IL SELVAGGIO – Guillermo Arriaga

 

 

Il Selvaggio - Arriaga

Homo homini lupus.

Questa è una storia di uomini randagi e di lupi addomesticati. Una lunga scia di sangue, del sangue che dà la vita e del sangue che la toglie. Un viaggio infinito all’origine di ogni specie vivente, oltre l’inizio dei tempi, quando gli uomini e le bestie, secondo un’antica leggenda eschimese, parlavano la stessa lingua. Nel libro di Arriaga il battito animale si fa parola, la parola è odio, la parola è vendetta, poi gelosia. La parola diventa fuoco, fiamma che brucia la passione e che incendia i ricordi. Oppure scontro, con i vivi accecati dall’ideologia, dalla sete di potere, e con i morti, fantasmi di un passato che non ha mai preso forma. La parola è anche perdono, e poi amore, amore immenso per la famiglia e per una donna, Chelo, che salverà il protagonista dalla spirale di morte in cui la vita sembra trascinarlo. Due trame separate, impetuose, avvincenti, che nelle ultime pagine si fondono in un solo finale, perfetto e commovente.

“Alcuni bambini crescono con amici invisibili, io sono cresciuto con un fratello invisibile”

Messico. Fine degli anni Sessanta. Juan Guillermo è il gemello di un bambino morto durante la gravidanza, sconfitto tragicamente in quella battaglia fetale invisibile, inconsapevole, e sconosciuta a chi vive fuori dal grembo materno. “Per otto mesi un gemello identico a me mi è cresciuto accanto”. Juan è sopravvissuto grazie a numerose trasfusioni, al sangue venduto da un esercito di mercenari che gli hanno trasmesso globuli rossi, piastrine e dna. Con l’ombra del gemello morto e con il peso di una colpa che non gli appartiene, Juan cresce giocando con il fratello maggiore Carlos tra i tetti della città, giochi talvolta pericolosi, indicibili. “A Carlos e ai suoi amici bastava salire sui tetti per scomparire”. Le terrazze sotto il cielo dove Carlos gestisce i suoi traffici illeciti ci ricordano le vele di Scampia raccontate da Roberto Saviano in Gomorra, o le periferie degradate di Roma nel Romanzo criminale di De Cataldo. I sud del mondo si somigliano tutti. Carlos ha una doppia personalità, è uno spietato delinquente che si arricchisce col traffico di droga, ma nello stesso tempo legge e studia, da autodidatta, Platone, Nietzsche, Faulkner, la storia, la biologia. Nessuno nel quartiere è più colto di lui. Juan segue le orme del fratello, e per agevolare le sue trame oscure comincia a frequentare la setta religiosa di Humberto, i bravi ragazzi che se ne vanno in giro incappucciati a correggere chi esce dal seminato, e che per dare una lezione a Carlos, per punire le sue deviazioni dal giusto, lo lasciano affogare in uno dei serbatoi di quelle terrazze dove lui trascorre gran parte delle giornate. La morte di Carlos porta dentro di sé qualcosa della morte di Juan José, l’altro fratello: il serbatoio come metafora del sacco amniotico.

Il racconto di quella tragica fine, mentre i genitori sono in viaggio in Europa, somiglia a una sequenza cinematografica: Juan riporta le annotazioni sul diario di viaggio della madre, e le alterna con gli attimi angoscianti dell’omicidio in una beffarda contrapposizione tra divertimento e dramma.

“Ho avuto due fratelli. Tutti e due sono morti per colpa mia. E se non ne sono stato colpevole del tutto, almeno ne sono stato responsabile”.

La morte non risparmia nessun familiare di Juan. Tre anni dopo i suoi genitori rimarranno vittime di un fatale incidente d’auto, forse un suicidio. Arriaga descrive la scena con una efficacissima grafica onomatopeica, dal sapore fosterwallaciano, nella quale il volo dell’auto e l’urlo dei due coniugi ci appaino come in un’immagine tridimensionale. Parole e forme come suoni. Pagine di  grande impatto emotivo.

Orfano e senza più nessuno “Orfano fino al midollo” Juan si consola con l’amore e con il sesso di Chelo, altro personaggio chiave del romanzo. Chelo è uno spirito libero votato alla promiscuità, una ragazza con un vissuto tormentato che sfoga le proprie insicurezze andando a letto anche con altri uomini; lo fa, dice, per non lasciarsi travolgere dalla depressione.

La vita che Juan deve ricostruire con molta fatica ricomincia da lei, e da Colmillo, un cane lupo che si scoprirà essere un lupo vero, sottratto alla morte che i padroni volevano somministrargli perché indomabile e pericoloso per i vicini. In Colmillo Juan rivede se stesso. Salvare Colmillo vuol dire salvare la sua stessa vita. Ecco la sfida. Poco tempo prima, osservando dei feti umani in un laboratorio scolastico, il giovane protagonista aveva riflettuto sul percorso evolutivo che si compie nei mesi della gestazione in chi nasce prematuro come lui. Quel percorso si interrompe. Così, chi nasce prima del tempo lo fa in un momento intermedio fra uomo e animale “Sono cresciuto con l’idea di essere rimasto per sempre in uno stato semianimale, selvaggio“.

L’identificazione tra l’uomo e la bestia feroce diventa allora uno dei temi centrali del romanzo. Colmillo va domato e riportato nel suo habitat naturale. Dicevamo delle due trame separate. La seconda storia, che per tre quarti del libro non ha nessun punto di contatto con la prima, vede come protagonisti Amaruqu, un cacciatore solitario dello Yukon (Canada), il cui destino si lega indissolubilmente a quello di un lupo, e Robert, un ingegnere chiamato a sondare i luoghi dove deve essere costruito un oleodotto, ma che finisce per rimanere ammaliato e stordito dal “richiamo della foresta”. Nelle ultime pagine le due storie viaggiano finalmente su un solo binario, nella felice e liberatoria ricomposizione di ogni tormento. Sono le pagine forse più potenti ed emozionanti di questa lunga narrazione nella quale ritroviamo gli echi di tanti altri capolavori della letteratura, da Zanna bianca di Jack London all’Amleto di Shakespeare, da Oliver Twist di Dickens a Le avventure di Augie March di Saul Bellow.

Angelo Cennamo

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