Lyle Hovde e sua moglie Peg che la domenica indossano il vestito buono e risalgono in auto le colline dove si erge la chiesa di Sant’Olaf. È una delle tante immagini che ti restano dentro di “Little Faith” (in Italia “Uomini di poca fede” con Marsilio editore e la traduzione di Fabio Cremonesi) di Nickolas Butler, scrittore che del Midwest ne ha fatto un vero e proprio tratto identitario (puoi togliere Butler dal Wisconsin ma non puoi togliere il Wisconsin da Butler, un po’ come Chris Offutt col Kentucky). E pensare che tempo fa proprio con Butler ebbi un piccolo screzio per via di una cosa che scrissi forse con troppa leggerezza, e cioè che dava l’impressione di essere uno che gioca a fare lo scrittore di provincia: camicia di flanella, Iowa writers’ workshop, pick-up scassati, campi di mais sui social, minimalismo ruvido, eccetera. Ehi, Angelo, rispose piccato, io sono del Wisconsin al 100%! Vabbè, acqua passata. Ma torniamo al libro. Lyle e Peg Hovde hanno una figlia adottiva (Shiloh) appena tornata a vivere con loro dopo un lungo periodo di assenza e di ribellione, e un nipotino (Isaac) che la madre considera una specie di divinità: Shiloh è convinta che il piccolo abbia dei poteri sovrannaturali, che sia capace di guarire i malati. Lyle, personaggio chiave del romanzo (pare ispirato dal suocero di Butler, Jim) è preoccupato per le sorti del nipote e fa il possibile per sottrarlo alle assurde credenze di quella cerchia di fanatici che gli ruota intorno. Siamo nella parte decisiva del racconto: è qui che la storia decolla definitivamente con una serie di scene di grande impatto. Come il precedente “Shotgun Lovesongs” – che romanzone anche quello – “Little Faith” è uno spaccato preciso e vivido di un’America rurale (non dirò “America trumpiana”, nel Wisconsin Trump vinse per una manciata di voti), per certi versi ferma alla prima metà dello scorso secolo, fatta di piccole comunità e di fattorie, con i suoi ritmi lenti, un forte senso della famiglia e dell’amicizia, la fede comune ma anche la più integralista di certe chiese che sfidano qualunque forma di emancipazione o progresso, perfino la legge. Una vicenda colma di umanità e di una religiosità ancestrale, quasi demoniaca, che sconfina nella superstizione e nell’intolleranza, a metà strada tra “Benedizione” di Kent Haruf e “Gilead” di Marilynne Robinson, autori dalle radici antiche, vicini a Butler e alla sua vocazione di uomo e romanziere autenticamente del Midwest.
Angelo Cennamo
Uno scrittore che mi ha fatto riscoprire la felicità di tornare a casa e non vedere l’ora di immergermi in un libro e sentire che quella è una delle cose più belle della vita. Grazie per l’eternità di avermelo svelato.
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