrigan introduce personaggi messicani come il sergente Blas Montoya e il cartografo Telesforo Villaseñor, attraverso i quali racconta il conflitto anche dal punto di vista di chi è rimasto fuori dalla celebrazione americana. Montoya permette di osservare la vita militare e le condizioni degli uomini impegnati nella campagna. Villaseñor guarda invece al territorio attraverso il lavoro cartografico e le esigenze della strategia. Le loro vicende danno un volto ai soldati messicani: anche loro hanno legami, aspettative e progetti, anche loro devono obbedire a ordini che non dipendono dalla loro volontà e affrontare una violenza capace di cancellare ogni prospettiva personale. La pluralità degli sguardi non comporta che tutte le posizioni siano moralmente equivalenti. Consente, piuttosto, di riconoscere quanto fossero diverse le motivazioni di chi prese parte agli avvenimenti. Anche il ruolo dei Tejanos, gli abitanti di origine messicana del Texas, è importante. Alcuni sostennero la ribellione, altri rimasero fedeli al Messico; molti si ritrovarono a vivere una guerra che divideva comunità e famiglie. La separazione netta fra texani e messicani, frequente nelle rappresentazioni popolari, non restituisce la complessità di un territorio nel quale appartenenze, interessi e fedeltà erano tutt’altro che uniformi.
L’assedio cominciò il 23 febbraio 1836 e terminò il 6 marzo. Nel frattempo, il 2 marzo, i delegati riuniti a Washington-on-the-Brazos avevano dichiarato l’indipendenza del Texas. Il nuovo Stato avrebbe ottenuto una vittoria decisiva a San Jacinto il 21 aprile, quando le forze texane sconfissero l’esercito di Santa Anna. La caduta dell’Alamo entrò così nel racconto della rivoluzione come un sacrificio da ricordare e vendicare. Il grido «Remember the Alamo!» divenne uno strumento di mobilitazione e trasformò i morti della missione in un simbolo della lotta. È nella formazione di questo mito che il romanzo trova uno dei suoi temi più interessanti. La sconfitta militare acquistò un valore simbolico alla luce della vittoria successiva. I difensori divennero eroi, la loro morte fu caricata di un significato collettivo e le ambiguità della rivoluzione finirono in secondo piano. La memoria celebrativa privilegiò il coraggio e il sacrificio, lasciando ai margini le questioni sociali ed economiche che avevano accompagnato la ribellione, a cominciare dalla schiavitù. Il lettore conosce già l’esito dell’assedio, ma non può sapere quale sarà il destino dei protagonisti immaginari né come le loro vite finiranno per incrociarsi. La tensione narrativa nasce dai rapporti che si formano, dalle decisioni prese e dalle possibilità che vengono meno. La battaglia costituisce il punto d’arrivo della vicenda storica; il suo significato narrativo dipende dalle storie che la precedono. Anche il paesaggio texano contribuisce alla ricostruzione. Le distanze, gli insediamenti e la varietà della vegetazione restituiscono un territorio che la memoria collettiva ha spesso ristretto alla sola scena dell’assedio. Harrigan lo racconta attraverso le ricerche di McGowan, gli spostamenti dei personaggi e le condizioni concrete della vita sulla frontiera. Il Texas emerge come uno spazio nel quale opportunità economiche, ambizioni politiche e conflitti sociali si intrecciano con le difficoltà imposte dall’ambiente. L’ampiezza del romanzo consente a Harrigan di seguire numerosi personaggi e di ricostruire con minuzia l’epoca. La ricchezza dei dettagli, tuttavia, rallenta talvolta il ritmo, mentre l’esito storico già noto impone alla trama una sfida difficile: mantenere viva l’attenzione anche quando il lettore conosce in anticipo il destino della guarnigione. Harrigan convince soprattutto quando affida la ricostruzione alle esperienze individuali. Il contesto storico acquista spessore attraverso le decisioni dei personaggi, e le loro vicende impediscono al romanzo di diventare un semplice repertorio di fatti. Resta importante distinguere la ricostruzione storica dalla libertà della finzione. Harrigan parte da un contesto documentato, ma inventa personaggi, dialoghi e situazioni, intrecciandoli con le biografie di figure realmente esistite. Il romanzo non sostituisce il lavoro dello storico e non può risolvere gli interrogativi lasciati aperti dalle fonti. Può però esplorare motivazioni, paure e incertezze che una cronaca militare difficilmente riuscirebbe a restituire con la stessa ampiezza.
Pubblicato negli Stati Uniti nel 2000, The Gates of the Alamo ha ottenuto diversi riconoscimenti, fra cui lo Spur Award, il Western Heritage Award e il TCU Texas Book Award. L’edizione italiana di Del Maino, nella collana Bigfoot, offre al pubblico italiano la possibilità di leggere un’opera che indaga la nascita dell’immaginario texano e il rapporto degli Stati Uniti con il proprio passato. Il risultato più convincente di Harrigan sta nel mettere in relazione la storia collettiva con le esistenze individuali. McGowan, Mary e Terrell avvicinano il lettore alla vita quotidiana di chi si trova coinvolto nella guerra; Travis, Bowie e Crockett mostrano quanto sia difficile separare le persone dai personaggi costruiti dalla memoria; Montoya e Villaseñor danno spazio agli uomini che combattono dalla parte messicana. Le loro storie restituiscono un quadro nel quale il coraggio convive con gli interessi, le aspirazioni politiche non coincidono necessariamente con quelle personali e il sacrificio non cancella le contraddizioni della società che in seguito lo celebra.Harrigan allarga lo sguardo oltre i nomi consacrati e l’esito dell’assedio, tornando alle scelte compiute sotto la pressione degli avvenimenti e alle vite travolte da una guerra destinata ad alimentare una delle leggende più durature della frontiera americana. Prima di diventare patrimonio collettivo, la storia è stata esperienza concreta di uomini e donne che agivano senza conoscere il posto che avrebbero occupato nella memoria dei posteri. È nella distanza fra ciò che hanno vissuto e ciò che la leggenda ha scelto di ricordare che Alamo trova la sua ragione più profonda.
Angelo Cennamo