L’ATLANTE – William T. Vollmann

“Questo libro è ispirato ai Racconti in un palmo di mano di Yasunari Kawabata, che amo rileggere prima di dormire, nei cinque minuti tra quando mi metto a letto e quando spengo la luce”.

Da qualche anno minimum fax, per una ragione più vicina al cuore che al portafogli sta ripubblicando tutte le opere di William T. Vollmann, scrittore californiano sulla sessantina, piuttosto impegnativo, che in Italia vende meno di certi Nobel dal cognome impronunciabile, ma che di fatto va annoverato tra i migliori autori contemporanei, e non solo per la qualità della sua scrittura (toni, registri, stili) ma per l’abilità con cui sa destreggiarsi tra fiction (lunga o breve che sia) e autofiction, reportage giornalistico e saggio sociologico. Insomma, Vollmann sa scrivere tutto e di tutto. L’Atlante è una raccolta di racconti, dissertazioni, appunti di viaggio, uscita negli Stati Uniti nel 1996 (l’anno di Infinite Jest di Wallace e Fight Club di Palahniuk) che Vollmann ha pensato di organizzare secondo una struttura palindroma: il primo testo è ripreso dall’ultimo, il secondo dal penultimo e così via. L’atlante (titolo perfettamente in linea con il senso del libro, che è proprio un insieme di storie scritte e/o raccolte in giro per il mondo, dalla Somalia a Ercolano, da San Francisco alla Thailandia) è un tomo abbastanza voluminoso, circa cinquecentocinquanta pagine, da tenere sul comodino e da leggere, come suggerisce lo stesso autore, senza dover seguire un ordine particolare e senza alcuna fretta, magari saltando le parti giudicate più noiose. Ne L’atlante ci puoi entrare a pagina 57 come a pagina 423, fa lo stesso. Gli argomenti sono i più disparati, ma ciò che viene fuori in molti dei testi – come spesso accade nelle narrazioni di Vollmann – è un’umanità in affanno e ai margini: uomini e donne sotto le bombe o colpi di artiglieria, fuggiaschi, prostitute, tossicodipendenti, ragazzini costretti a vivere come adulti, uomini schifosi come quelli delle Brevi interviste, perfino Pietro, il discepolo di Cristo. Leggere Vollmann è un’esperienza che difficilmente si può paragonare ad altre letture; la sua prosa massimalista, anche nel tratto brevissimo, è un’onda che ci spinge fuori dal quotidiano. Vollmann scrive usando il corpo secondo criteri empirici più vicini al giornalismo che alla narrativa. Per raccontare I poveri Vollmann vive tra i poveri, per scrivere di bikers gira in moto, e per capire cos’è la guerra ci si butta dentro. Non so quanto abbia venduto questo libro ma chissenefrega, è un capolavoro. 

Angelo Cennamo

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