
La mia generazione ha fatto in tempo a conoscere il Mario Soldati enologo, l’omino coi baffi e il sigaro tra i denti, il poeta bizzarro, sorridente, che se ne andava in giro per l’Italia a registrare gustosi reportage televisivi sul Brunello di Montalcino e il Barolo. Immagini in bianco e nero, ricordi sfocati che si mescolano ad altri più o meno felici, dalle Canzonissime di Don Lurio alle gag di Cochi e Renato; dallo scudetto del Cagliari all’arresto di Pino Pelosi quella tragica notte del 2 novembre del 1975. Ero un bambino e di quell’omino dai capelli bianchi non sapevo che fosse anche un grande scrittore e un regista di successo. Di recente, la Bompiani ha pensato bene di ripubblicare le opere di Mario Soldati, i romanzi di maggiore pregio, premiati con lo Strega – Le lettere da Capri – e col Campiello – L’attore – o diventati dei clamorosi casi letterari amati dalla critica e da altri scrittori importanti – Lo smeraldo. Un’occasione per riscoprire un autore finito da alcuni decenni ai margini degli scaffali, colpevolmente dimenticato da lettori e addetti ai lavori. Ero entrato alla Feltrinelli con l’intenzione di prendere Lo smeraldo, libro visionario per il quale Pier Paolo Pasolini scrisse una superba ed accorata prefazione, ne sono uscito con Le lettere da Capri. Inutile soffermarsi sulle ragioni del cambio, non saprei neppure spiegarle: forse un leggero graffio o una piccola, insignificante piegatura della copertina del primo romanzo avrà indirizzato il paranoico che sono sull’altro volume? Tutto è possibile.
Lettere da Capri fu pubblicato la prima volta nel 1954, ed è uno dei libri più complessi e sfaccettati di Soldati. Racconta una intricata storia di amore e gelosie, la storia di un’ossessione torbida, irrefrenabile, di tradimenti reali o presunti, di bugie e mezze verità. Quattro i personaggi protagonisti: una coppia americana e due italiani. Harry Perkins è un ex maggiore dell’esercito innamorato dell’Italia e della sua arte. Ha un cattedra universitaria che lo attende a Princeton, ma preferisce girare il belpaese in lungo e in largo per conto dell’Unesco. Harry è perennemente diviso tra due donne: la moglie Jane e l’amante Dorothea. Quest’ultima è la vera protagonista del romanzo, che nella narrazione di Soldati si compie attraverso un singolare gioco di specchi: il racconto è il soggetto cinematografico che l’ex maggiore dell’esercito scrive per il suo amico regista, prima voce narrante del libro. Dicevamo di Dorothea, una borgatara affascinante, di una sensualità proletaria e subdola che ci riporta ad altre figure femminili di quegli anni: la Loren di De Sica, la Silvana Mangano dei film di Dino Risi, ma anche La romana del romanzo di Moravia. Harry è completamente dominato dalla sua bellezza vorticosa, incantatrice – così diversa dall’aplomb di Jane – dalla sua fisicità rozza, impetuosa, involgarita da bracciali vistosi e bigiotteria pacchiana. Il tormento di Harry è al centro dell’intera vicenda, che nell’ultima parte devia a sorpresa su una trama parallela, nascosta al lettore per almeno tre quarti del libro. Qui il racconto diventa confessione, e l’espiazione di una colpa duplice, per troppi anni taciuta, una catarsi che non sortisce l’effetto sperato e che farà sprofondare Harry in una malinconica crisi di volontà, nella nostalgia di un tempo che forse per gli altri non è mai esistito.
Lettere da Capri è un romanzo prodigioso, introspettivo, il ritratto di una società sospesa tra l’ipocrisia e l’anticonformismo, scritto in un italiano molto moderno per i primi anni Cinquanta. La scrittura di Soldati è nitida, diretta, colta quanto basta, dal taglio cinematografico, diversa dal coro aulico di altri autori italiani di quel tempo, scorrevole, briosa e “non vischiosa” come quella di Elsa Morante, avrebbe scritto qualche anno più tardi il corsaro Pasolini.
Angelo Cennamo