
Sarà una mia sensazione ma dei Jonathan della letteratura americana, Lethem, con Englander, è forse quello meno conosciuto in Italia. I suoi romanzi qui da noi non hanno raggiunto la stessa popolarità di certi libri di Franzen o Safran Foer, e neppure di Nathan Zuckerman, l’invenzione umana di Philip Roth. Fatto sta che pochi scrittori come e meglio di lui, di Lethem, sanno raccontare l’America, la sua dimensione metropolitana soprattutto. Jonathan Lethem è un intellettuale sensibile, arguto, capace di spaziare dal realismo al fantasy mescolando linguaggi diversi con estro e competenza – insegna scrittura creativa all’università di Pomona, in California; la cattedra l’ha ereditata da David Foster Wallace.
Nato in una comune hippy di Brooklyn da genitori artisti e militanti di sinistra, dopo aver dato buona prova di sé con romanzi di formazione dalle atmosfere fumettistiche e musicali – Brooklyn senza madre e La Fortezza della solitudine su tutti – con I giardini dei dissidenti Lethem approda alla prova forse più impegnativa e matura della sua carriera: un romanzo politico molto ambizioso, a tratti ostico, ma ben strutturato, polifonico, che racconta 70 anni di attivismo di sinistra negli Usa, dalla seconda guerra mondiale al movimento di Occupy Wall Street. Ancora una volta Lethem sceglie come ambientazione del racconto la città di New York, non più Brooklyn come nei precedenti romanzi, ma un quartiere proletario del Queens, il Villaggio-Utopico-Socialista di “Sunnyside Gardens”. Al centro della storia, due donne straordinarie, bellicose e aggrovigliate in un odio reciproco: Rose Anrgush, polacca, ebrea, divorziata, moralista, comunista delusa, dal temperamento forte, ai limiti della crudeltà, da tutti conosciuta come la regina rossa di Sunnesyde. E sua figlia Miriam Zimmer, una hippy molto disinibita, più interessata al sesso che allo studio, che fa di tutto per sfuggire all’influenza della bolscevica Rose, a suo dire, desiderosa di liberare il mondo ma nel contempo di “schiavizzare qualunque coglione finisse nelle sue grinfie”. Intorno alla madre e alla figlia, in perenne conflitto tra loro, ruotano pochi personaggi comprimari tra i quali spicca la figura di Cicero Lookins, gay, nero, obeso, figlio dell’amante di Rose “il bambino negro di Rose”. Rose è per Cicero una vera madre oltre che la sua unica opportunità di riscatto: la comunista di Sunnesyde lo protegge dai pregiudizi, dalla cattiveria gratuita dei vicini, e lo avvia agli studi, consentendogli di affermarsi, da adulto, come docente universitario a Princeton.
Il romanzo si apre con una scena drammatica e di grande impatto: una sera di novembre del 1955, nella cucina di casa sua, Rose viene processata dal direttivo del partito comunista – il suo partito – perché intrattiene una relazione sentimentale con un uomo di colore, repubblicano eisenhoweriano: il tenente della polizia Douglas Lookins. Il monito dei compagni di Rose non lascia scampo: “O la smetti di scoparti sbirri di colore o sei fuori dal partito“. Inizia così una storia lunga e appassionante, vissuta da tre generazioni sullo sfondo di un’America sospettosa, ostile, cupa e tumultuosa. Un intreccio quasi inestricabile di vicende pubbliche e private, con diversi colpi di scena e un finale amaro.
I giardini dei dissidenti è una grande saga familiare, ma anche un romanzo sull’utopia del radicalismo comunista. Lo spaccato di un’America minoritaria, poco conosciuta, lontana dai soliti clichè del divertimento effimero o dell’affarismo selvaggio. Per certi versi è la biografia di Lethem, scrittore che non ha mai nascosto le proprie radici culturali e gli ideali politici. Certamente un libro difficile, dai toni drammatici, dalle tinte fosche, che non indulge quasi mai all’ironia e alla leggerezza, ma pagine di grande letteratura che testimoniano il coraggio e il talento di uno degli autori più eclettici dell’America di oggi.
Angelo Cennamo