
I romanzi di Philip Roth raccontano molto della vita di Roth. La sua adolescenza (Lamento di Portnoy), il matrimonio (La mia vita di uomo), il rapporto con il padre (Patrimonio), il successo professionale e i conflitti con la comunità ebraica (Zuckerman scatenato), e via dicendo. Il fantasma esce di scena risale al 2007 ed è il romanzo che chiude il ciclo di Zuckerman – l’alter-ego dell’autore, lo scrittore attraverso il quale Roth si diverte a simulare e dissimulare la verità, scambiando ruoli e prospettive – iniziato quasi trent’anni prima, nel 1978, con Lo scrittore fantasma. E’ un romanzo breve, non è tra i capolavori di Roth – a tratti, la storia può risultare abbastanza cupa, noiosa – ciononostante nel libro non mancano spunti geniali e momenti di finissimo sarcasmo che ne rendono la lettura interessante, complessivamente gradevole. Zuckerman, ormai settantunenne e malato di cancro alla prostata, torna nella sua New York, la città che aveva lasciato undici anni prima per trasferirsi in campagna e vivere isolato da tutto e tutti, senza cellulare, pc, giornali, fregandosene del mondo esterno. Il vecchio Nathan, rassegnato ad una quotidianità di grigi automatismi, ne avrebbe fatto volentieri a meno di quel controllo medico in ospedale, se solo il suo vicino di casa Larry – morto suicida dopo aver scoperto di avere la sua stessa malattia – non gli avesse lasciato, prima del gesto risolutorio, un accorato biglietto di commiato col quale lo invitava a non lasciarsi andare, a curarsi, e a non vivere come un eremita. Esci dal guscio, Nathan, è questo il senso del messaggio di Larry. E Nathan obbedisce. Il ritorno a New York è il ritorno alla vita, ai ricordi ma anche al sogno di un improbabile ringiovanimento. In città, Zuckerma fa una serie di incontri che in breve tempo spazzano via la sua solitudine e la rassegnazione. Ritrova Amy Bellette, una vecchia musa dello scrittore E.I. Lonoff, suo maestro di scrittura, e poi un aspirante biografo di Lonoff, un ragazzo ambizioso, disposto a tutto pur di raccontare, rivelare un segreto sulla vita del grande romanziere. Ma le pagine più interessanti sono quelle che raccontano di Billy e di sua moglie Jamie, i due giovani scrittori liberal ai quali Zuckerman propone uno scambio di case. I due sono preoccupati per la seconda affermazione di Bush alle presidenziali e vorrebbero trasferirsi nella residenza di campagna di Zuckerman per sfuggire ad un possibile nuovo 11 Settembre. L’odio feroce che questa coppia prova per la destra repubblicana sorprende l’indifferente Zuckerman. Non è certamente un repubblicano, Nathan, ma arrivare a temere Bush più di Bin Laden, al punto di augurarsi la sua morte, è un sentimento che rasenta la follia. Zuckerman è abbagliato dal fascino di Jamie, è immediatamente attratto fisicamente da lei, e neppure la sua malattia riesce a frenare l’improvviso desiderio. Un’ossessione che lo porta a fantasticare, immaginare altre scene in un continuo rincorrersi tra verità e finzione. Tutto allora diventa surreale: lui, lei, l’eros che serpeggia nei dialoghi ricostruiti in una dimensione quasi onirica. Nelle fantasie di Nathan ho ritrovato la relazione, reale, tra Ezra Blazer – il vecchio scrittore ebreo che incarna proprio Philip Roth nel libro di esordio di Lisa Halliday Asimmetria – e la giovane correttrice di bozze Alice. “Corri verso la follia”, dice Zuckerman a Jamie nelle ultime battute del libro. Nel finale di Asimmetria, Blazer invita Alice a scegliere lui, a scegliere l’avventura. Due romanzi che si toccano e raccontano lo stesso argomento: la paura della morte, la speranza di resisterle attraverso il sesso e l’amore.
Angelo Cennamo