
Un romano, mediamente, non sa dove si trova Aosta. Di sicuro al nord, dalle parti di Torino, oltre il Piemonte, forse. Ma se deve spiegarvelo, di preciso, non gli riesce di farlo, anche perché Aosta non c’ha neppure la squadra di calcio in serie A: in che campionato gioca l’Aosta? Se poi quel romano è il vicequestore Rocco Schiavone, il superpoliziotto che si rompe i coglioni per qualunque cosa, che si fuma le canne di nascosto e che indossa il loden e le Clarks ( l’undicesimo paio) anche con la neve, capirete che per il suo autore, Antonio Manzini, il grosso è già bell’e fatto, non gli resta che appoggiare la penna sul foglio e la storia si scrive da sé.
Non è stagione è il terzo capitolo della fortunata serie, un solo grande romanzo, sempre uguale e sempre diverso, che racconta la vita di un uomo vero, uno come tanti, l’italiano che ci somiglia di più, tra difficoltà ambientali, vecchi amori – i dialoghi silenziosi, scritti in corsivo, con il fantasma di Marina sono il tracciato di una perdita che va ben oltre l’assenza – e colleghi sprovveduti: Deruta e D’Intino non ne azzeccano una. D’Intino ci ricorda Catarella, l’agente goffo e ignorante che accompagna il Montalbano di Camilleri. Questa volta Schiavone deve vedersela nientemeno che con una banda di ‘ndranghetisti, che nel luogo più insospettabile e incontaminato dalla criminalità organizzata, a un passo dalle Alpi, hanno sequestrato la figlia di un noto costruttore. La storia ha molti punti oscuri ed è legata ad un debito mai saldato. Accanto alla trama principale, Manzini ne sviluppa una seconda, parallela, che affonda le radici nel passato di Rocco, nelle sue frequentazioni borderline, le amicizie scomode ma al tempo stesso imprescindibili: Seba, Furio e Brizio sono da sempre la vera famiglia di Schiavone, il cordone ombelicale che continua a legarlo a Roma e ai ricordi di un passato alle volte squallido e malinconico. Le due trame non si incontrano mai, e se la prima si concluderà con un lieto fine, l’altra farà sprofondare il vicequestore in un dramma doloroso che si trascinerà anche nel capitolo successivo “Perché diventi triste? Cazzo abbiamo vinto no?” Dice a Rocco il collega Italo “Che abbiamo vinto? Ma non lo vedi? Non lo senti? Ogni volta che hai a che fare con questa gente, con questa merda, diventi merda anche tu”.
Angelo Cennamo