
Forse in pochi avrete sentito parlare di Steven Millhauser, scrittore newyorchese ormai ottantenne dallo stile così raffinato da essere accostato a geni della scrittura come Borges e Nabokov. Eppure Millhauser è una figura di spicco della narrativa americana contemporanea, e alcune delle sue opere si sono aggiudicate premi prestigiosi.
“Questa è la notte della rivelazione. Questa è la notte in cui le bambole si risvegliano. Questa è la notte del sognatore nella mansarda. Questa è la notte del pifferaio nei boschi”.
“La notte dell’incanto” – “Enchanted night” – esce negli Usa nel 1999 ma arriva in Italia solo ventitrè anni dopo, edito da Mondadori e con la traduzione di Sonia Folin. Ispirato a “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, il libro è una rapida carrellata di personaggi che popolano una calda notte d’agosto in una cittadina del Connecticut. Istantanee di un tempo smarginato o frammenti di un sogno, se preferite, in cui tutto accade under the moonlight, con la dea luna che troneggia “Dall’alto della sua scranna guarda giù, sui tetti e sui camini, sulle traverse dei pali del telefono costellate di isolatori di vetro, sui camion che sfrecciano sulla superstrada”.
Haverstraw è un trentanovenne frustrato, alle prese con un romanzo che non riesce a finire. Vive in una mansarda piena di libri; ha conservato tutti i giocattoli della sua infanzia e di notte incontra la signora Kasco, la madre di un suo vecchio amico. La signora, che ha vent’anni di più, è attratta da Haverstraw e prova a sedurlo. Le conversazioni notturne tra la milf e lo scribacchino stranulato sono il nucleo di questa non-storia di 130 pagine, divisa in paragrafi brevissimi – la struttura del romanzo ricorda quella dei “Sillabari” di Parisi – nella quale incontrerete uomini e donne sospesi tra il reale e l’irreale: un manichino che dietro la vetrina dei grandi magazzini “sogna di evadere, abbassare la guardia, di abbandonarsi alla sensualità del movimento”; una banda di ragazze liceali che se ne va in giro a rubare oggetti insignificanti lasciando sempre un biglietto scritto a matita: “SIAMO LE VOSTRE FIGLIE”; delle bambole che magicamente si animano proprio come il manichino su Main Street.
“La notte dell’incanto” è un puzzle di suggestioni, una fiaba moderna che riscrive il romanzo secondo altri schemi; schegge di tenerezza di un’afosa notte americana che non avete mai vissuto.
Angelo Cennamo