THE SHINING – Stephen King

Pubblicato nel 1977, The Shining occupa nell’opera di Stephen King una posizione che la successiva fortuna cinematografica ha finito per rendere paradossalmente ambigua: è diventato, nell’immaginario comune, il romanzo dell’Overlook Hotel, delle apparizioni, della follia e dell’isolamento, mentre la sua sostanza più inquietante risiede altrove, cioè nella lenta disgregazione di un uomo che tenta disperatamente di sottrarsi a ciò che è stato. Jack Torrance è il luogo umano nel quale quella forza trova una disponibilità già esistente. L’Overlook riconosce il mostro, lo alimenta e infine gli dà una forma. È questa la ragione per cui il romanzo conserva una potenza che eccede largamente la sua struttura horror. L’albergo, chiuso nella neve e sottratto per mesi alla presenza del mondo, diventa una gigantesca macchina di rivelazione. Tutto ciò che nella vita ordinaria può essere represso, negoziato o rimandato torna a galla sotto forma di immagini, rumori, presenze e ricordi. La casa stregata della tradizione gotica viene così trasformata in uno spazio mentale: l’Overlook è insieme edificio e memoria, architettura e trauma. King raggiunge qui uno dei suoi risultati migliori proprio perché non separa mai il terrore dalla materia concreta dell’esistenza: l’alcolismo di Jack, il fallimento professionale, la vergogna, la violenza domestica, il rapporto con Wendy, il sentimento di inadeguatezza nei confronti del figlio Danny. Prima ancora che l’orrore soprannaturale irrompa, Jack è già un uomo in crisi. Il romanzo non racconta soltanto la possessione di un individuo, racconta la progressiva trasformazione di una fragilità in destino. Jack desidera essere un buon padre e un uomo migliore, ma la sua aspirazione alla redenzione contiene una componente tragicamente narcisistica: vuole dimostrare a se stesso di non essere il fallito che teme di essere diventato. L’Overlook intercetta questa frattura e la esaspera. È uno degli aspetti che distinguono The Shining da molta narrativa horror coeva e ne spiegano la persistenza. Il romanzo è attraversato da una concezione quasi faulkneriana dell’eredità, secondo la quale il passato non è mai realmente passato e continua a esercitare la propria pressione sui vivi. L’Overlook conserva le tracce delle violenze che vi sono avvenute come una coscienza patologica capace di riprodurle. Ogni stanza sembra contenere un residuo di memoria, ogni corridoio una possibilità di ritorno. King costruisce così una temporalità circolare nella quale gli eventi continuano a ripetersi attraverso coloro che vi entrano. Danny, con il suo shining, percepisce ciò che gli adulti non riescono più a vedere. Sente la violenza prima che venga nominata, avverte la minaccia dietro la normalità. Dove Jack tenta di rimuovere, Danny registra; dove il padre cerca di lasciarsi alle spalle il passato, il bambino ne sente la presenza. Wendy, a sua volta, è molto più complessa della figura di moglie perseguitata che una parte della tradizione cinematografica ha contribuito a fissare. La sua posizione è quella di chi riconosce progressivamente che l’uomo che ama può diventare una minaccia senza per questo cessare di essere l’uomo che ama. È questa ambivalenza a rendere particolarmente dolorosa la vicenda familiare. Il terrore nasce dalla scoperta che il male può passare attraverso l’intimità, palesarsi nella persona amata, un tempo affidabile. Anche la lingua di King, spesso giudicata con sufficienza, trova qui una maggiore efficacia. La scrittura è sensoriale: King riesce a costruire la paura attraverso la dilatazione dell’attesa e la precisione degli oggetti. Sa che l’orrore diventa credibile quando è ancorato al quotidiano: una porta, un ascensore, una moquette, un telefono, una stanza d’albergo, una caldaia. In The Shining questa strategia raggiunge una forma decisamente compiuta. L’Overlook è terrificante non perché sia altro rispetto al mondo, ma perché gli assomiglia troppo: è un luogo di lusso, desiderio e violenza, una sorta di America condensata nelle sue stanze. Il suo passato è una genealogia dell’eccesso e della sopraffazione. Per questo il romanzo può essere letto anche come una riflessione sulla violenza domestica e sulla trasmissione intergenerazionale del trauma, senza che queste categorie ne esauriscano le diverse sfaccettature. Il limite di The Shining, se di limite si può parlare, è forse nella sua stessa architettura melodrammatica, soprattutto nella parte conclusiva, quando la complessità psicologica di Jack tende progressivamente a essere assorbita dalla necessità dell’apocalisse. Ma anche questa semplificazione è meno netta di quanto possa apparire, perché King concede al suo personaggio chiave una possibilità di resistenza fino agli ultimi momenti. Jack non è innocente ma non è neppure una semplice maschera del male. La sua tragedia consiste nel comprendere ciò che sta accadendo quando ormai le opportunità di salvarsi si sono esaurite. È qui che The Shining acquista una dimensione tragica spesso oscurata dalla sua fama di romanzo dell’orrore. Il terrore autentico non è che l’Overlook possieda Jack, ma che una parte di Jack desideri essere posseduta, perché la possessione gli permette di sottrarsi alle proprie responsabilità. Il soprannaturale diventa così la forma dell’autoinganno. È questa zona grigia, più delle apparizioni e delle scene divenute iconiche, a rendere The Shining uno dei romanzi centrali di King: un libro nel quale l’horror non nasconde la realtà ma, al contrario, la rende più visibile. Quando l’Overlook esplode, non viene distrutto soltanto un edificio infestato ma il luogo nel quale memoria, violenza e fallimento avevano trovato il loro compimento. Resta Danny, e con lui la possibilità di interrompere quella trasmissione del trauma. Resta una forma fragile di futuro. Per questo The Shining, a quasi mezzo secolo dalla pubblicazione, continua a essere molto più di un classico dell’horror. È uno dei romanzi in cui King ha saputo trasformare la paura in una categoria conoscitiva: non qualcosa che ci allontana dalla realtà, ma qualcosa che ci costringe a guardarla quando non possiamo più permetterci di distogliere lo sguardo.

Angelo Cennamo

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