BENVENUTI AL FIGHT CLUB

Il 17 agosto ricorreranno i trent’anni dalla pubblicazione di Fight Club, il romanzo d’esordio di Chuck Palahniuk, uscito nel 1996 per la casa editrice W. W. Norton. All’epoca Palahniuk era un autore quasi sconosciuto: lavorava come meccanico alla Freightliner Trucks e scriveva nei ritagli di tempo, sotto i camion durante le pause e sulle panchine dei parchi. L’idea del libro nacque da un episodio autobiografico: una rissa durante un campeggio, dopo la quale i colleghi, rivedendolo pesto e gonfio, evitarono accuratamente di chiedergli cosa fosse successo. Fu proprio quel silenzio imbarazzato, quella reticenza collettiva nel confrontarsi con un dolore che tutti preferivano ignorare, a fargli scattare l’idea del romanzo, una storia che da allora non ha perso un grammo della sua forza destabilizzante. Il romanzo segue un protagonista senza nome, insonne, alienato da un lavoro d’ufficio e da un’esistenza fatta di cataloghi Ikea e voli aziendali. Il suo medico gli dice, con una crudeltà quasi terapeutica, che l’insonnia non è vera sofferenza e che, se vuole sapere cosa significhi soffrire davvero, dovrebbe frequentare un gruppo di sostegno per malati terminali. Da quel momento nasce un’abitudine morbosa: il narratore comincia a infiltrarsi in questi gruppi fingendosi malato, trovando nel dolore altrui un simulacro di autenticità che la sua vita non gli offre. È in questo vuoto che si insinua Tyler Durden, venditore di sapone, proiezionista part-time e sabotatore seriale. Con lui nascono i combattimenti clandestini che danno il titolo al romanzo, destinati poi a trasformarsi in un progetto molto più ambizioso e pericoloso. C’è una frase di Tyler Durden che coglie meglio di qualsiasi analisi critica il bersaglio del libro: «Non siete il vostro lavoro. Non siete il denaro che avete sul conto in banca». È una dichiarazione di guerra al consumismo come sostituto dell’identità, all’idea che un’intera generazione abbia imparato a definirsi attraverso ciò che possiede anziché attraverso ciò che è o ciò che fa. Palahniuk scrive con una prosa fatta di slogan capovolti: frasi brevi, ripetizioni martellanti, aforismi costruiti per restare impigliati nella memoria. È una scrittura che imita il linguaggio pubblicitario per sabotarlo dall’interno, la stessa strategia retorica che Tyler Durden utilizza per sedurre i suoi adepti. Il vero punto di forza del romanzo, e insieme la sua maggiore ambiguità, è che la critica al consumismo e alla crisi della mascolinità viene veicolata attraverso un personaggio tanto carismatico da essere stato spesso frainteso come un modello da seguire, anziché come il sintomo di una patologia collettiva. Fight Club resta ambiguo fino all’ultima pagina su quanto stia denunciando la violenza nichilista e quanto, invece, la stia rendendo seducente. Un’ambiguità che non si è affievolita con gli anni: si è semplicemente spostata di contesto. Nell’epoca della radicalizzazione online e delle nuove forme di rabbia maschile digitale, il romanzo si legge oggi in modo diverso. Non è più soltanto la satira dell’America yuppie di fine millennio ma un’opera che aveva intuito, con sorprendente anticipo, le derive verso cui quella rabbia inespressa avrebbe potuto precipitare.

Angelo Cennamo

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