L’uomo. Lo scrittore. Il figlio che diventa scrittore di successo. Lo scrittore che diventa padre. Il drogato. L’alcolizzato. L’impasticcato. Il folle. Il depresso. Quanti Bret Easton Ellis ci sono in questo libro? “Lunar park” – Lunar con la erre finale, non è un refuso – esce nel 2005; Ellis ha già pubblicato “Meno di zero”, “Le regole dell’attrazione”, “American psycho” e “Glamorama”. È il suo momento migliore. Osannato. Acclamato come una pop star. Ricco sfondato. “Lunar park” è una pseudo autobiografia nella quale l’autore californiano mescola un po’ di cose e un po’ di personaggi, alcuni reali altri inventati o presi dai suoi romanzi precedenti. La storia – sarebbe più corretto dire la sequenza di fatti e di misfatti – è racchiusa in pochi giorni, un tempo che Ellis dilata oltre ogni limite per attuare numerose trasfigurazioni, di se stesso, di oggetti inanimati, dei fantasmi del passato che non smettono di tormentarlo. I temi principali sono la solitudine dello scrittore, la cui percezione della realtà è pericolosamente – a tratti comicamente – alterata dall’uso delle droghe, e la paternità: “Lunar park” è soprattutto un libro sull’essere padre. Due padri, quello di Bret Easton Ellis, che era già comparso sotto mentite spoglie nel personaggio di Patrick Bateman di “American psycho”; e lo stesso Ellis, che assume il ruolo di genitore, in corsa, dovendo poi faticare non poco per costruire e consolidare il rapporto con il figlio avuto dalla moglie Jayne. L’esperimento semiautobiografico è eccellente; il gioco di specchi di Ellis ha qualcosa di rothiano. Philip Roth simula e dissimula la verità, racconta se stesso con la mediazione del suo alter ego Zuckerman, lo scrittore fantasma. Ellis lo fa senza filtri, con spunti di iperrealismo che sfociano nell’horror. Il miglior libro di Bret Easton Ellis.
Angelo Cennamo
