PHILIP ROTH, JOHN UPDIKE, AMICI, RIVALI

Philip Roth, John Updike, amici, rivali, accomunati da un insolito destino: entrambi tacciati di sessismo, di misoginia per una rappresentazione del rapporto uomo donna eccessivamente machista e/o patriarcale. Coppie, la saga di Coniglio, Lamento di Portnoy, Il professore di desiderio, Il teatro di Sabbath, romanzi di punta nell’immaginario critico di certe sensibilità. “Un pene con un grande vocabolario”, così una volta David Foster Wallace definì Updike. Niente Nobel. Autori di sintesi, tra realismo e sperimentalismo, con il primo che per l’altro prova un’ammirazione che sconfina quasi nell’invidia. Quella famosa riflessione di Roth sulla capacità di Updike di documentarsi su tutto prima di scrivere, mentre lui, che viveva in campagna, non conosceva neppure i nomi degli alberi, mette in luce una prerogativa di Updike che fa la differenza in una possibile o impossibile comparazione tra i due. Roth si è concentrato sugli aspetti immateriali dell’esperienza umana: la vita, la morte, l’amore in tutte le sue forme, l’odio, la famiglia, la religione, la malattia, la verità e la finzione, la scrittura soprattutto. Updike ha esplorato la materia, è entrato nei dettagli della quotidianità, ma nella quotidianità dell’uomo qualunque più che degli intellettuali o degli uomini d’affari che popolano l’universo borghese dello scrittore di Newark. Il realismo pragmatico, il precisionismo di Updike riempiono un vuoto che Roth non ha mai pensato di dover colmare.

Angelo Cennamo

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