IL BASTARDO – Erskine Caldwell

Da diversi anni Erskine Caldwell era finito in un cono d’ombra, e il suo nome iscritto alla lunga lista dei grandi americani del Novecento dimenticati o fuori catalogo. In questi giorni una piccola ma gagliarda casa editrice milanese, De Piante, lo ha riportato in libreria con la sua opera prima, Il bastardo. Caldwell lo pubblicò nel 1929; nello stesso anno uscirono Addio alle armi di Hemingway e L’urlo e il furore di Faulkner. Come Faulkner, Caldwell racconta la società arcaica del Sud (era nato in Georgia, Faulkner nel Mississippi) i suoi retaggi culturali, dal patriarcato al senso dell’onore e al razzismo, ma con un tratto perfino più crudo, più estremo. Caldwell sguazza nell’orrido e nella depravazione fregandosene di censure e di scandali. Il bastardo è Gene Morgan, uno sbandato nato da una prostituta e allevato da una “negra” in una capanna, giù a Lewisville. Caldwell lo fa ciondolare da un oleificio a una segheria tra donne di malaffare e adultere. Tutto il romanzo, che è brevissimo, meno di centocinquanta pagine, è un torbido duello maschio femmina con ammiccamenti, gelosie, liti furibonde, provocazioni, abbandoni. Le donne ne escono malissimo, oggi un tipaccio controcorrente come Caldwell verrebbe crocifisso da femministe e cultori del woke. Caldwell procede per sottrazione, la sua prosa è carta vetrata: asciutta, senza orpelli, moderna come quella dei coetanei più noti. Il suo ritorno in libreria è tra le poche buone notizie di questo 2024 povero di lettori e di romanzi decenti. 

Angelo Cennamo

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DIEZMO – Rick Bass

Lonesome Dove di Larry McMurtry e Meridiano di sangue di Cormac McCarthy si contendono idealmente il titolo di più bel romanzo western di sempre. Entrambi furono pubblicati nel 1985, entrambi raccontano un pezzo di storia del Texas del XIX secolo sia pure con registri e stili diversi, più tradizionale il libro di McMurtry, lirico-filosofico quello di McCarthy. Un pezzo di Texas lo racconta anche Paradise Sky di Joe Lansdale, autore che al genere western ha dato un contributo importante. In questo filone (impegnativo, visti i precedenti) si colloca Diezmo di Rick Bass, autore texano di Fort Worth con un passato da geologo petrolifero. Per Diezmo si intende la decimazione che i messicani facevano dei prigionieri texani estratti a sorte. Il momento culminante e tragico della Spedizione Mier, avvenuta nel 1842. Sei anni prima, texani e messicani (in quegli anni il Texas faceva parte del Messico) si erano scontrati ad Alamo. Una sonora sconfitta per i primi, che appena un mese dopo, in un’altra storica battaglia (di San Jacinto), si rifecero sancendo la definitiva indipendenza. A distanza di molti anni, Bass fa raccontare quell’esperienza a uno dei protagonisti, il giovane James Alexander. Lui e il suo amico Jemes Sheperd non avevano fatto in tempo a combattere ad Alamo e neppure a San Jacinto ma ora potevano rifarsi rispondendo a una nuova chiamata alle armi voluta dal presidente Sam Houston: mettere su una milizia di cinquecento uomini e dirigersi verso il Rio Grande per vendicare un precedente attacco messicano. L’operazione (Spedizione Mier) si conclude con la sconfitta e la cattura dei soldati texani, tra i quali Alexander e Sheperd, che si ritrovano sbattuti in una cella, sottoposti a terribili torture e passati attraverso il Diezmo. Tra verità e finzione, pubblico e privato, soprattutto nella seconda parte il romanzo è una sequenza di scene brutali ed emozionanti… “Il Texas è nato nel sangue”. In linea con l’epica del confine di altri maestri, Bass mescola bene ogni ingrediente per confezionare una straordinaria storia di amicizia e di sopravvivenza in uno dei territori da sempre più suggestivi della letteratura americana. Ci sono voluti vent’anni per leggerla in italiano. La traduzione è di Francesca Cosi e Alessandra Repossi. 

Angelo Cennamo




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IL COLTIVATORE DEL MARYLAND – John Barth

Se da un lato il bilancio dell’anno libresco che sta per concludersi non pare esaltante, la bizzarra coincidenza che il 2024 finisca così come era cominciato, con il ritorno sugli scaffali, dopo molti anni, di una pietra miliare del postmodernismo, infinitamente lunga (1106 pagine) e complicata come l’altra (Le perizie di William Gaddis), è un segnale incoraggiante e in controtendenza rispetto ai soliti de profundis sulla narrativa d’avanguardia, più in generale sulla letteratura di qualità, destinata secondo certi analisti a soccombere contro l’IA, nell’indifferenza di lettori ormai disillusi o influenzati da giovani tiktoker. Il romanzo è morto, si legge ogni tanto su riviste, social, forum di vario genere. La verità è che a morire sono i romanzieri bravi, non il romanzo. Lo scorso 2 aprile è toccato a John Barth, l’uomo che insieme a William Gaddis il postmodernismo nordamericano lo ha inventato e insegnato a generazioni di altri autori, da Barthelme a DeLillo, da Foster Wallace a Vollmann. In quanti dalle opere di Barth hanno attinto, copiato, cut-uppato alla maniera di William Burroughs? Pynchon scrisse Mason & Dixon pensando a questo libro. E quando lo ultimò, mandò a Barth una copia con la dedica. 

Il coltivatore del Maryland – Sot-Weed Factor – edito in questi giorni da minimum fax con la traduzione di Luciano Bianciardi e una dettagliata prefazione di Giordano Meacci, uscì la prima volta negli Stati Uniti nel 1960, e una seconda volta, riveduto e corretto, nel 1967. Barth non era nuovo a certe ripetizioni, fece lo stesso con L’opera galleggiante, il suo romanzo più noto. 

La storia, ambientata tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti del diciassettesimo secolo, è una portentosa satira sull’umanità in generale e sulla vanità degli scrittori. Il bersaglio preferito da Barth è la letteratura picaresca di Sterne e Fielding; la poesia di Boccaccio, quella più metafisica di George Herbert e John Donne, autori come Smollett e Dickens. Raccontare la trama sarebbe impossibile e inutile, anche perché la sua magnificenza va colta negli anfratti incidentali dell’intera questione, soffermandosi sulle gag, i giochi linguistici e su come Barth si diverta nei mille siparietti a scardinare ogni convenzione letteraria prendendosi beffa perfino dei lettori. I tre protagonisti principali sono Ebenezer Cooke (personaggio realmente esistito, autore di “The Sotweed Factor, or A Voyage to Maryland, A Satyr”, da molti considerata la prima satira americana), la sorella gemella Anna e Henry Burlingame, un tempo precettore e corteggiatore di entrambi. 

Ebenezer è uno studente svogliato e stralunato, fiero della propria verginità che difende dalle avances di uomini e donne “Per me la mia castità è più importante della stessa vita”, senza nessuna vocazione, ma stregato dalla poesia. Spedito dal padre a governare una piantagione di tabacco nel Maryland, sulle rive del fiume Choptank, Ebenezer si autoproclama “Poeta Laureato” e immagina di essere incaricato di scrivere una epica “Marylandiade”. Il viaggio a bordo del Poseidone è un’Odissea metaforica dai tanti significati, il passaggio dall’idealismo giovanile al disincanto dell’età adulta, dall’immagine edulcarata di un’America generosa e accogliente all’inganno di un paese ostile e spietato. Tra complotti politici, equivoci da commedia dell’arte, arzigogolati scambi di identità “Il mondo è un gomitolo intricato, e ci son più nodi di quel che tu credi”, il Poeta Laureato rimane coinvolto in mille avventure, rapito dai pirati e gettato in mare, catturato da nativi e minacciato di morte, scopre un diario segreto delle avventure di John Smith e Pocahontas, aiuta Henry Burlingame a ricercare la verità sulle sue origini. Barth alterna barocchismi a volgarità, analisi filosofiche a battute sul sesso e la diarrea, mescola la critica sociale con elementi di umorismo nero. L’incontro nelle prime pagine con la prostituta Joan Toast che si fa portare a letto mentre lui si rifiuta di pagarla perché si è innamorato, è esilarante. Tutta la storia lo è,  ma è pervasa anche da un sentimento di innocenza misto di malinconia. 

Il coltivatore del Maryland è un romanzo che esplora la dimensione tragica di un’innocenza in cui si riflettono tutte le ambiguità morali della società americana, dalla mitizzazione della nascita della nazione e delle sue figure eroiche, alle ipocrisie e agli inganni del colonialismo. È questa la finestra sul mondo che Barth apre ai suoi lettori, il dietro le quinte serio mascherato dai frizzi e dai lazzi di paradossi, anacoluti e versi spezzati. Quando ho chiuso il libro ho pensato che Il coltivatore del Maryland fosse la cosa più vicina a Don Chisciotte che avessi letto. Pur non essendo un simbolo della nobiltà perduta e della ricerca del suo significato, come l’antieroe di Cervantes Ebenezer riflette sull’illusione e sulla verità, si confronta con l’assurdo, con le contraddizioni della propria esistenza e delle proprie azioni. Don Chisciotte è un romanzo postmoderno? Non in senso stretto, ma ha aperto una strada. 

Angelo Cennamo

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