
Richard Yates, scrittore minimalista nato vicino New York nel 1926 e morto nel 1992 in Alabama, è stato scoperto in Italia per caso, grazie alla versione cinematografica del suo libro meno ignoto: “Revolutionary road”. Pur essendo un gigante della letteratura americana, cantore della middle class dei sobborghi metropolitani, Yates non riscosse neppure in patria il successo che avrebbe meritato. “Non voglio soldi, voglio lettori”, pare abbia detto in uno dei numerosi momenti di sconforto. Pensate, nessun libro di Yates vendette negli Usa più di dodicimila copie. Le sue storie disturbanti, popolate perlopiù di personaggi sconfitti, traditi, che affogano i dispiaceri nell’alcol sfiorando talvolta la follia, non erano esattamente in linea con i gusti, soprattutto con l’ottimismo dei lettori americani del tempo. L’insuccesso di Yates penso sia dipeso essenzialmente da questo. Eppure “Cold spring Harbor”, ma anche “Easter Parade” e “Disturbo della quiete pubblica”, oltre le raccolte di racconti e il già citato “Revolutionary Road”, sono libri davvero imperdibili.
“La ventisettesima città”, pubblicato nel 1988, è l’esordio di Jonathan Franzen. Un romanzo bizzarro, postmoderno, sicuramente diverso dalle storie familiari arrivate più tardi, negli anni Duemila (“Le correzioni”, “Libertà” ecc.). Il primo Franzen è uno scrittore sperimentalista, non il contract author dickensiano che abbiamo conosciuto nella maturità.
“Falconer” è tra le cose migliori lasciateci da John Cheever, altro maestro di minimalismo e di shortstories insieme a Raymond Carver e Richard Yates. Di Cheever non si può fare a meno di leggere “I racconti”, il librone azzurro pubblicato da Feltrinelli, così come i suoi diari: “Una specie di solitudine”.
“Beloved”, qui da noi “Amatissima”, titolo impronunciabile, è il capolavoro della scrittrice afroamericana e premio Nobel Toni Morrison. Il romanzo uscì nel 1987, negli stessi mesi in cui Stephen King pubblicò “It”. Interessante il parallelismo citato da Luca Briasco in un suo saggio tra queste due opere. Leggete “Beloved” ma cercate anche l’approfondimento di Briasco sull’argomento.
“Il centauro” è un libro quasi introvabile. Del prolifico John Updike, scrittore di sintesi come Philip Roth tra realismo e avanguardismo, in Italia è arrivato ben poco oltre la nota quadrilogia del Coniglio. Non ne conosco le ragioni. Updike è stato un romanziere geniale, meriterebbe maggiore attenzione e supporto editoriale.
“Il rap spiegato ai bianchi” David Foster Wallace lo scrisse ad Harvard insieme a un compagno di corso, Mark Costello, prima di sprofondare in uno dei suoi baratri esistenziali. Non sarà il miglior libro di Wallace ma è un libro di Wallace.
“La casa tonda”, vincitore del National Book Award, ci porta tra i nativi americani. Louise Erdrich, anche premio Pulitzer nel 2021 con “Il guardiano notturno”, racconta solo storie di pellerossa. Difficile stilare una graduatoria dei suoi romanzi, sono uno più bello dell’altro.
“Il migliore” di Bernard Malamud, voce di spicco della narrativa ebraica americana e autore anche di altri due libri magnifici come “Il commesso” e “Le vite di Dubin”, è il più bel romanzo che sia stato scritto sul baseball. Molti di voi ricorderanno il film con Robert Redford che ne fu tratto.
“Avviso ai naviganti” di Annie Proulx – anno 1994 – racconta la storia di Quoyle, un giornalista di Brooklyn sposato con una donna infedele che, dopo aver perso nello stesso giorno moglie e lavoro, decide di trasferirsi nell’isola di Terranova con le sue due figlie. Il romanzo si aggiudicò sia il Pulitzer che il National Book Award. Un caso rarissimo, credo si sia ripetuto solo una volta con “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead.
Richard Powers, come William Vollmann, appartiene alla stessa generazione e “corrente letteraria” di Foster Wallace. Finché fu in vita, Wallace oscurò entrambi. Ma la vita di Wallace non fu lunga, e Powers – un po’ meno Vollmann – ebbe modo di rifarsi. “Orfeo” uscì nel 2014. Come quasi tutte le storie di Powers, da “Generosity” a “I sussurri del mondo” – altro premio Pulitzer – fino al più recente “Smarrimento”, si fonda su una originalissima mescolanza tra scienza e umanesimo.
Angelo Cennamo