UNDICI SOLITUDINI – Richard Yates

undici solitudini - Richard Yates

Per certi versi, la vita di Richard Yates ricorda quelle di altri grandi scrittori del suo tempo. Penso a John Fante o a Charles Bukowski. Vite difficili, fatte di stenti, di mancati riconoscimenti, di malinconia, e dipendenza dall’alcol. Negli anni Cinquanta, quindi prima della pubblicazione del suo primo romanzo – il celebre Revolutionary road – Yates compone Undici solitudini, una raccolta di racconti considerata tra i capolavori della narrativa americana della seconda metà del Novecento “l’equivalente newyorkese di Gente di Dublino di Joyce” secondo il New York Times.

Il libro esce nel 1962 e non riscuote un grande successo di pubblico: nessun libro di Yates, del resto, ha superato le dodicimila copie vendute. Di lui si dice che sia più amato dagli scrittori che dai lettori, forse per le sue storie disturbanti, senza un lieto fine. “Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine”, sosteneva Adlai Stevenson, l’eterno secondo alle elezioni presidenziali degli anni Cinquanta, sconfitto due volte da Eisenhower, poi da John Fitzgerald Kennedy. Pare che questa frase campeggiasse anche sulla scrivania di Yates, tra gli appunti disordinati, le bottiglie di whisky svuotate durante le pause dalla scrittura, le foto dei figli e delle ex mogli fuggite da quel mondo grigio e paranoico nel quale si era recluso – quasi a voler dettare un senso, una direzione alle sue trame, i cui protagonisti sono il più delle volte dei perdenti, donne e uomini soli, abbandonati al loro destino e senza speranza.

Harry di Nessun dolore è un reduce di guerra ricoverato in ospedale per un brutto male. Alla vigilia di Natale, riceve la visita della moglie che lo tradisce con un altro uomo. Harry sembra contento di vederla, ma dopo aver scambiato con lei poche parole di circostanza, spreca quei pochi minuti che ha disposizione leggendo un articolo di una rivista. In Costruttori, per pochi dollari, un aspirante scrittore, spiantato e sfortunato, accetta di fare da ghostwriter a un tassista vanitoso che gli offre spunti e aneddoti sulla sua professione. I personaggi di Yates sono degli incompresi che rifiutano di adeguarsi all’onda del conformismo. In altri casi, malati e disoccupati. In altri ancora, dei mediocri, oppure semplicemente vittime di familiari distratti e inconsapevoli. Persone fuori posto, incapaci di realizzare i loro sogni, e per questo finite ai margini di una società che non li vede o non li riconosce.

Yates è il prototipo dello scrittore moderno. Per lo stile, per il suo periodare, scarno ma potente, ricorda un po’ Hemingway, il romanziere al quale proprio il Bob di Costruttori vorrebbe ispirarsi, ma la sua attenzione è rivolta alle relazioni umane e al sociale, più che agli spazi sconfinati della natura o a grandi imprese – e Richard Ford, lo scrittore realista e minimalista, il discepolo ideale che del suo Revolutionary road scrisse una brillante e accorata prefazione in occasione dei quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Per quanto poco conosciuto dal grande pubblico e fuori dai maggiori circuiti editoriali – meno male che in Italia abbiamo Minimumfax – considero Richard Yates uno dei migliori scrittori americani della seconda metà del Novecento, al pari di Malamud, Bellow e Roth. L’ho già scritto. Lo scriverò ancora.

Angelo Cennamo

     

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