
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”.
“La luna e i falò” Pavese finì di scriverlo nel novembre del 1949. Pochi mesi dopo, il 27 agosto del 1950, si sarebbe tolto la vita in una camera d’albergo di Torino. Tracce della sua lunga gestazione, oltre un decennio, le ritroviamo per esempio ne “Il mestiere di vivere”, il diario, l’opera intima e senza filtri del più americano degli scrittori italiani – l’America (la California e il Nuovo Messico) si insinua anche in questo racconto attraverso i numerosi ricordi del protagonista, flashback che si alternano alla vicenda del ritorno in patria in un infinito rincorrersi tra passato e presente. “La luna e i falò” è probabilmente il punto più alto della narrativa pavesiana, la summa di una produzione legata soprattutto alla descrizione dei luoghi – le Langhe piemontesi con le sue mille contrade – e agli echi della guerra, mondiale e civile, appena terminata. Più che una trama, il romanzo si presenta come un viaggio dantesco – il riferimento alla “Divina Commedia” fu voluto dall’autore – che “Anguilla”, questo il nome della voce narrante, compie nelle campagne dove aveva vissuto da ragazzo con l’amico Nuto (Virgilio). Anguilla è un trovatello, Pavese usa la parola “bastardo”, la sua identità è vaga, la geografia incerta: il ritorno alle origini non può appianare quello sradicamento che lo ha accompagnato dall’infanzia alla trasferta negli Stati Uniti. Tutto il libro è percorso dalla contraddizione tra lo straniamento e il desiderio di rivedere casa (quale casa?). Ed è proprio questa contraddizione a rendere Anguilla un personaggio interessante, alla stregua del Merasault de “Lo straniero” di Albert Camus. Attraverso gli occhi e la voce di Anguilla il lettore accede ad un microcosmo di storie contadine (amori, amicizie, tragedie e superstizioni) che valicano qualunque confine: le Langhe di Pavese non sono così diverse dal Kentucky di Chris Offutt o dagli Appalachi di Ron Rash. “Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo”. Avevo letto per la prima volta “La luna e i falò” ai tempi del liceo; a distanza di molti anni l’ho ritrovato in splendida forma. “Invidio Pavese, la sua capacità di sondare l’italiano fino in fondo” Jhumpa Lahiri.
Angelo Cennamo