
Se la mente non mi inganna, quando “Americana” di Luca Briasco arrivò per la prima volta in libreria, Telegraph Avenue era già nato da qualche mese: aprile 2016. Non potevo quantificare, allora, l’azione di orientamento, sotto traccia, che l’antologia di Briasco avrebbe esercitato sul blog né ipotizzare altre forme di fascinazione che di lì a poco avrei subito più o meno consapevolmente da fonti autorevoli come quella del noto editor e traduttore di minimum fax. Dal 2016 a oggi ho incontrato Luca tre volte, sempre a Salerno. Nella prima aveva da poco terminato una presentazione ed era in compagnia di un timidissimo Chris Offutt, tra le sue scoperte migliori con William Boyle e Herbert Lieberman. Chissà perché quel pomeriggio finimmo per confrontarci su Rick Moody. Probabilmente il tutto era nato da una delle mie ossessioni sul futuro del genere postmoderno: sopravviverà o meno a David Foster Wallace? È morto e sepolto, dice Luca senza tanti giri di parole. D’accordo ma che dicono Ben Lerner e Joshua Cohen? Li avete avvisati? Nella seconda immortalammo il breve incontro con un selfie (nella foto che conservo compaiono anche le teste lucidissime di Seba Pezzani e di Corrado De Rosa). La terza volta risale a poche ore fa: martedì 12 luglio, una data che ricorderò a lungo, il giorno del tributo a Stephen King al SalerNoir Festival. Con me e Briasco, sul palco, l’amico scrittore Antonio Lanzetta. Devo confessare che parlare di King tra le colonne del duomo di Salerno con la voce italiana del Re, davanti a tante persone, e trovare perfino il modo e il tempo di sviare dal tema della serata per rituffarmi ancora una volta in quella antologia che continua a funzionare come una bussola per il mio blog, è stata una bella emozione. “Billy Summers” è l’ultimo romanzo di King. La traduzione, come di tutti gli altri libri del Re dal 2018 a oggi, è di Luca Briasco. Che esperienza è riscrivere in italiano certe trame? Come scrive Stephen King? “Nessuno mi chiede della scrittura” è da sempre un suo cruccio. La frase tratta da “On writing” ci riporta al complesso che King vive da parecchi anni come il protagonista di “Misery”, l’autore di successo che però non ha Pulitzer né National Book Award nella sua bacheca. Billy è un sicario dalla mira infallibile ma anche un lettore impegnato che alterna l’uso del fucile ai libri di Zola e Dickens. L’antifona è chiara: piantatela di sottovalutarmi, sono uno scrittore serio e non devo dimostrarvi nient’altro.
In tutti i sondaggi lanciati sui social dai fan di mezzo mondo, il romanzo più amato, il masterpiece, è “It”. I giovani perdenti che dimenticano di aver combattuto il mostro ventisette anni prima e che nel frattempo sono diventati uomini di successo, nella penna di King si trasformano in un geniale espediente: ricordarci che gli americani costruiscono il proprio riscatto sulla rimozione del ricordo, e che l’America è la terra delle seconde opportunità. Non cercatelo altrove, dice Briasco, il Grande Romanzo Americano lo ha scritto King, è “It”; se ne facciano una ragione i lettori di Roth e di DeLillo.
Come per Elizabeth Strout, anche le storie del Re, quasi tutte, sono ambientate nel Maine, lo Stato più a Nord Est degli Stati Uniti, quel quadratino in alto a destra osservando la mappa degli Usa, affacciato sull’Atlantico. È un’America che vediamo poco al cinema o in tv, una terra silenziosa, lontana dai grattacieli e dal mondo degli affari. Il gioco dei contrasti (piccolo-grande, assenza-presenza) rende il Maine decisivo nelle trame di King. Lo è altrettanto nei libri della Strout ma per ragioni diverse.
Molti anni fa qualcuno deve aver cucito sulla schiena del Re un’etichetta con su scritto: “autore horror”. King è uno scrittore horror? Non mi pare, a meno che non si spacci per horror il paranormale, il sovrannaturale. In “22.11.63” un tizio se ne va a spasso nel tempo per impedire che venga assassinato JFK. Se questo continuo viaggiare volessimo considerarlo horror, quanta paura vi fa quel mattacchione di McFly di “Ritorno al futuro”?

Briasco parla, argomenta, è un fiume in piena. Per rimanere nei tempi previsti (impossibile) devo brutalmente incalzarlo con altri spunti. Sul quadriportico del duomo intanto è calata la sera. Le luci abbagliano i relatori lasciando al buio la platea sotto il palco. Dalla macchia nera e indistinguibile del pubblico si levano le domande dei giornalisti. Anche con loro Briasco non si risparmia. Siamo alle ultime battute. Non resta che salutare. Grazie. Sipario.
Angelo Cennamo