
Non sono portato – o forse non nutro un grande interesse – per le descrizioni fisiche: come i personaggi portano i cappelli, o se hanno il colorito pallido o rubizzo, le braccia pelose, o come sono vestiti. Ma psicologicamente credo di fare dei ritratti molto precisi, ed è così che il lettore li distingue
Chi di noi: lettori, scrittori, recensori, scribacchini della domenica, non vorrebbe un giorno arrivare a scrivere come Raymond Carver?
Ho scoperto Carver leggendo i libri di Richard Yates, anche lui bravo a raccontare storie di lucido realismo, nelle quali primeggiano soprattutto i mediocri, gli sconfitti, gli ultimi.
La parte più interessante dei racconti di Carver è quella non scritta, il non detto, l’antefatto, o quello che accadrà dopo l’ultima pagina. Nelle sue short-story i momenti decisivi vengono solo lambiti, accennati: ci sono già stati oppure ci saranno. Tutta la produzione di Carver, compreso Cattedrale, la sua raccolta più celebre, è come un solo lungo racconto nel quale non accade nulla oltre lo scorrere del tempo. Carver si sofferma su aspetti spesso insignificanti, riempie dei vuoti. In Attenti, ad esempio, il protagonista, dopo aver litigato con la moglie, va ad abitare in una mansarda. Il lettore non sa qual è la causa del litigio né se e come i due coniugi risolveranno quella crisi. Dobbiamo parlare, dice lei, ma Carver concentra la sua attenzione su un fatto del tutto marginale: l’orecchio del marito è otturato, e la moglie, che un giorno decide di bussare alla sua porta, glielo stappa. Il Carlyle di Febbre è un uomo abbandonato dalla sua compagna che si mette alla ricerca di una babysitter per i suoi due bambini. Perché è stato lasciato? Cosa ne sarà di lui? Istantanee di una quotidianità nella quale possiamo riconoscerci, sono queste le situazioni raccontate da Carver, un po’ alla maniera di Edward Hopper, il pittore americano che sapeva fermare il tempo nei paesaggi urbani e familiari.
Cattedrale si compone di dodici racconti, straordinari per tecnica descrittiva, intensità. Il libro si apre con lo stravagante invito a cena di Penne, una storia quasi horror nella quale rimaniamo turbati e divertiti dai dentoni della padrona di casa, Olla, e dal suo bambino brutto, bruttissimo, che si lascia avvicinare da un pavone. La casa di Chef è probabilmente una delle cose migliori che Carver abbia mai scritto nella sua breve carriera di poeta e narratore. Sette pagine di amore, nostalgia e utopia, con una coppia di ex coniugi che si ritrova per pochi giorni in una casa sul mare. Nel surreale Conservazione un uomo perde il lavoro e si trasferisce sul divano del soggiorno. Nulla lo turba, neppure la rottura improvvisa del frigorifero che la moglie promette di sostituire con un altro da comprare a un’asta. Il racconto che dà il titolo al libro è l’ultimo dei tredici. Un cieco viene ospitato per una notte da una sua vecchia amica e dal marito di lei. Dopo cena, i due uomini si ritrovano in salotto a seguire in tv un documentario sulle cattedrali europee. Il cieco chiede al padrone di casa di descrivere ciò che non può vedere, fino a che non decide di disegnarlo lui stesso guidando magicamente la mano dell’altro sul foglio.
Angelo Cennamo