
“Che cosa terribile era l’amore quando finiva” .
Cosa c’è di più realistico di un matrimonio in crisi? Del lento ma inesorabile spegnimento dell’amore, infatuazione o affetto che dir si voglia? La materia è ostica, un terreno scivoloso per qualunque artista: cantautori, cineasti, romanzieri. Troppo facile inciampare nel già detto, nel già visto. Come si raccontano i silenzi, la noia, i sensi di colpa, “il sesso per procurare un sollievo e non per ricercare il piacere”?
Luca Ricci, pisano, classe 1974, è tra gli autori più interessanti del panorama letterario italiano; con I difetti fondamentali ha marcato il territorio del racconto breve, conquistando apprezzamenti sia dalla critica che dai lettori. Nel 2018 Ricci approda al romanzo e lo fa nel migliore dei modi, con un libro intenso che rompe la linearità delle narrazioni che conosciamo, le più consuete, sul disagio della coppia, allargando lo spettro e il perimetro della storia, e arricchendo la trama di nuovi topoi.
Al rientro dalla villeggiatura “in uno di quei pomeriggi in cui l’estate comincia timidamente a flirtare con l’autunno” uno scrittore di mezza età, pentito e senza ispirazione, scopre di non essere più attratto dalla propria moglie. Il sesso, praticato sempre più di rado, è diventato “un lenitivo – perfino un anestetico – per la vita trascorsa insieme, giammai un eccitante…L’ossessione dell’amore non era niente al confronto dell’ossessione del disamore…Le coppie a un certo punto smettevano di parlare e cominciavano soltanto a guardarsi“.
La mesta routine del protagonista viene improvvisamente spezzata da un fatto eccezionale, l’incontro con il “fantasma” di una donna vissuta un secolo prima; sfogliando infatti una biografia di Modigliani, trovata per caso in un mercatino, lo scrittore viene colpito dalla foto in bianco e nero della giovane amante dell’artista livornese, Jeanne Hébuterne, suicidatasi a seguito della morte di lui per meningite tubercolotica. Quella foto gli provoca una strana sensazione, “un brivido metafisico”, una fantasticheria che diventa una vera e propria ossessione, una paranoia. Qualche giorno dopo, lo scrittore rivede l’immagine della donna, la sua reincarnazione, nella figura reale di Gemma, la cugina di sua moglie. Ora quella misteriosa ossessione ha finalmente una voce, un corpo, una vita, è lei la donna che sta cercando o è lei la donna che sta cercando lui: è Gemma. Il protagonista, al quale l’autore preferisce non dare un nome, vuole assolutamente possederla, amarla. È stato un colpo di fulmine? Chiede lei. È stato molto di più di un colpo di fulmine, risponde lui “Io ti ho riconosciuta“. La relazione tra i due, tuttavia, si rivela subito deludente, amara, farsesca, avvilente. Gemma, come Jeanne prima di suicidarsi, è incinta. Il bambino che porta nel grembo è un ingombro, un ostacolo al sesso, a tutto. Lo scrittore viene risucchiato nel vortice della quotidianità già vissuta con la moglie Sandra quando era lei ad essere incinta di Maurizio, il loro unico figlio. Non c’è spazio per l’intimità, per la passione, come si fa a coltivare un sentimento nuovo per una donna che è presa unicamente dalla propria gravidanza e che ti chiede di accompagnarla in giro per cliniche e studi medici?
Lo scrittore, ormai sull’orlo di una crisi di nervi, sfoga la sua follia nell’alcova di una prostituta nigeriana. Nel contempo confida quei segreti inconfessabili e assurdi al collega Gittani, anche lui in crisi di ispirazione e con un matrimonio che si sta spegnendo tragicamente insieme alla vita della moglie, malata terminale al policlinico Gemelli. La strana amicizia tra il protagonista e Gittani, uomo cinico, nichilista al punto di tradire la consorte con l’infermiera che l’assiste in ospedale, è una delle parti più riuscite del romanzo. I dialoghi tra i due scrittori offrono spunti di riflessione che vanno oltre il naturale destino dei loro matrimoni. Nel racconto di Ricci, infatti, i due amici romanzieri sono la plastica rappresentazione di una certa editoria italiana fatta perlopiù di autori senza idee, trasformatisi per necessità più che per virtù in recensori compiacenti, “collaborazionisti di un sistema culturale autoriferito e familistico”. L’autunno allora diventa il perimetro, lo spazio fisico ma anche surreale di un decadimento generale che oltrepassa l’amore, la passione per l’altro sesso, ed investe la scrittura, il mondo dell’arte, i valori di un paese avvizzito, che non ha più nulla da dire. Roma, sullo sfondo, appare come una metropoli sonnolenta, sospesa tra i fasti del suo passato glorioso e un futuro indecifrabile, poco rassicurante. Tutto è poco rassicurante nella brillante narrazione di Luca Ricci, nel suo romanzo che rasenta la perfezione, e che ci colpisce prima di tutto per la lingua italiana: fiera, sontuosa. Ricci è attento al suono e alla forma di ogni singola parola; seleziona lemmi e silenzi con cura, costruendo frasi e dialoghi come un antico artigiano della scrittura.
Gli autunnali è una scheggia di rara bellezza, un libro destinato a diventare un classico della letteratura, per lo spessore umano e filosofico della storia, e per la struttura del racconto, nel quale ritroviamo echi e atmosfere di altri capolavori del Novecento e della narrativa contemporanea: l’esistenzialismo moraviano de La noia e Il disprezzo, il disincanto di Houellebecq de La carta e il territorio e Piattaforma.
Angelo Cennamo