MOON LAKE – Joe R. Lansdale

“Mi chiamo Daniel Russell, e sogno acque nere”. 

Questa storia inizia una notte di ottobre del 1968. Daniel ha quattordici anni. Lui e il padre sono seduti nella vecchia Buick di famiglia, fermi sul ponte che attraversa il Moon Like, il bacino artificiale che ha sepolto la città di Long Lincoln dopo essere stata evacuata e spostata oltre la diga. Sono attimi carichi di tensione. Il padre di Daniel ha perso tutto: la moglie, il lavoro e di lì a poco verranno a pignorargli la casa. L’uomo è a un passo dal baratro; decide di trascinarci dentro anche il figlio. La scena della Buick che si lancia nel lago è al termine dell’incipit: l’auto precipita, comincia il racconto. 

L’uscita in Italia di “Moon Like” – edito da Einaudi con la traduzione di Luca Briasco – era stata preceduta da un coro di giudizi unanimi che per mesi aveva occupato riviste specializzate, blog, social: il miglior Lansdale degli ultimi anni, era questa la voce che circolava con insistenza tra addetti ai lavori e lettori forti. Il romanzo si colloca negli spazi preferiti dal padre di Hap e Leonard, quelli a lui più congeniali: la storia di formazione, il Texas orientale, i pregiudizi razziali, il rapporto padre figlio, l’amore precario, il segreto. Tutti i tòpoi della narrativa lansdaliana in “Moon Lake” li ritroviamo nella giusta armonia, perfettamente dosati e, rispetto ai romanzi più recenti, direi migliorati. 

Dopo essere stato salvato da una ragazza di colore (Ronnie Candles), Daniel deve piano piano costruirsi una nuova vita. Nella seconda parte, dieci anni dopo, il protagonista compare nei panni di uno scrittore esordiente e di giornalista alle prese con due questioni molto delicate: la vera causa della scomparsa della madre, e gli affari sporchi dei politici locali che hanno piegato la città ai loro interessi. 

Daniel capisce di essere in pericolo e che la sua presenza lì, a Long Lincoln, è poco gradita. La lotta per non lasciarsi intimidire e “affogare” di nuovo nel Moon Lake sarà serrata e non priva di colpi di scena. 

Facile accostare questo romanzo ad altri due vecchi capolavori di Lansdale: “La sottile linea scura” e “In fondo alla palude” – aggiungerei “Acqua buia” – le atmosfere dark e gli ingredienti che ho citato prima sono bene o male gli stessi; ma gli archetipi di questo mood letterario, sempre sottostimato nei circuiti altolocati di Pulitzer e National Book Award, restano decisamente Mark Twain e Harper Lee.

Angelo Cennamo

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