
“È impossibile eliminare la congiura ordita dai soldi. Ci si può solo adeguare”, dice John Self a cento pagine dalla fine della sua storia, la storia della sua vita, delle sue ossessioni: il lusso, l’agiatezza, il denaro.
1984, in Inghilterra governa Margaret Thatcher, negli Stati Uniti Donald Reagan. Carlo e Diana qualche anno prima si sono giurati amore eterno davanti a milioni di telespettatori sparsi per il mondo. In questo scenario che Martin Amis colloca “Money”, probabilmente il suo libro migliore. John Self – nomen omen – ne è il personaggio chiave oltre che la voce narrante. Self è un englishman in New York. Ha 35 anni, gira spot pubblicitari e ora sta per approdare al cinema. Il suo primo film – Good Money o Bad Money – sarà uno sballo e gli frutterà un pacco di soldi. Si spera, almeno. Self è un ventesimo secolo dipendente, mangia solo schifezze, adora la pornografia, frequenta topless bar, beve a tutte le ore, si droga, e ha una fidanzata londinese, Selina, che lo tradisce non si sa con chi. Selina è la versione femminile di Self: materialista e schiava del denaro, si aggrappa al giovane regista solo perché non ha altre fonti di reddito. Lui ne è consapevole, ma anziché allontanarla le chiede di sposarlo. La storia vomitata da Self si svolge perlopiù a New York, nei dintorni di Central Park, tra i locali di Broadway, taxi e stanze d’hotel. È una città frenetica, rumorosa, spietata, affarista. Intorno a Self ruota un cast di primedonne grottesche, su tutti: Fielding Goodney, suo socio; Caduta Massi, vecchia gloria di soap opera, la cui bellezza appassita mal si attaglia al ruolo della protagonista del film; Martina Twain, l’altra donna di Self, delicata, raffinata, colta. John Self è un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, sopraffatto da mille insicurezze e pentimenti. Sempre in affanno, infelice “Sono un oggetto incredibile che avanza, una massa di cento chili lanciata a tutta velocità. Sono il treno espresso alla fine del sogno”. Ho letto “Money” pochi mesi dopo “Glamorama” di Bret Easton Ellis. I due libri si somigliano – “Money” è uscito prima dell’altro – per il degrado umano, la brutalità e la leggerezza di un mondo vuoto di valori e di sentimenti autentici che raccontano entrambi. “Money” è “Glamorama” al cubo, un archetipo di altre narrazioni – almeno un paio di autori hanno saccheggiato questo libro – e Amis, che figura anche tra i personaggi del romanzo (ricordo un solo precedente del genere: Philip Roth con il suo alter ego Natahan Zuckerman ne “I fatti”), è un Ellis più capace e più vasto.
Angelo Cennamo