Quando scrive Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway sta attraversando una fase delicata della sua vita e della sua carriera. Vive a Cuba, nella Finca Vigía, e porta ancora il peso della dura accoglienza riservata dalla critica a Di là dal fiume e tra gli alberi, pubblicato nel 1950. Molti osservatori lo considerano ormai uno scrittore in declino. Ha poco più di cinquant’anni, il fisico segnato da incidenti, malattie e anni di eccessi, e avverte il bisogno di dimostrare prima di tutto a se stesso di non aver esaurito la propria forza creativa.Tra il 1950 e il 1951 lavora alla storia di Santiago, un vecchio pescatore cubano che, dopo ottantaquattro giorni senza una cattura, affronta in mare aperto un gigantesco marlin. Pubblicato nel 1952, il romanzo segna il ritorno di Hemingway ai vertici della letteratura mondiale. L’anno successivo ottiene il Premio Pulitzer e contribuisce in modo decisivo all’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura nel 1954. Per molti lettori e critici, quelle poche pagine rappresentano una riflessione definitiva sul coraggio, sulla perseveranza e sulla dignità della sconfitta.Santiago non è un eroe nel senso tradizionale del termine. È vecchio, povero e solo. La moglie è morta, gli altri pescatori lo considerano sfortunato e l’unica presenza affettuosa nella sua vita è il giovane Manolin, costretto dai genitori a imbarcarsi con pescatori ritenuti più fortunati. Hemingway costruisce il romanzo attorno a questa solitudine quasi assoluta. Per gran parte della narrazione Santiago parla soltanto con se stesso, con il pesce, con il mare o con il proprio corpo affaticato. La sfida è notevole: mantenere viva la tensione di una storia che si svolge quasi interamente su una piccola barca, con un solo personaggio in scena e un avversario che rimane a lungo invisibile. Hemingway ci riesce trasformando il conflitto in un’esperienza fisica: la corda che lacera le mani, il dolore alla schiena, la fame, la stanchezza e il sonno negato diventano gli strumenti attraverso cui la lotta prende forma. Anche il marlin ha una sua dimensione letteraria: invisibile come la parte sommersa dell’iceberg hemingwaiano, è a tutti gli effetti un personaggio del romanzo. Santiago lo chiama fratello, lo ammira e ne riconosce la grandezza. Non combatte contro una creatura mostruosa, ma contro un avversario degno del suo rispetto. In questo modo la caccia si trasforma in un duello tra pari, uno dei temi centrali dell’opera di Hemingway. Qui, tuttavia, il confronto raggiunge una forma particolarmente pura perché si svolge lontano da qualsiasi pubblico, senza gloria e senza testimoni.Quando gli squali iniziano a divorare il marlin durante il viaggio di ritorno, il significato del romanzo si chiarisce pienamente. La vittoria di Santiago non consiste nel riportare a casa il pesce, ma nell’essere rimasto fedele a se stesso durante la prova. Ha combattuto fino all’ultimo e non si è arreso. È questa la “vittoria nella sconfitta” di cui spesso parla la critica, e non è difficile leggere in essa anche il riflesso della condizione dello stesso Hemingway, deciso a rispondere ai dubbi sul proprio valore non con le parole, ma con un’opera capace di resistere al tempo. A quegli anni appartiene anche una tradizione legata ad Acciaroli, nel Cilento. Secondo un racconto tramandato dagli abitanti del paese, Hemingway avrebbe frequentato il borgo e stretto amicizia con un anziano pescatore soprannominato “U’ Viecchiu”. Non esistono prove documentarie che confermino la vicenda, che resta dunque nel campo della memoria popolare, ma la storia continua ad alimentare il legame simbolico tra lo scrittore e il mondo dei pescatori mediterranei. In Italia Il vecchio e il mare viene pubblicato nello stesso 1952 nella celebre traduzione di Fernanda Pivano. Per quasi settant’anni quella versione rappresenta la voce italiana di Santiago. Nel 2021 Mondadori affida una nuova traduzione a Silvia Pareschi, che finalmente restituisce al testo l’essenzialità e il vero ritmo di Hemingway.
Angelo Cennamo