DUMA KEY – Stephen king

Minnesota. Edgar Freemantle è un pezzo grosso dell’edilizia. Ha denaro, successo, una bella famiglia. Fino a quando un giorno rischia di morire in un grave incidente sul lavoro. Edgar sopravvive ma perde in parte l’uso della lingua, perde il braccio destro, perde Pam, sua moglie, che nei giorni più difficili della riabilitazione gli chiede il divorzio. È questo l’antefatto di “Duma Key”, romanzo che Stephen King pubblica nel 2008, un anno prima di “The dome” e tre anni prima di “22.11.63”. Edgar cambia vita: lascia l’azienda, parte dal Minnesota e si trasferisce in Florida, su un’isoletta di fronte al golfo del Messico chiamata Duma Key. Edgar può farcela, ma ha bisogno di “siepi contro la notte.” Inizia qui il suo secondo tempo. Il disegno era una delle passioni giovanili mai coltivate fino in fondo. Quel luogo solitario diventa allora lo scenario inconsapevole e sinistro dell’arte ritrovata: Edgar dipinge quadri. Tanti. Soggetti e paesaggi apparentemente banali dietro i quali però si nascondono strani presagi. Poco distante dalla sua casa sull’oceano (Big Pink) vivono una donna anziana molto ricca (Elizabeth) e il suo badante (Wireman). Con Jack, il collaboratore di Edgar, sono gli unici abitanti di Duma Key. Elizabeth è un personaggio carismatico, a metà strada tra Katharine Hepburn e la Rose di “Titanic”. Lo è altrettanto Wireman, ex avvocato scampato miracolosamente al suicidio. Entrambi, come Edgar, sono segnati da un passato tragico che non smette di tormentarli. L’incontro fra i tre fa scoccare una pericolosa scintilla. I dipinti prodigiosi di Edgar dilatano il tempo, trasformano la realtà. Incastri misteriosi si affastellano sulle tele e nei pensieri. Enigmi incomprensibili. Il romanzo è lungo, lunghissimo. 750 pagine non sono troppe se riesci a mantenere alta la tensione, ma King non sempre ci riesce. “Duma Key” è una storia di ricordi e di ferite. È un libro sul potere dell’arte. La bellezza salverà il mondo, diceva un grande autore russo. “L’arte è memoria, Edgar. Non c’è modo più semplice di dirlo. Più è limpida la memoria, migliore è l’arte. Più pura” dice Elizabeth in una delle scene salienti del racconto. I quadri di Edgar come “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde e il dipinto di “Quanto blu” di Percival Everett sono squarci di verità mutevoli, forse la nemesi o il riscatto del sacro fuoco sul materialismo e la materia dei corpi, che nulla può di fronte alla forza distruttrice dell’arte.  Non sarà il miglior King ma di romanzi così se ne scrivono pochi.

Angelo Cennamo

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