L’INVENZIONE DELLA MADRE – Marco Peano

 

L'invenzione della madre - Marco Peano

 

Uno dei primi ricordi che ho della mia infanzia risale a una mattina d’estate del 1971 o 72. Sono in spiaggia con mio padre, seduto sotto l’ombrellone, e osservo mia madre che nuota fino a prendere il largo. Poco alla volta la sua testa diventa un puntino invisibile. Mi spavento, piango, grido: mamma! Allora mio padre, dietro di me, mi tranquillizza, mi dice di non preoccuparmi, che la mamma sa nuotare, che non le succederà niente, e mi invita a salutarla con la mano. La stessa scena che ho vissuto quella mattina di tanti anni fa su una spiaggia di Paestum, mi pare, la evoca ad un tratto Mattia, il protagonista de L’invenzione della madre, opera prima di Marco Peano. Leggendo quelle pagine ho pensato che la letteratura serva soprattutto a questo: a riconoscersi nelle storie raccontate, a ritrovare brandelli della nostra vita nelle vite degli altri, e a ricordare episodi che si erano perduti nella memoria o che avevamo rimosso per chissà quale ragione.

Mattia ha ventisei anni, ha studiato cinema senza laurearsi, e ora lavora come commesso in una videoteca del suo paese. È fidanzato con una ragazza senza volto e senza voce, dalla quale si separerà amichevolmente (un CID), un padre pensionato e una madre malata di cancro. La madre. Dopo il ricovero in ospedale la donna è alloggiata e vegliata di là, in un fabbricato basso costruito nell’ampio cortile, in origine la vecchia officina del padre. È confinata in quella dépandance perché incapace di affrontare tre rampe di scale. Il romanzo scorre come un diario, il diario doloroso della malattia, implacabile, irreversibile: le diagnosi, le cure, la radioterapia nei sotterranei dell’ospedale un intrico di corridoi che puzzano di palestra delle medie; le medicazioni, le parole in greco che danno origine alla complicata terminologia medica Con disinvoltura  – il figlio – padroneggia vocaboli come istologico e meningioma.

Mattia è un ragazzo educato e sensibile. Le sue giornate sono grigie, noiose, malinconiche: la videoteca spoglia con pochi clienti; il suo capo che se ne sta al bar della stazione a bere aperitivi e a mangiare noccioline mentre lui lavora, o attende di lavorare; la monotonia del paesaggio urbano, sonnolento, abulico; la corriera che lo riporta a casa; la fidanzata che frequenta solo i fine settimana il resto del tempo ognuno lo consuma solo con se stesso. E poi lei, la madre. Mattia la stende con cura sul letto, la lava, la pulisce, la cambia. Poi quando ha finito la bacia, restituendole uno delle migliaia di baci della buonanotte che quand’era bambino lei gli ha dato.

La vita di Mattia non somiglia per niente a quella dei protagonisti dei film che ha studiato all’università o che vede nei ritagli di tempo nella videoteca, anche se in quel triste e pigro scorrere del tempo gli sembra, talvolta, di rivivere le scene di certi capolavori hollywoodiani.

Quanto. Tempo. Resta?

Arrivano inesorabili gli ultimi giorni della malattia Sua madre era un temporale in progressivo allontanamento, e nessuno poteva opporsi. In una delle scene più commoventi del romanzo, Mattia si spoglia nudo e si addormenta sotto le coperte, vicino al suo corpo malato. Vuole mostrarsi per l’ultima volta com’era quando lei lo vedeva da bambino.

Il respiro comincia a farsi lento e affannoso. Sempre più lento. Il gesto drammatico dello specchio che non si appanna contro la bocca di lei tradisce l’ultima speranza in un miracolo che non può compiersi.

Ero felice e non lo sapevo, penserà Mattia spegnendo il cellulare, togliendosi le scarpe. Entrerà a piedi scalzi nella sua cameretta di bambino, e il passato si chiuderà su di lui.

Mattia prova a riavvolgere il nastro dei ricordi. Ritrova sua madre in piccoli oggetti quotidiani, nel numero del cellulare che fa squillare a vuoto. A volte un treno ne nasconde un altro gli torna in mente quel cartello che vide a Parigi in gita con la scuola. Imparare a dire addio a ciò che abbiamo amato di più: è questo il senso della storia raccontata nel libro.

L’invenzione della madre è un romanzo tenero e commovente, a tratti noioso e ripetitivo, ma scritto con garbo e maestria da un esordiente di grande talento. In alcuni passaggi mi ha ricordato Crepuscolo di Kent Haruf, in altri Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout. Peano regge bene il confronto con i suoi colleghi americani, anche se la difficoltà di certi argomenti richiederebbe una più ampia varietà di registri e maggiore ironia. Ma di tempo, per migliorare, Marco Peano ne ha.

Angelo Cennamo

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