OBLIO – David Foster Wallace

OBLIO Wallace

Sono solo tre i romanzi che David Foster Wallace ci ha lasciato prima di congedarsi dalla vita quella sera di settembre del 2008: La Scopa del sistema, la vertiginosa rielaborazione della tesi di laurea in filosofia; Infinite Jest, l’opera fluviale di oltre milleduecento pagine che lo ha consacrato tra i migliori scrittori della sua generazione o, se preferite,  “Il principe della letteratura contemporanea americana” secondo la definizione di Details; Il Re pallido, il romanzo sulla noia al quale Wallace stava lavorando prima di morire, assemblato e pubblicato postumo dal suo editor Michael Pietsch. Un librone che nella stesura iniziale doveva contare cinquemila pagine, aveva confidato Wallace all’amico Jonathan Franzen in una delle loro ultime conversazioni telefoniche. Nel 2004 esce Oblio, una raccolta di otto romanzi brevi con i quali Wallace dimostra di avere una certa ecletticità anche di stile. Otto storie diversissime tra loro e con registri narrativi differenti. Recensire i libri di Foster Wallace è un’operazione complicata perché si finisce quasi sempre per omettere dei tratti significativi, di non rendere bene il senso – talvolta perfino di non capire il vero significato – dei suoi contenuti. Le opere di Wallace – sia per i temi trattati che per la scrittura – hanno pochi precedenti. Per definirne lo stile convulso e smarginato qualcuno è ricorso a quel “realismo isterico” già coniato per la scrittrice anglo-giamaicana Zadie Smith. Spesso Wallace è indecifrabile, i suoi testi sfuggono a qualunque etichetta o classificazione. Wallace piace, per esempio, perché meglio di tanti altri autori contemporanei sa cogliere in profondità il marcio della società americana e sa raccontare il disagio di chi la abita: uomini e donne il più delle volte segnati da traumi infantili, da nevrosi. È un autore schizofrenico, Wallace, magmatico, eccentrico, di un’intelligenza matematica: le sue narrazioni sono una sequela di virtuosismi che spaziano in una complessità non sempre alla portata del lettore medio. L’esposizione frammentata  – tipica dello stile postmoderno – finisce per annullare la sequenza temporale rendendo la lettura più faticosa. Attraverso descrizioni fittissime (massimalismo argomentativo), Wallace sembra condurci in un eterno presente, in una dimensione emozionale che non ha confini nitidi. Talvolta il finale delle storie viene astutamente anticipato nello svolgimento della trama. Di Oblio ci colpiscono l’originalità degli argomenti scelti e l’imprevedibilità delle storie: Mister Squishy  è una merendina da testare sul mercato. Nel romanzo che dà il titolo alla raccolta, un marito si sottopone a dei test clinici per scoprire se la moglie, quando lui russa, non può sentirlo russare perché sta dormendo. Il protagonista de Il canale del dolore è uno scultore di cacche umane, la cui moglie la donna mostruosamente obesa più sexy che Atwater abbia mai visto arriva a tradirlo goffamente tra i sedili di un’auto col giornalista che realizza lo scoop. Ma è in Caro vecchio neon che Wallace si supera con un superbo e preveggente gesto narrativo nel quale la fiction si sovrappone alla tragica verità che sta per palesarsi. Se non avete mai letto David Foster Wallace, iniziate da qui.

Angelo Cennamo

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