
Grace Greenlaw ha due figli: Robert e Sacha, e un ex marito che vive nell’appartamento accanto al suo con una nuova fidanzata ventenne (Ashley). I Greenlaw sono una moderna e allargata famiglia inglese al tempo della pandemia e della Brexit. Grace ha votato per uscire dall’Europa. Suo marito per rimanerci, ma poi è stato lui a chiedere il divorzio e ad andare via. Si fa per dire. Parte da qui il quarto ed ultimo capitolo della quadrilogia che Ali Smith ha dedicato alle quattro stagioni dell’anno, esperimento letterario quasi unico al mondo: in Italia Luca Ricci ha in corso un’operazione simile. “Estate” non è un vero romanzo, piuttosto un collage di storie sconnesse tra loro che però ritrovano un filo comune nel senso della diversità e nell’andirivieni di un tempo che cancella ogni cosa lasciandoci poche orme, suggerendoci un percorso. È questo il sentiero che la Smith ha scelto di percorrere, mescolando l’attualità alla storia – la vicenda familiare dei Greenlaw si alterna a quella dei campi di prigionia inglesi negli della seconda guerra mondiale. La vita dei Greenlaw è sconvolta dalla comparsa di altri due personaggi, i non-compagni Art e Charlotte. È la cifra di tutti i libri di Ali Smith: gli incontri salvifici. Robert, il figlio mezzo matto di Grace, e fan accanito delle politiche nazionaliste di Boris Johnson, rimane folgorato dalla bellezza della trentenne Charlotte, ma ha solo tredici anni. Ecco il tempo, che separa, illude, comprime, e aggiunge altri protagonisti del passato: i più noti Einstein e Shakespeare, la meno conosciuta Lorenza Mazzetti, autrice del romanzo “Il Cielo che Cade”, ma anche direttrice del Teatro delle Marionette di Roma e fondatrice insieme a Lindsay Anderson, Tony Richardson e Karel Reisz del movimento cinematografico Free Cinema nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. La destrutturazione applicata da Ali Smith non è sragionata ma guidata da una simmetria del divenire che spilla ogni storia ad un’altra. Graffette immaginarie per un libro da leggere nelle righe e tra le righe. “Estate” potrà risultare un testo difficile, a tratti dispersivo, ma è un’iniezione di fiducia per chi sospetta che la narrativa abbia già dato il meglio di sé.
Angelo Cennamo