
Che ne sarà stato di Owen Benjamin dopo averlo lasciato a pagina 364 raggomitolato come una palla sul pavimento della cucina di suo figlio Philip, ce lo siamo chiesto in tanti.
Nel 1986 David Leavitt è una specie di enfant prodige della letteratura nordamericana: due anni prima, poco più che ventenne, aveva esordito con una raccolta di racconti intitolata “Ballo di famiglia”. Il tema centrale delle storie è praticamente lo stesso delle opere che seguiranno (l’omosessualità), a cominciare proprio da “La lingua perduta delle gru”, il più noto dei romanzi di Leavitt, che da qualche settimana Sem ha riportato in libreria con una nuova traduzione di Fabio Cremonesi. Il quasi debutto di Leavitt si inserisce forse nel decennio più prolifico di esordi memorabili della narrativa a stelle e strisce: Auster, McInerney, Ellis, Foster Wallace, Franzen, Chabon…
La vicenda si svolge a New York, grosso modo tra la Second Avenue e Central Park. Più che alla metropoli sfavillante di “American Psycho” o a quella grigia e ferrosa di “Underworld”, la città che Leavitt usa da sfondo per il suo racconto ha un non so che di rassicurante e al tempo stesso di sobrio. L’appartamento dove abitano da oltre vent’anni Owen e Rose è stato messo in vendita; il probabile trasloco della coppia diventa la metafora di un cambiamento più grande che sta per abbattersi su ognuno dei componenti della famiglia. Philip, l’unico figlio dei due, decide di rivelare ai genitori la propria omosessualità. Sul chi deve confessare cosa e a chi, Leavitt imbastisce una trama piena di spunti e di sfumature emotive che sorprendono in quanto a precocità e talento, nella quale sono proprio i coniugi Benjamin a ritagliarsi i ruoli più interessanti del romanzo.
Tutte le domeniche pomeriggio Owen saluta Rose ed esce di casa per andare non si sa dove. Quell’assenza ingiustificata e insindacabile fa parte di un patto: negarsi la verità a vicenda. Quella tra Owen e Rose è dunque la simulazione di un matrimonio felice. Tra silenzi e trasgressioni reciproche, tutto sembra filare liscio fino a quando l’outing di Philip non infrange definitivamente quel patto di inquieto vivere.
L’altro pezzo della storia è il racconto, sempre in terza persona, della vita adulta di Philip lontano dal suo nucleo familiare: le amicizie (l’incontro con Jerene, la studentessa lesbica la cui storia sembra specchiarsi in quella del protagonista), il sesso, gli amori, e nel finale il rinnovato rapporto con il padre, improvvisamente autentico, senza imposture. La verità ci renderà liberi: in quella tribolata notte newyorchese, Philip e Owen finalmente lo sono.
Angelo Cennamo