LA PORTA DELL’ALBA – William Sloane

William Sloane, nato nel 1906 a Plymouth – Massachusetts – più che uno scrittore fu un uomo di editoria, impiegato per oltre venticinque anni presso altre case editrici prima di fondare nel 1946 la propria etichetta, la William Sloane Associates, e di diventare infine, dal 1955 fino alla morte, nel 1974, direttore della Rutgers University Press nel New Jersey. La sua intera produzione narrativa si esaurisce in due soli romanzi, scritti a ridosso l’uno dell’altro alla fine degli anni Trenta: To Walk the Night del 1937, arrivato in Italia nel 2024 sempre per Adelphi come Attraverso la notte, e The Edge of Running Water del 1939, che oggi leggiamo con ottantasette anni di ritardo come La porta dell’alba, pubblicato da Adelphi nella collana Fabula nel 2026, nella traduzione di Gianni Pannofino. Sloane scelse poi di dedicare la vita alla costruzione di libri altrui piuttosto che ai propri, e questa scelta biografica aleggia su ogni pagina del dittico come un rimpianto condiviso dai suoi lettori, King per primo. Il romanzo racconta di Richard Sayles, psicologo e professore, che da quattro anni ha perso i contatti con Julian Blair, suo ex insegnante e poi amico fraterno, elettrofisico geniale la cui mente si è offuscata dopo la morte improvvisa della moglie. Un giorno Blair si rifà vivo con un messaggio criptico, invitando Sayles a raggiungerlo a Barsham Harbor, cittadina di pescatori del Maine dove si è ritirato per proseguire ricerche che la comunità scientifica ufficiale non tollererebbe. Sayles scopre presto che la salute mentale dell’amico non è affatto migliorata, cosa che non gli ha impedito di arrivare, con esperimenti sempre più temerari, sulla soglia di quello che lui stesso definisce il progresso più grandioso mai concepito, e quando la curiosità di Sayles diventa incontenibile, un secondo mistero complica tutto, poiché la governante di Blair, la signora Marcy, viene trovata morta, e l’ipotesi dell’incidente convince poco. Meglio non aggiungere altro sulla trama, perché il piacere del libro sta proprio nel non sapere in che genere si sta entrando finché non ci si è già dentro. La prima cosa che colpisce, quasi novant’anni dopo, è quanto poco questo romanzo sembri un prodotto del 1939: Sloane costruisce l’orrore non attraverso l’accumulo aggettivale caro ai suoi contemporanei della weird fiction, Lovecraft su tutti, ma attraverso una prosa misurata, quasi giornalistica, che alterna lunghe descrizioni ipnotiche del paesaggio del Maine a dialoghi realistici e arguti, quasi da commedia sofisticata, così che più il narratore resta pacato e razionale, più ciò che sta descrivendo diventa insostenibile. Il libro rifiuta sistematicamente ogni classificazione univoca: c’è la casa isolata e il mistero da romanzo gotico, c’è il macchinario incomprensibile da fantascienza pulp, c’è uno squarcio fugace ma terrificante su un orrore che eccede la comprensione umana, in territorio quasi lovecraftiano, c’è l’enigma da mystery con tanto di cadavere e movente da chiarire, e c’è perfino un filo di romance non richiesto ma non sgradito. Nessuno di questi ingredienti prevale sugli altri, e anche ciò che Blair ha effettivamente scoperto resta, fino alla fine, avvolto in una zona grigia, reticenza che non è pigrizia ma strategia, perché il non detto risulta più inquietante di qualunque spiegazione tecnica avrebbe potuto essere. La Science Fiction Encyclopedia colloca del resto Sloane più vicino al romanzo scientifico ottocentesco, la cosiddetta Scientific Romance di stampo wellsiano, che alla fantascienza di genere americana codificata dai pulp coevi, collocazione che rende bene l’anomalia di questo libro, privo dell’ottimismo tecnologico e dell’azione tipica delle riviste dell’epoca, e attraversato invece da un’inquietudine che riguarda i limiti della conoscenza umana e il prezzo di oltrepassarli, lo stesso territorio morale più che scientifico che negli stessi anni frequentava Lovecraft, ma raggiunto con mezzi opposti, non l’iperbole ma la sottrazione. Per decenni il romanzo restò semidimenticato, di culto solo fra i cultori più ostinati dell’horror americano, tanto che nel 1941 divenne un film con Boris Karloff, The Devil Commands, uno dei suoi film da scienziato pazzo per la Columbia, che secondo alcuni appassionati resta il migliore del filone, anche se questo è un giudizio di nicchia più che un dato consolidato. La riscoperta vera arriva nel 2015, quando la New York Review of Books Classics ripubblica i due romanzi di Sloane in un unico volume, The Rim of Morning, Two Tales of Cosmic Horror, con un’introduzione firmata da Stephen King. King definì La porta dell’alba il più riuscito dei due romanzi di Sloane, lodandone la capacità di evocare una paura primordiale legata alla morte e apprezzandone la prosa razionale e concreta, che rende l’orrore più accessibile e in definitiva più perturbante rispetto allo stile più florido di autori coevi come Lovecraft, ed è sempre King a pronunciare la frase più citata attorno a questo dittico, oggi presente anche nei materiali promozionali dell’edizione italiana, secondo cui se Sloane avesse continuato a scrivere narrativa sarebbe diventato un maestro assoluto dell’horror, oppure ne avrebbe inventato uno completamente nuovo, parole che sono insieme un omaggio e un piccolo lutto letterario per un’opera fermatasi sul più bello. Il legame fra Sloane e King non è solo editoriale, legato cioè all’introduzione del 2015, ma profondamente stilistico e geografico, perché il Maine di Barsham Harbor, comunità di pescatori chiusa, diffidente verso lo straniero e la modernità che arriva dalla grande città, attraversata da un meteo che sembra reagire a ciò che vi accade, è lo stesso paesaggio morale ed emotivo che King renderà celebre a partire da Salem’s Lot, fatto di piccole cittadine del New England che diventano teatro di un orrore capace di insinuarsi nella quotidianità prima di rivelarsi cosmico. Non a caso diversi lettori nel tempo hanno notato quanto lo stile di Sloane ricordi da vicino quello di King, ipotizzando un’influenza diretta, o più semplicemente una comune scelta di raccontare più i personaggi che il mistero in sé. Vi è poi un debito più strutturale, quello che riguarda l’idea che l’orrore autentico nasca dal non detto, dal dettaglio lasciato in ombra, un macchinario di cui non sapremo mai il pieno funzionamento, un suono che nessuno riesce a decifrare, tecnica che King porterà a piena maturazione in decine di romanzi, da It a The Mist, tanto che Sloane appare non tanto un precursore ignorato quanto un anello mancante, il ponte silenzioso fra la weird fiction lovecraftiana degli anni Venti e Trenta e l’horror domestico, radicato nel quotidiano americano, che King codificherà a partire dagli anni Settanta. Se si dovesse individuare il pregio più singolare, e insieme il limite più evidente, di questo romanzo, andrebbe indicata proprio la sua ostinazione a non lasciarsi etichettare: non è un romanzo di fantascienza che flirta con l’horror, né un horror con inserti scientifici, né un giallo con contorno soprannaturale, ma tutte queste cose insieme, e nessuna fino in fondo, scelta che nel 1939 doveva risultare quasi commercialmente spiazzante, tanto che l’editore originale, Farrar and Rinehart, lo presentò come romanzo mainstream piuttosto che come fantascienza o horror di genere, e che oggi, in un’epoca abituata all’ibridazione dei generi, suona invece sorprendentemente contemporanea. Il rovescio della medaglia è un ritmo che qualche lettore ha trovato meno incendiario di quanto la fama lasci intendere, e circola in rete, senza fonte del tutto verificabile, l’aneddoto secondo cui Harlan Ellison avrebbe scritto di aver amato il libro da ragazzo e di averlo trovato molto meno efficace rileggendolo da adulto: obiezione legittima nella sostanza, poiché l’atmosfera è densa e la caratterizzazione solida ma il romanzo non prende mai fuoco nel senso action del termine, e tuttavia anche, credo, un fraintendimento del progetto di Sloane, perché qui l’orrore non deve accendersi ma infiltrarsi, e la lentezza descrittiva, quasi come se ogni dettaglio nascondesse un significato che sfugge, è parte integrante dell’effetto e non un suo difetto. La versione italiana, firmata da Gianni Pannofino per Adelphi, restituisce bene il doppio registro del testo, la sobrietà quasi clinica del narratore psicologo e l’improvviso allargarsi del respiro nelle pagine di descrizione paesaggistica, quelle in cui il Maine smette di essere sfondo e diventa quasi un personaggio, e anche il titolo scelto per l’edizione italiana, che si allontana dalla resa più letterale del titolo originale, dialoga elegantemente con quello del romanzo gemello, Attraverso la notte, tanto che i due titoli italiani, letti insieme, restituiscono forse meglio dell’originale l’idea di un dittico costruito attorno a un unico arco, dalla notte all’alba, dal buio verso una luce che non è mai del tutto rassicurante. La porta dell’alba non è un romanzo perfetto, ma è un romanzo necessario per chiunque voglia capire da dove viene una certa idea di horror americano contemporaneo, quello che passa per il Maine, per le comunità chiuse, per la scienza che oltrepassa un limite morale prima ancora che fisico, ed è anche, inevitabilmente, un romanzo attraversato dalla malinconia della propria stessa esistenza, un libro che esiste, insieme al suo gemello, come prova di un talento che scelse un’altra vita prima di poter maturare fino in fondo, da leggere, come suggerisce parte della critica anglosassone, preferibilmente al buio, magari in una sera di vento, senza soffermarsi troppo, prima, sulla sinossi di copertina.

Angelo Cennamo

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