Le storie di Omar Di Monopoli somigliano alle foto che pubblica sui social: campagne desolate, carcasse di auto arrugginite, strade sterrate, capannoni dismessi, lo scenario di un west che si snoda tra le province di Brindisi e di Taranto.
In un posto sperduto del Salento, Torre Languorina – Nella realtà Torre Colimena, una frazione di Manduria – nell’estate del 1990 un incendio distrugge parte del litorale e la vita di un uomo molto conosciuto nella zona e dalla rispettabilità borderline: Livio Caraglia, di professione pompiere. È stato lui ad appiccare il fuoco?
“Uno che aveva salvato vite, spento incendi, aiutato gente: come minchia fa uno così a diventare na carogna di quella fatta maniera?”.
La storia riprende vent’anni dopo con i figli di Caraglia che devono fare i conti con un passato doloroso e un destino al quale è impossibile sfuggire.
Rocco, il più grande, ha già pagato i propri debiti con la giustizia, oggi lavora con le autobotti, una catarsi rispetto al fuoco e alla cenere che lo ha preceduto. Gaetano invece fatica ad uscire dal tunnel: scommesse clandestine, brutti giri, miseria, squallore, sangue.
La vicenda crime si alterna a quella sentimentale di Rocco, ancora innamorato della sua ex Nunzia – oggi sposata con un metronotte geloso e sanguigno come tutti i personaggi del romanzo – che per una beffarda fatalità gli ricompare in casa per badare alla madre malata.
“Alla fine l’aggiu capito, che se non c’eri più non era perché ti avevano arrestato, Rocchì, ma perché a modo tuo te l’eri filata”.
“Brucia l’aria” – il titolo è stato cambiato in corsa all’ultimo momento, vero Omar? – è quello che si dice l’affresco di un mondo naif che resiste ai margini di un Sud d’Italia che non è distante dal Mississippi di Faulkner o dal Texas Orientale di Joe Lansdale. È la cifra di Di Monopoli, pugliese di origine ma americano nel cuore, che già nei libri precedenti, “Nella perfida terra di Dio” per esempio, aveva sperimentato certe coniugazioni, accenti ed atmosfere che risuonano familiari anche ad altre latitudini.
Ma è la lingua a fare la differenza e che pone questo autore in uno spazio di rara bravura. L’italiano di Di Monopoli è un prodigio di contaminazioni, mescolanze dialettali, un lessico nuovo ed antico, moderno e barocco insieme, a metà tra il viganese di Camilleri e lo slang del Bonfiglio Liborio di Remo Rapino. Stordisce, diverte, commuove.
Angelo Cennamo
