È il romanzo più politico di Philip Roth, più de La nostra gang, la satira contro Nixon, e di Complotto contro l’America, l’ucronia che vede gli Usa allersi alla Germania nazista dopo l’insediamento alla Casa Bianca di Charles Lindbergh. Ma è prima di tutto il romanzo col quale Roth fa definitivamente i conti con la propria identità ebraica: ingombrante, difficile da governare, incompresa, oggetto di scherno. Un processo lungo iniziato vent’anni prima con Lamento di Portnoy e proseguito con romanzi reali come La controvita o immaginari come Carnovsky, il libro che porta Nathan Zuckerman al successo e che fa morire di crepacuore suo padre. Si tratta fondamentalmente di un romanzo storico, ma attenzione: Roth è un furbacchione, è un furbacchione perché della storia e della sua non-fede religiosa ne fa un uso diverso da quello dell’invettiva o pistolotto che dir si voglia; Roth si serve dell’irrisolta questione ebraica per seguire quel tracciato pirandelliano che lo ha reso celebre, il canovaccio di sempre, vale a dire lo scambio di ruolo, il travestimento, il mascheramento. Operazione Shylock è più di ogni altra cosa un romanzo sull’identità. Tutta la vita Roth non ha fatto altro che tradurre in inchiostro se stesso indossando i panni di altri. È stato il suo gioco preferito, cinico, raffinato, un gioco ampiamente collaudato e portato all’estremo soprattutto in due libri: I Fatti, la finta autobiografia nella quale l’autore di Newark dialoga con l’alter ego Zuckerman, e questo (pubblicato nel 1993, in Italia ancora per poco con Einaudi e la traduzione di Vincenzo Mantovani), che ha come protagonisti addirittura due Philip Roth, il più vero dei quali però non è lo scrittore ma il suo sosia, la voce della coscienza, l’uomo che Roth forse non ha avuto il coraggio di essere fino in fondo o che è sempre stato senza rendersene conto. Nei giorni in cui deve intervistare un suo collega israeliano, Aharon Appelfeld, il vero Roth scopre l’esistenza di un altro se stesso che sta pianificando un’operazione folle; la chiama diasporismo: riportare gli ebrei in Europa per sottrarli a un secondo Olocausto arabo. L’altro, l’impostore, ha già preso impegni con uomini politici del posto e con il leader polacco Walesa. La vicenda è ingarbugliata ma il proverbiale gioco di specchi tra le due verità in questo caso non investe solo l’ego di Roth ma include anche le ragioni dei due contendenti. La partenza dello scrittore per Gerusalemme e l’incontro scontro con il Roth n. 2 innesca una ingegnosa sequela di eventi tragicomici col coinvolgimento di servizi segreti e di mille altri personaggi, impossibile da riassumere in poche parole per via delle complesse implicazioni filosofiche che Roth pone al vaglio del lettore in difesa di ciascuna delle posizioni in campo. Operazione Shylock non è un romanzo per tutti (se non avete nessun rudimento sulla questione israelo-palestinese oppure non vi interessa affatto l’argomento fareste meglio a scegliere o riscegliere altri titoli di Roth), e per quanto mi riguarda non lo inserirei neppure in una virtuale top ten del maestro insieme al Teatro di Sabbath, Pastorale, Macchia Umana, Patrimonio, La mia vita di uomo eccetera. Ma è pur sempre un romanzo di Roth, dammaticamente attuale, ipnotico, istruttivo, perfino divertente.
Angelo Cennamo