
È il quarto romanzo di Thomas Pynchon – “Un lento apprendistato” è una raccolta di racconti – scrittore invisibile al mondo dei lettori ma anche in tante librerie: se vi va bene, di lui troverete al massimo “L’arcobaleno della gravità”, opera pubblicata un ventennio prima di questa e di ben altro spessore e difficoltà.
Ho voluto rileggere “Vineland” per non sottrarmi a quel richiamo periodico che lo scaffale del mio studio mi lancia tutte le volte che mi vede in preda all’avvilimento, impantanato nella mediocrità del presente (non ve l’ho detto ma il mio scaffale ha dei misteriosi poteri sensoriali).
Vineland è il nome di una cittadina immaginaria del Nord della California. Un microcosmo abitato da nostalgici, disadattati, visionari come Zoyd Wheeler – Wheeler è anche il cognome dei coniugi protagonisti di “Revolutionary road” di Richard Yates. Chi è questo Zoyd? Un ex hippy che campa grazie all’assegno di invalidità mentale che gli viene corrisposto per delle strane performance seguite da radio, televisioni e da folle di curiosi: una volta all’anno Zoyd si lancia a peso morto contro le vetrine di bar e ristoranti della zona. Zoyd Wheeler vive in una roulotte con la figlia adolescente Prairie: Frenesi, la moglie, un’ex cineasta, lo ha lasciato, facendo perdere ogni traccia di sé. A chi mi legge concedo solo questi pochi elementi della trama-non-trama che in verità è molto più ampia e ricca di eventi e personaggi di quanto si possa immaginare. Il fatto è che ricostruire l’intera storia-storie sarebbe perfino più faticoso che leggerla-leggerle: ho ripreso il romanzo dallo scaffale anche per comprendere alcune sue parti più oscure, diradare le ultime nebbie, ma per quanto “Vineland” venga annoverato tra i libri più facili di Pynchon, solo Thomas Pynchon sarebbe in grado di capire fino in fondo Thomas Pynchon. E allora vi basti seguire il senso più che la trama del libro: una gigantesca allegoria, una lunga sequenza di metafore, un’analisi critica molto critica degli anni ’80 e delle politiche neoliberiste di Ronald Reagan? Direi proprio di sì. “Vineland” è tutto questo e anche di più: un romanzo comico e folle, colorato, labirintico, massimalistico, perfino noioso. Perché compriamo i libri di Pynchon anche se di Pynchon capiamo poco? Perché Pynchon ci insegna a leggere.
Angelo Cennamo