URLANDO CON I CANNIBALI – Lee Maynard

“Crum è ovunque. C’è una Crum sepolta nel profondo della maggior parte di noi… Può essere diversa per ciascuno di noi, un luogo così penoso, così vacuo, così veritiero, così estremo, così oscuro, così abrasivo, così formante, così maledettamente formante che esiste una sola cosa che vi può venire in mente di fare. Scappare”. 

“Urlando con i cannibali” (“Screaming with the cannibals”) è il secondo capitolo della trilogia di Crum di Lee Maynard, scrittore del West Virginia la cui ruvidezza ricorda un po’ quella di certi romanzieri senza fronzoli alla Ron Rash, Chris Offutt, Joe Lansdale, Willy Vlautin… insomma ci siamo capiti. In Italia il libro arriva con vent’anni di ritardo rispetto alla prima uscita americana del 2003. A pubblicarlo è Mattioli 1885 con la traduzione di Nicola Manuppelli. 

Siamo nel West Virginia degli anni ’50. Jesse (chiamato così in onore del prozio Long Neck, uomo alto e magro come il palo di una staccionata, ahimè incenerito da un fulmine all’inizio del romanzo – gran bel personaggio questo Long Neck) non si è mai mosso dal suo paesello: quattro case, la scuola, gli amici, una noia infinita. Jesse osserva gli adulti. Osserva e impara. Impara e scalpita. 

“Crum era il passato e anche il tempo che avevo trascorso lì era il passato”.

Con una valigia di cartone e pochi dollari in tasca, il ragazzo di campagna parte per non sa neanche lui dove, e con passaggi di fortuna passa il Tug River per ritrovarsi nel Kentucky. Attento, Jesse, è brutta gente, sono degli “inchiappetta-maiali”, dei cannibali! Così gli dicevano tutte le volte che a nuoto provava a toccare l’altra sponda. Inizia da qui il lungo viaggio di Jesse, e questo magnifico romanzo picaresco, un po’ “On the road” di Kerouac un po’ “Il giovane Holden” di Salinger. “Urlando con i cannibali” è una storia di nuovi inizi e di continue scoperte: del sesso (le avventure con la seducente moglie di Luther, Ruth Ella, praticamente una ninfomame, e con la non più giovanissima Rosalind nella seconda parte, sono forse le parti migliori del libro); del mare (nel South Virginia per la prima volta nella vita Jesse vedrà l’oceano); del peccato (la scena del delirio collettivo nella chiesa dell’invasato e deforme reverendo Abel Hitch, è un pezzo di alta scuola); di se stesso e di quell’irrefrenabile desiderio di libertà che lo conduce sempre altrove “Il mio posto nel mondo era lontano e sperduto, nelle nebbie della distanza e del tempo, un luogo così nobile, luminoso e rarefatto che avrei avuto difficoltà anche solo a respirarne l’aria. Un luogo che non avevo mai visto e di cui non conoscevo il nome”.

Angelo Cennamo

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