
In questi giorni sto rileggendo tre autori che mi piacciono molto: Richard Ford, Raymond Carver, Richard Yates. Sono accomunati dal tratto minimalista: mai una parola superflua o inutili barocchismi, e da trame improntate al realismo, storie di persone comuni, uomini e donne che faticano a trascinarsi nella quotidianità, gente sconfitta dalla malasorte, a volte rosa dall’invidia, con problemi familiari e di dipendenza dall’alcol. Di Yates si dice che sia uno dei maggiori scrittori americani sconosciuti. Ce ne sono tanti. Basti pensare per esempio a Don Robertson o a John Edward Williams, l’autore di Stoner, romanzo che ha atteso mezzo secolo prima di essere celebrato tra i capolavori del Novecento. O a John Fante, riscoperto per caso da Charles Bukowski dopo anni e anni di oblio. Della vita difficile e tormentata da poeta maledetto di Yates ne sono piene le prefazioni e le quarte di copertina dei suoi libri, sempre poco venduti. Yates è uno scrittore amato e apprezzato dagli scrittori, meno dal pubblico. Come si spiega? Le sue storie disturbano, costringono i lettori a guardarsi dentro, a meditare sui propri fallimenti, ecco perché. I personaggi di Yates il sogno americano lo inseguono, ma non lo realizzano mai. Se avete voglia di leggere storie con un lieto fine non leggete i libri di Yates, soprattutto non leggete Revolutionary road, il suo romanzo di esordio, il più conosciuto. Il libro si apre con la prefazione precisa, accorata di uno scrittore per certi versi allievo, discepolo di Yates: Richard Ford. Tutto torna.
Siamo negli anni Cinquanta: nel quartiere residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut occidentale, a metà strada tra la campagna e la città di New York, vivono i coniugi Frank e April Wheeler con i loro due bambini. Giovane reduce di guerra, laureato alla Columbia University, Frank sembrerebbe destinato a una carriera di successo ma è imboscato al quindicesimo piano della Knox Business Machines – la stessa azienda dove un tempo era impiegato suo padre – tra i cubicoli dell’ufficio vendite il lavoro più cretino che si possa immaginare.
Sua moglie è una donna dai nervi fragili, incompresa, prigioniera di un matrimonio infelice – Ti amo quando sei gentile – e attrice senza talento in una filodrammatica locale. La vita piccoloborghese dei conformisti Wheeler scorre noiosa tra cenette alcoliche coi vicini – grigi, invidiosi, tristi, spesso invadenti, come Shep e Milly Campbell, e la signora Givings, l’agente immobiliare con un figlio pazzo e impiccione più di lei – e il monotono andirivieni del treno dei pendolari, lo stesso che Frank prende tutte le mattine per raggiungere New York.
Per stemperare quel clima così poco stimolante e di crescente ostilità tra lei e il marito, April escogita un piano delirante: vendere la loro casa e trasferirsi a Parigi. Ma per fare cosa? Lavorare nello staff segretariale della NATO mentre Frank avrà tutto il tempo di leggere, studiare, approfondire, pensare a come realizzarsi, facendosi mantenere da sua moglie. Un progetto evidentemente strampalato, troppo rischioso, un salto nel buio per una coppia come loro senza soldi e nessuna conoscenza in Europa. Le tensioni in famiglia aumentano, anche perché alla Knox qualcuno finalmente si accorge del talento sprecato di Frank e gli promette un lavoro migliore, più prestigioso e ben retribuito. La terza gravidanza, non desiderata come le prime due, è un duro colpo per i già fragili nervi di April. Il piano è fallito, tutt’al più rimandato. La distanza tra i due coniugi cresce giorno per giorno: quel Ti amo quando sei gentile diventa Non ti amo, non ti ho mai amato. Lo squarcio di infelicità non si può ricucire, tutto precipita.
Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto di casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico di foglie verdi e gialle… .
Angelo Cennamo