
L’ultima volta che ho incontrato Luca Ricci è stato vicino Napoli, a un reading di “Trascurate Milano”. Salone vanvitelliano, affreschi sulle volte, marmi levigati, postazione microfonata stile Joe Biden. “Non ti stanchi di parlare per un’ora, senza sosta, in piedi?”, gli ho chiesto a fine serata. No, non gli pesa. A cena era perfino più loquace del solito.
Sarà per questo (?) – non so – che il nuovo romanzo di Luca, “I primaverili” – ultimo capitolo della ormai nota serie delle stagioni iniziata cinque anni fa con “Gli autunnali” – l’ho letto come se lo avesse letto lui in un altro reading immaginario. C’è una discreta saldatura tra il parlato di Ricci e quello che Ricci scrive; intendo dire che Luca parla come racconta (a cena o per strada fa lo stesso), e viceversa. Non è un dettaglio da poco, lascia supporre che il lavoro di editing nel work in progress dei suoi testi sia pressoché marginale. Io dico che lo è. “I primaverili” non chiude solo la quadrilogia di questo scrittore di racconti ben prestato al romanzo (i paragrafi brevissimi, segnati come i giorni sul calendario, tradiscono una condensazione carveriana) ma fa calare definitivamente il sipario su una commedia umana giocata come al solito su due piani: la crisi del maschio, quella dello scrittore, o della scrittura se preferite. Due parabole discendenti, un solo crepuscolo, che nelle storie di Ricci si ammanta della nobile ironia di una Roma precedente, quella bazzicata da Zavattini, Fellini, Flaiano, con quest’ultimo che a un certo punto diventa corpo materiale di una bizzarra evocazione.
Vediamolo allora quest’ultimo scorcio dell’anno ricciano, un anno lungo cinque anni, iniziato in autunno e finito in primavera.
Il protagonista è uno scrittore single, “platealmente scoglionato” (e scognomato) “ma con un’alta opinione di sé”. Non è molto diverso dal suo collega annoiato de “Gli autunnali”; ma come le famiglie del romanzo di Tolstoj, ogni personaggio di Ricci è infelice a modo suo, al di là delle assonanze o sonnolenze, smanie, delusioni. In realtà lo scrittore de “I primaverili” non può dirsi neppure infelice perché distante da una qualunque forma di appagamento, lo è piuttosto per una rivelatrice presa di coscienza: la felicità non ci rende migliori, la felicità non ci soddisfa. Fateci caso: dopo pochi attimi di felicità subentra sempre una sensazione di pienezza che ci porta via tutto “per continuare a vivere, meglio evitarla, la felicità”. Il blocco creativo che lo ha assalito dopo il primo libro viene goffamente “metaforizzato” da Ricci attraverso la sedia sgangherata del suo studio, comprata e ricomprata all’infinito, a costi elevatissimi. Un diversivo narrativo divertente (alla Woody Allen) che percorre tutta la storia legando le altre tracce. Lo scrittore non demorde, si guarda intorno, tenta la carta del cinema offrendosi per degli improbabili adattamenti; frequenta una strana redazione culturale dove si concentrano tutti i tic e le nevrosi dell’editoria italiana: proiezioni, stereotipi, ambizioni, disincanto. L’altro, anzi l’altra, è Simonetta, una libraia precaria, divorziata senza figli, molto più grande di lui, che legge Roland Barthes e che sogna un amore metafisico.
La storia parte piano, i due si studiano con circospezione, beh sono adulti, sanno che le sfaccettature dell’essere umano sono diverse e che ogni essere umano è “un abisso”. E allora? E allora accade che il primo bacio in libreria resta lì appeso ad un poi si vedrà che non si tramuta in niente di più. Lo scrittore e la libraia si frequetano, girano per i colli romani (sono una coppia?) ma per una precisa scelta di lei, solo di lei, ogni contatto fisico rimane severamente bandito. Ed è proprio su questo crinale filosofico-sentimentale che si muove tutta la storia o tutte le storie, il nulla (“Se la primavera è un preambolo, l’estate una ricreazione, l’autunno un’agonia e l’inverno un letargo, dov’è la vita vera?”) oppure la rinuncia, che nella stagione della speranza suona come un paradosso. E invece rinuncia: al sesso, alla scrittura, perfino alla parola detta, alla gelosia, come nel siparietto dei due adolescenti nelle prime battute.
L’iperbole del sesso che guasta l’amore si riflette nell’altro campo di gioco del romanzo, quello editoriale, con il piacevolissimo e inaspettato ritorno di un vecchio personaggio della serie, Alberto Gittani, il miglior attore non protagonista de “Gli autunnali, lo scrittore fallito che non ha mai raggiunto “la pienezza della mediocrità”, il cinico spirito guida che detesta la primavera perché ti spinge all’ottimismo “perché volete diventare tutti scrittori? Io mica vi capisco. Un romanzo può scapparti, ma se fai anche il secondo non hai più scuse”. Gittani ogni tanto compare dalle parti di Castel Sant’Angelo, è così vero nella sua infelicità da sembrare finto. Gittani è la voce della coscienza, il solo, probabilmente, ad aver capito tutto dei libri e della vita.
Angelo Cennamo